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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Novecento ambiguo, millennio problematico

di Allievi Stefano

Il secolo con i suoi due mezzi secoli
Mi si chiede, in particolare intorno al tema dei diritti individuali, un bilancio del secolo trascorso, alla luce dell’inizio del nuovo millennio. Ma non ho né la frequentazione abituale del passato e il puntiglio metodologico dello storico, né l’entusiasmo anticipatorio e vagamente profetico del futurologo. Il Novecento è per me davvero troppo lungo (anche quando viene chiamato secolo breve) per riuscire ad abbracciarlo: e i Duemila ancora troppo poco delineati per coglierne appieno le indicazioni…..
Il Novecento è un arco di tempo troppo ampio, per me, sociologo abituato a confrontarmi soprattutto con il presente, anche perché andrebbe scisso in due parti, almeno. Non esiste, dal mio punto di vista, un qualcosa che caratterizza univocamente il Novecento con alcuni caratteri peculiari e omogenei..
Da un lato, abbiamo il mezzo secolo dei nazionalismi guerrafondai, e dei totalitarismi, fino alla seconda guerra mondiale inclusa: preceduto, sì, da una fiammata di solidarismo, di rivendicazioni di giustizia e di uguaglianza, più che di libertà (il biennio rosso, Weimar, il Front Populaire…), presto tuttavia conculcate, rovesciatesi rapidamente nel proprio contrario. Complessivamente, un periodo in cui i diritti individuali, lungi dall’essersi sviluppati, sono stati cancellati, spesso con l’adesione entusiastica dei sottomessi (la «nazionalizzazione delle masse» evocata da George Mosse, il mito della prima nazione socialista, ecc.), attraverso un corto circuito che coniugava una forte partecipazione collettiva con la rinuncia a essere compiutamente individui…
Dall’altro, emerge il mezzo secolo della ricostruzione post-bellica, del boom economico, del consumismo di massa (diventato, esso stesso, diritto e piacere riconosciuto), dell’ottimismo, della democratizzazione, del welfare state, del nuovo ordine liberale, e poi delle controculture, del ’68 e a seguire, del ribellismo chiamato operaio ma così spesso borghese, quello sì incentrato sull’esaltazione dell’individuo e dei suoi diritti – una stagione di cui si prolungano gli esiti anche nel rivendicazionismo estremo di oggi, manifestatosi con così grande evidenza anche durante l’ultima pandemia..
Ma poi ci sono stati tali e tanti cambiamenti (la globalizzazione, il crollo dell’impero sovietico, la trasformazione della Cina nel più grande paese capitalistico – seppure a modo suo –, la rivoluzione digitale, internet…) che forse il Novecento, schiacciato nella prospettiva storica come una fotografia scattata con il teleobiettivo, che appiattisce sulla stessa linea d’orizzonte soggetti molto diversi e tra loro distanti, diventa giudicabile solo a partire dagli anni Venti del Duemila..
È tra fine secolo e inizio millennio, per così dire, che possiamo vedere l’ulteriore cesura che oggi ci coinvolge e ci riguarda. E su cui conviene soffermare l’attenzione..

La cesura con il ventennio appena trascorso
Non è facile tracciare un bilancio di quest’ultimo ventennio. Ma la tentazione della cifra tonda è forte: in fondo ricordiamo i primi anni del Novecento, fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, come la Belle Époque, i ’20 come quelli delle proteste popolari, presto soffocate, e dei nuovi regimi (o di nuovi assestamenti nelle democrazie), i ’30 come gli anni del totalitarismo trionfante, i ’40 come quelli tragici del conflitto mondiale e delle sue conseguenze, i ’50 come gli anni della ricostruzione, i ’60 come gli anni del boom, i ’70 come quelli della protesta, gli ’80 come quelli del riflusso, i ’90 non lo so più. Gli anni 2000 saranno ricordati come quelli della pervasività tecnologica, e gli anni ’10 come quelli della grande crisi (iniziata prima, è vero) da cui non ci siamo più ripresi, e che nel 2020 abbiamo vissuto in pieno, con una crisi diversa e ancora più devastante, quella dovuta al Covid 19, che probabilmente ci accompagnerà più a lungo di quel che crediamo. Ma sono tuttavia anche gli anni della presa di coscienza che non possiamo andare avanti come prima, che crediamo caratterizzerà gli anni ’20 del Duemila: consapevolezza dell’insostenibilità ecologica (inquinamento, climate change, riscaldamento globale) e sociale (crescenti e sconcertanti diseguaglianze: economiche e demografiche, con le connesse migrazioni) e, direi, rabbia e frustrazione di massa, sono i sintomi principali – e tra loro spesso in opposizione – di questa insostenibilità che definirei tecnica, prima che valoriale..
La crisi demografica (con le morti che superano le nascite: in Italia – primo paese a entrare n transizione demografica – già da un quarto di secolo, anche se ce ne accorgiamo solo ora), nonché le nuove migrazioni in ingresso (cui si accompagna spesso la propensione a contingentarle quando non a fermarle) e in uscita (che invece difendiamo con puntiglio liberal, non accorgendoci della contraddizione) sono un portato inevitabile di questo cambiamento, che fa contestualmente crescere le nostre paure, e con esse il desiderio di scambiare libertà con sicurezza, diritti con protezione: tema che è tuttora, in quello che è ancora presto per chiamare post-Covid, al centro dell’agenda collettiva, sociale prima che politica, in forma più incisiva di quel che ci piace credere…
Da un lato – per quel che riguarda le immigrazioni – ci tocca ammetterne (obtorto collo) l’indispensabilità nel mondo del lavoro, dall’altro non ne vogliamo accettare le implicazioni, anche solo nella visibilità delle città, ed erigiamo nuovi muri, mentali prima che fisici (e anche burocratici e legislativi). Non è una tendenza solo italiana..
Dopo il periodo di ottimismo seguito alla caduta del muro di Berlino, in Europa si sono costruiti mille chilometri di nuovi muri fisici, ed è facile previsione che se ne costruiranno ancora, cui si devono aggiungere quelli culturali, con il ritorno di fantasmi di quasi un secolo fa: dai nazionalismi (anche in versione micro) alla ricerca dell’uomo e di soluzioni forti, fino all’emergere dei capri espiatori, antisemitismo incluso..
Non è strano. Il ventennio era iniziato all’ombra cupa dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle, l’icona tragica che ha aperto il secolo e il millennio. Non c’entrava con l’immigrazione, ma con la paura delle culture e religioni altre: e ha finito per segnare il dibattito sul tema. Sembrava ci avesse cambiato per sempre: nel modo di viaggiare, nelle abitudini quotidiane. E invece anche al terrorismo ci siamo abituati: occupandocene quando ne sperimentiamo le reviviscenze in Occidente, e dimenticandolo per tutto il resto del tempo, tanto insanguina altri lidi. Così per le guerre infinite, che continuiamo a portare avanti senza senso e senza ribellarci. Né l’Afghanistan, né l’Iraq, né la Libia sono diventati un Vietnam, o una qualche altra rivoluzione per cui simpatizzare. Nemmeno le primavere arabe, pure nate in nome di valori che diciamo nostri: che non abbiamo aiutato. La cifra interpretativa di questi anni sembra il disinteresse per quello che succede altrove, e la mancanza di mobilitazione..

L’individualismo diffuso e la perdita delle certezze
Nella società è emerso un individualismo diffuso – figlio di una evoluzione propria della seconda metà del Novecento, come abbiamo visto – che ha portato all’enfasi sui diritti soggettivi anziché su quelli da rivendicare collettivamente. Legati all’identità sessuale (prima del 2000 nessun paese al mondo riconosceva i matrimoni omosessuali) o alla bioetica (il diritto di morire, comparso inaspettatamente sul palcoscenico della storia), ma in realtà pervasivi e presenti in ogni campo: creando una nuova tendenza, il “dirittismo”. Con l’individualismo si è diffuso il rancore di massa, la rabbia sorda e inconcludente, senza obiettivi, pronta a sfogarsi alla prima occasione, nei confronti del nemico politico e del capro espiatorio di turno. E con il rancore si è innescato il ritorno delle tribù, l’insularità tra simili con lo stesso obiettivo (contro qualcuno più che per qualcosa). La tecnologia ha poi cambiato tutto. Non c’erano Facebook, Wikipedia, Youtube, Twitter, Instagram, l’iPhone, Spotify, Netflix: tutto ciò che occupa gran parte delle nostre giornate – tutti nati nel primo decennio di questo secolo. E con il progresso tecnologico e la nuova dimensione (net-)sociale si è accentuato il salto generazionale, una discontinuità netta, un prima e un dopo..
A questo processo ha contribuito la perdita dei riferimenti collettivi: i partiti, ma anche la Chiesa cattolica; ancora una riserva valoriale e di mobilitazione etica, ma in calo di consenso diffuso, anche perché percepita come troppo esigente: in contrasto con l’individualismo soddisfatto e il dirittismo di cui sopra. E così, chiusi ciascuno nel proprio particolare, abbiamo perso la capacità di investimento sul futuro, cui è seguito il pessimismo come orizzonte, dunque il disinvestimento da ciò che è comune. Come se si fosse persa la bussola, un orientamento, i punti di riferimento, le solide certezze che fanno sì che si sia capaci anche di grandi slanci, di nuove esplorazioni..
Dalle certezze ideologiche del Novecento, che forse ci hanno accompagnato (o almeno non abbiamo messo veramente in discussione) fino alla grande crisi del 2008, siamo passati all’era della post-verità, che ha messo in crisi i media tradizionali e favorito i social networks: alla presunzione (malfondata) di certezza e assertività, si sostituisce l’apparenza (anche di verità: le fake news), e al professionista dell’informazione, che cerca di conoscere il mondo per spiegarlo, si sostituisce l’influencer, che non propone che sé stesso…
Nelle città – inclusa la metropoli diffusa che è tanta parte del nostro territorio – si è fatta strada una insicurezza vaga, percepita ma spesso irragionevole, reale in alcuni suoi indicatori eppure surreale nelle conseguenze che implicitamente se ne traggono. C’è la perdita di potere d’acquisto, la caduta dei salari reali, il dover intaccare i risparmi privati accumulati – forse troppo rapidamente, al punto da aver creato un’illusoria o almeno eccessiva confidenza nelle proprie capacità. In una situazione in cui pure il lavoro c’è ancora (manca quello qualificato, semmai: che spinge i nostri giovani a emigrare) e la ricchezza privata è, in molte aree, largamente superiore a quella di paesi ben più ricchi del nostro. Ma è la fiducia nel collettivo che è crollata: a colpi di scandali e di fallimenti, e grazie all’inconcludenza della politica come veicolo di canalizzazione del consenso intorno a obiettivi costruttivi, per non parlare del suo fallimento come meccanismo di selezione delle leadership. Anche se né la politica né la società hanno davvero voluto fare un esame di coscienza e un’onesta operazione trasparenza..

Un futuro potenzialmente esaltante
Nonostante la crisi che stiamo attraversando a seguito, più che della pandemia, della nostra incapacità di gestirla, le possibilità saranno enormi: il problema sarà far crescere di pari passo la capacità di immaginarle e di gestirle. Longevità, scoperte scientifiche (a cominciare da quelle che hanno a che fare con la salute, ma andando molto oltre esse), intelligenza artificiale e liberazione potenziale dal lavoro più duro (lasciato in teoria alle macchine, in realtà spesso alla nuova underclass composta dagli immigrati) in favore di quello creativo. Ma questo ci riporterà ai problemi sociali di sempre: in primis la lotta alle diseguaglianze, per fare in modo che quello che è a disposizione di pochi lo sia di tutti..
È in questo, forse, che potremmo riconnetterci al meglio degli ideali del Novecento, recuperando in essi – sia nella componente legata alla giustizia sociale e all’eguaglianza, sia in quella sostenitrice dell’allargamento della sfera individuale di godimento dei diritti (tuttavia, tra loro, in tensione conflittuale più che in armonia) – la radice di ciò che andrà costruito negli anni a venire..
La politica purtroppo non aiuta, visto che in essa dominano furbizie di breve termine e una deteriore condiscendenza. Che è il vero nome che dovremmo dare ai populismi: fare quello che si presume piaccia al popolo – contemplare il proprio ombelico e grattarsi – invece di educarlo e guidarlo da qualche parte, aprendo nuovi orizzonti. Il faut bien que je les suive, puisque je suis leur chef: «Poiché sono il loro capo, bisogna che li segua». È una frase attribuita a un politico francese, Alexandre-Auguste Ledru-Rollin, nel pieno dei disordini rivoluzionari del 1848, ma fotografa bene la politica di oggi. Il capo politico non è più qualcuno che con-duce da qualche parte, ma al contrario uno condotto – dai sondaggi e dai like a un post su Facebook o a un tweet.
Questo fenomeno, durato già troppi anni, sta tuttavia provocando reazioni impreviste. Da un lato una nuova richiesta di competenza, di merito, di capacità, così trasparentemente leggibile nella delega sostanziale, tanto dei cittadini che dei partiti, al Mario Draghi di turno e a governi tecnici. Dall’altro nuovi movimenti di presa di coscienza collettiva (l’opposto del grattarsi) e la ricerca di riferimenti altri: da Greta Thunberg in giù. Giovani che cercano leader della loro stessa età perché non trovano adulti in cui riconoscersi.
Elemento anche questo del gap che separa le generazioni: e più simbolico di altri. È come se stessimo toccando il punto più basso, che prepara il rimbalzo. Potremmo riassumerlo con una qualità e una parola diventata popolare – non a caso – in questi ultimi anni, e che forse caratterizzerà i prossimi: resilienza. La capacità di adattarsi al cambiamento, reagendo in maniera costruttiva agli eventi, anche traumatici. Ne avremo bisogno..
Molto.

Stefano Allievi

socilogo, ricercatore sociale

Università di Padova