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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il Novecento tra morte e risurrezione di Dio nell’uomo

di Cardini Egidio

«Noi crediamo che la Chiesa faccia appello al Regno
di Dio, al suo comandamento e alla sua giustizia e
perciò debba ricordare ai governanti e ai governati
le loro responsabilità.
Essa si affida e obbedisce alla potenza della Parola
mediante la quale Dio regge ogni cosa.
Noi crediamo che il compito della Chiesa, fondamento
della libertà, consista nel rivolgere a tutto il popolo
la notizia della libera Grazia di Dio».
[Dichiarazione di Barmen della Chiesa
confessante tedesca, 1934
]

Quale Dio muore nel Novecento
Nella dichiarazione appena evidenziata si trova, a mio giudizio, il senso della risposta che il dato della fede religiosa, e cristiana in particolare, ha riservato al Novecento, quale secolo di tumulti, di rivoluzioni, di reazioni, di traumi, di inquietudini, di perdite di senso e di successive riconquiste interiori.
Così come il Novecento ha attraversato la coscienza collettiva in modo rapidissimo e dirompente, esso ha attraversato anche la coscienza religiosa in modo altrettanto veemente e determinante.
La Dichiarazione di Barmen rappresenta la risposta di una parte dei luterani riformati tedeschi alle lusinghe e alle minacce del nazionalsocialismo e, ancor di più, a una visione che tendeva ad appropriarsi del dato religioso per renderlo strumentale e organico a un sistema di morte.
In questa rivolta ecclesiale c’è un dato che apparentemente potrebbe rivelare una contraddizione aperta. Dietrich Bonhöffer, uno dei massimi esponenti dell’opposizione religiosa e civile al regime nazionalsocialista, è spesso erroneamente classificato anche come uno dei sostenitori della cosiddetta “teologia della morte di Dio”, in aperto contrasto proprio con la sua lotta contro un sistema che intendeva appropriarsi di Dio per farlo morire sotto il peso della dominazione umana.
In realtà Bonhöffer intravedeva e affermava la necessità che quel Dio costruito e reso strumento delle ambizioni umane dovesse morire per lasciare spazio al Dio che si autocomunica e che fa tutto questo esclusivamente nell’esperienza della Grazia. In questo passaggio il recupero della spiritualità luterana è stato esemplare.
Allora in questa vicenda noi leggiamo il paradigma di un XX secolo in cui l’esperienza religiosa è stata scossa dalle sue fondamenta proprio per questo contrasto violento, fortissimo e devastante tra l’ansia antropologica di affermare l’uomo e soltanto l’uomo, con i suoi desideri, le sue pulsioni e i suoi interessi, e il tentativo ostacolato di irrompere nell’esperienza umana da parte di Dio.
Il Novecento ha portato con sé quest’ennesima contraddizione. Tutto il resto può essere facilmente compreso e classificato dentro queste tensioni. Possiamo ora riassumere schematicamente quanto accaduto.

L’equivoco sul secolo della “morte di Dio”
In ambito cristiano cattolico il Novecento è stato il secolo dell’uscita dalla lunghissima ipoteca tridentina, che aveva riordinato la riflessione teologica dentro gli schemi classici del tomismo e la pastorale ordinaria dentro il ruolo centrale, preponderante, magisteriale e disciplinare della Chiesa istituzionale.
In realtà la novità straordinaria si è finalmente percepita nella rottura dell’antica centralità cosmologica del pensiero di Dio e su Dio e nel recupero prodigioso della centralità antropologica nell’esperienza religiosa.
Avere raccolto il desiderio profondo dell’uomo di contare qualcosa nell’itinerario della Rivelazione e di essere protagonista nel corso della storia, intesa quale luogo esclusivo della manifestazione della volontà del Dio cristiano, è stata una conquista del Novecento.
Prima del Novecento contavano i meccanismi naturali di un mondo messo in moto da Dio in forma asettica e priva di un’autentica libertà autodeterminante dell’uomo, forse anche per gli influssi decisivi della filosofia aristotelica. Dopodiché lo stesso mondo se ne andava per conto suo, nel bene e soprattutto nel male. Nel Novecento invece abbiamo scoperto l’uomo quale protagonista e destinatario dell’evento della Rivelazione e della costruzione del Regno di Dio.
A fronte di questo processo liberatorio delle potenzialità umane abbiamo assistito contestualmente proprio alla crisi di un modello religioso che, andando ben oltre la contestazione delle istituzioni religiose, ha contestato Dio stesso e lo ha sostituito in svariate forme sociali e culturali.
Il processo di secolarizzazione avviato nel Novecento, pur importante e necessario, si è rivelato non soltanto un tentativo di affrancamento dall’ipoteca delle istituzioni religiose, ma un distacco affettivo e storico dal Dio personale. Stavolta sì e davvero si è concretizzata l’idea del “Dio assente” e conseguentemente del “Dio morto”, non tanto nel senso dell’invocazione addolorata di “gucciniana e nomadiana” memoria davanti alle infamie del Novecento (in questo simile al “Dio morto” di Bonhöffer). Qui il paradosso della “morte di Dio”, che sotto il profilo strettamente teologico resta inconcepibile, ha trovato invece sostanza non soltanto in ambito filosofico, ma addirittura in alcune correnti teologiche dell’Europa occidentale.
La “morte di Dio” è stata intesa come affermazione della “vita dell’uomo” e come esito di un contrasto insanabile. Si è ritenuto che, là dove Dio morisse, l’uomo vivesse. Dentro questo antagonismo si è sviluppata la crisi odierna.
Oggi ci troviamo all’interno di un paradosso che meriterebbe di essere spiegato approfonditamente, ma che comunque è svelato da un’altra contraddizione novecentesca, l’ennesima, che ci interroga.
Il dilagare del fondamentalismo religioso in ambito islamico, ebraico e finanche cristiano, è la spia che si accende davanti allo svuotamento del serbatoio che consentiva il rifornimento della relazione interpersonale tra un Dio vivente e altrettanto personale e l’uomo contemporaneo.
Nel “Dio morto”, contrapposto all’“uomo vivente”, hanno trovato linfa vitale tutte le forme più estreme del fondamentalismo religioso, che notoriamente sono prive proprio della dimensione trascendentale che intenderebbero affermare e soprattutto difendere. Il fondamentalismo religioso, quale forma evoluta della “morte di Dio”, con le sue forzature moralistiche e con l’ombra di un Dio orrendamente ideologizzato e ridotto a totem, è un’eredità che abbiamo ricevuto dal peggio del Novecento. In questo senso a molti è parso che quest’epoca non potesse fare a meno delle forme storiche convenzionali della religione ed è purtroppo parso anche che ci si potesse dissociare dal bisogno della relazione interpersonale con un Dio storico.

Un capitale spirituale inatteso
Nessuno ha la sfera di cristallo per dirlo, ma il Novecento ci ha lasciato anche un capitale spirituale inatteso, che va comunque letto, compreso e valorizzato.
Mai come nel XX secolo abbiamo percepito la naturale alleanza tra il cielo e la terra, tra la “storia della salvezza”, che appartiene a Dio, e la “storia dell’uomo”, anch’essa intrinsecamente vincolata a questo Dio.
Questo vale anche in ambito non cristiano.
Infatti l’evoluzione del pensiero religioso gandhiano, purissimo nella sua fisionomia spirituale induista, ha prodotto nientepopodimeno che una rivoluzione storica come il percorso verso l’indipendenza nazionale indiana e come il pensiero, poi divenuto prassi, sulla non violenza. Contestualmente alcuni sviluppi del pensiero buddhista hanno prodotto in Asia orientale alcune forme interessanti di resistenza sociale e politica ai regimi totalitari.
In ambito cristiano luterano la tensione verso la costruzione di un modello sociale e politico improntato all’uguaglianza e alla giustizia sociale ha orientato culturalmente l’Europa centro-settentrionale, troppo facilmente liquidata, soprattutto da noi cattolici, come luogo di “scristianizzazione” e di perdita del senso religioso. Invece io credo che la crescita di un senso collettivo di solidarietà e di giustizia abbia trovato residenza proprio nello sviluppo e nella maturazione di una spiritualità partorita dalla Riforma di Lutero.
Potremmo dire che perfino un Desmond Tutu non è nato per caso nella stessa Comunione anglicana alla luce di un’istanza di liberazione e di giustizia in Africa del Sud, motivata da un senso autenticamente spirituale cristiano.
In ambito cattolico sarebbe fin troppo facile segnalare la svolta della Teologia della Liberazione che, al di là delle letture più banali e superficiali operate perfino presso la Santa Sede, si è sorretta su un concetto intrinsecamente e autenticamente religioso quale il “regnocentrismo”, vale a dire la costruzione del Regno di Dio secondo caratteristiche storiche di giustizia, di libertà e di amore fraterno nelle strutture sociali e politiche, raccogliendo in questo né più meno che la tradizione spirituale profetica biblica.
Davvero, a mio parere, il Novecento è stato, sotto il profilo religioso, il secolo della lotta “apocalittica” tra l’evidenza dell’Incarnazione del Verbo, che altro non è che la costruzione di un mondo umanamente giusto secondo la comunione profonda di Dio con l’uomo ultimo, e la tentazione dell’alienazione pseudo-religiosa, che rappresenta il volto più buio e inequivocabile della “morte di Dio”. In questa dialettica molto forte si è evidenziata una miriade di contraddizioni, ma in ogni caso è emersa anche l’idea di un annuncio religioso che si trasforma in progetto storico di bene per l’umanità. Questa è stata la vera indiscutibile conquista del Novecento religioso.
E pazienza se le istituzioni religiose sono sovente in crisi d’identità o di strategia. Vorrà dire che arriverà anche per loro il tempo della purificazione.

Il secolo della Risurrezione di Dio nell’uomo
Nel paradosso di un Dio che nelle intelligenze umane muore, sgorga il paradosso infinitamente più grande di un Dio che, nella storia concreta e immediata dell’uomo stesso, risorge. Credo che questo sia il senso autentico della svolta antropologica del pensiero su Dio e di Dio nel Novecento. Il resto è nichilismo religioso e in quest’ossimoro c’è tutta la contraddizione delle scorie lasciate dall’esplosione prodotta da questa svolta. Davvero il Novecento è stato un secolo “apocalittico”, perché ha svelato finalmente le ipocrisie plurisecolari di una religione senza fede.
Intravedo però sullo sfondo un’ombra sinistra, che mi inquieta e che trascina con sé un interrogativo denso di incertezze: e se poi il XXI secolo ci regalasse una presunzione di fede senza religione?

Egidio Cardini

insegnante nell’istruzione secondaria di secondo grado statale, componente la redazione di madrugada

curatore del monografico dedicato a “XX, il secolo breve”