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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

500 anni… ricordare e basta!

di Tonucci Paolo Maria

I SAGGI ED I RIBELLI
E’ di moda parlare dei 500 anni dell’America. Scoperta o invasione? Genocidio o evangelizzazione? Mentre alcuni insistono sul fatto della distruzione di popoli e di culture, altri tentano di limitare questi fatti ad eventuali esagerazioni, ricordando opportunamente che erano altri tempi… Per quale motivo allora ricordare gli avvenimenti del passato, perché insistere tanto sulla “matança” (strage) degli indios, sulla distruzione delle culture, sulla imposizione della religione? Non c’è il pericolo di leggere la storia di ieri a partire dalla storia di oggi? E’ possibile scrivere una storia senza prendere partito? Fra Bartolomeo de Las Casas, vescovo di Chiapas (1566), espulso dai suoi diocesani spagnoli perché difendeva gli Indios, dibattendo con un teologo scozzese, che difendeva la guerra agli Indios come condizione previa alla dominazione, diceva:” Penso che lui non tollererebbe una situazione così empia, se fosse indio”. Alla luce di queste parole di Bartolomeo, fanno seguito alcune considerazioni: infatti è importante, per noi dell’america Latina, ricordare i fatti della conquista, con le sue luci e ombre, perché la conquista, lo sfruttamento non sono cose del passato, ma continuano. La strage degli Indios continua nelle morti di indios, di negri, posseiros(lavoratori del campo senza titolo giuridico), operai, infanti che non arrivano ad un anno di vita, bambini e adolescenti violentati. Le ricchezze di questo immenso continente continuano ad essere rubate dai “bianchi” del nord, che alleati ai “bandeirantes” (cacciatori di indios) ed ai cacciatori di negri fuggitivi oggi, sfruttano e distruggono le nostre foreste, le miniere ed i fiumi. Il debito estero ha fatto del nostro paese nuove capitanie ereditarie e colonie sempre più dipendenti dalla metropoli. Il nostro destino è di essere fotocopia del vecchio mondo?

BARBARI SENZA DIO
La religione e la cultura del nuovo mondo fu combattuta, considerata diabolica, ridicolizzata; non ci fu nessuna preoccupazione di incontrare qui le “sementi del Verbo”. Questo atteggiamento continua ancora oggi, poichè una vera e propria invasione culturale e religiosa viene dal Nord. Non c’è rispetto per la cultura e religione meticcia, che è vissuta dalla maggior parte del popolo latino americano. Dicono che il nostro continente è cattolico, ma un cattolico minorenne, perché non può esprimere i suoi valori ed ha sempre bisogno di ricevere l’orientamento da fuori per manifestare la sua fede. Questa realtà è affrontata con parametri occidentali e romani, che non riescono a cogliere la sua anima, come un tempo quest’anima non fu compresa dai conquistatori.

BARBARI, DUNQUE IRRESPONSABILI
Un esempio di ciò è la mancanza cronica del clero indigeno. Da sempre si lamenta che in America Latina mancano sacerdoti e la soluzione fu e continua ad essere quella di cercare preti, che vengono dall’Europa, per formare comunità e soprattutto per formare nuovi preti… Non fu mai fatta una seria riflessione sui motivi della mancanza di sacerdoti. Qualcuno arrivò a pensare che questo poteva essere un segno di Dio e un invito a formare un nuovo tipo di prete, di religioso, di cristiano, fedele al vangelo, ma anche ai segni dei tempi? Contro l’opinione di padre Antonio Vieira, ardente difensore delle vocazioni del posto, il visitatore Francisco Gonçalves scriveva il 5.12.1657: “Questo luogo non serve per novizi perché non c’è modo di formare negli studi, per cui è necessario mandarli nel regno o in provincia; qui serve soltanto gente pronta e con gli studi compiuti”. Queste parole sono ancora di grande attualità. E’ triste notare come i preti latino-americani, dopo aver passato anni in seminario, diventano alle volte più stranieri per il loro popolo dei preti che vengono dal di fuori… E’ pur triste osservare come tutti i tentativi di creare una teologia, istituti di formazione, uni stile di vita religiosa che risponda ai richiami di Dio, qui e adesso, siano così duramente e superficialmente condannati. Cinquecento anni fa i missionari che incontravano gli Indios nudi, rafforzavano la loro convinzione che i nativi erano selvaggi, senza cultura, senza alcuna nozione di religione… Scriveva il beato P. Anchieta: “Per questa stirpe non c’è predicazione migliore della spada e della verga di ferro”. Oggi con la stessa superficialità si ripetono le stesse affermazioni.

MA I RIBELLI AVEVANO DETTO
Per quale ragione voi volete giudicare con la mentalità odierna ciò che accadde in altri tempi? E’ vero, erano altri tempi, ma è pur vero che anche allora ci furono i “ribelli”, e ci fu chi difese gli indios e gli africani che furono portati qui come schiavi. Basti ricordare fra Bartolomeo de Las Casas e così pure fra Domingo de Sao Tomas, che così descriveva , nel 1550, la miniera di Patosì, in Bolivia: “Quattro anni fa fu scoperta una bocca d’inferno, nella quale entra una gran quantità di persone, che gli spagnoli sacrificano al loro dio, è una miniera d’argento che chiamano Patosì”. Sarebbe opportuno ricordare che, mentre il gesuita Miguel Garcia fu espulso dal Brasile perché condannava la schiavitù africana, p.José Anchieta, pure gesuita, che difendeva la schiavitù, rimase in Brasile e fu beatificato. Alla fine del XVI secolo, Michel de Montaigne, che mai aveva messo piede in Brasile, commentava così la barbarie praticata sugli indigeni americani: “Non vedo nulla di barbaro e di selvaggio in ciò che si dice di quei popoli; veramente ognuno considera barbaro ciò che non si pratica nella sua terra”. Questo atteggiamento comprensivo entra in netto contrasto con quello di GANDAVO che scriveva nel 1576, nella Storia di Provincia di S.Cruz, a riguardo della lingua indigena: “Conviene sapere che mancano tre lettere, non si incontra nè F, nè L, nè R, una cosa spaventosa perché così non c’è Fede, nè Legge, nè Re, e così vivono disordinatamente, senza nessuna responsabilità, nè peso, nè misura”. La memoria della storia del passato mette in discussione il comportamento oggi. E importante che gli sbagli, le incomprensioni di 500 anni fa non si ripetano ancora. La celebrazione dei 500 anni sono allora un invito a riconoscere, a studiare con serietà i valori, e anche le cose negative, dei nostri popoli per scoprire le “sementi del Verbo”., con il coraggio di costruire una cultura meticcia… con il coraggio di ripetere le parole di Pietro a Cesarea: “Possiamo forse negare l’acqua del battesimo, a coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”