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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Rifare la scoperta oggi

di De Marchi Enzo

Quinto Centenario: voglia di scoprire l’America. Voglia di ri-creare il fatto umano dell'”incontro”, di rifare oggi la scoperta dell'”altro”, perché lui mi scopra a me stesso. E’ nell’incontro con l'”altro” che la scoperta di Colombo (1492) e di Cabral (1500) chiede di essere verificata “al presente”, rifatta oggi, coniugando la grande storia dei documenti con la piccola storia “essenziale” delle persone. In realtà, è nell’incontro con l’altro che l’eterno s’affaccia nella storia, chiedendoci di inverarla nella nostra vita. Ogni storia ci implica personalmente, attualmente. Non sappiamo altra storia all’infuori di quella che viviamo e facciamo.

DIARIO DI BORDO
Voglio dunque, leggendo le lettere della “scoperta” (“carta del descubrimiento” e “diario di bordo del primo viaggio” di Cristoforo Colombo, e “carta do achamento” di Pero Vaz de Caminha, scrivano dell’ammiraglio Pedro Alvarez Cabral), riscattare la lettera della storia nello spirito dell’esperienza attuale, un’esperienza da rifare nell'”oggi” di sempre, in cui vive ogni storia. Non dimentico quello che c’è stato: conquista e colonizzazione, guerre e torture, massacri e schiavitù. Voglio semplicemente, nonostante tutto, rintracciare impressioni originarie, intuizioni, sentimenti e atteggiamenti che possono sempre generare novità. Voglio vedere in quella “scoperta” un a madrugada e un amanhecer che annunciano un giorno nuovo, giorno ancor sempre da inventare, alle soglie del terzo millennio. Voglio soprattutto “rovesciare” la scoperta: Lasciare che sia l'”altro” (indigeno, primitivo, infedele) a scoprirci, conquistarci e salvarci con la sua semplicità, con la sua sensibilità per la persona. Lanciamoci dunque alla scoperta!

UOMINI VESTITI E UOMINI PITTURATI
“Gli uomini di quest’isola (Hispaniola = Haiti), e di tutte le altre che ho trovate e prese e di cui ho avuto notizia -scrive Colombo- vanno tutti nudi, uomini e donne, così come le loro madri li danno in luce”. E Caminha: “Non danno maggior importanza al coprire o al lasciar di coprire le loro vergogne che al mostrare la faccia. A questo riguardo sono di una grande innocenza”; (al termine della lettera ripeterà: “l’innocenza di questa gente è tale che non sarebbe più grande quella di Adamo, riguardo al pudore”) E racconta di “tre o quattro ragazze, molto giovani e molto graziose, con cappelli lunghi e nerissimi sciolti sulla schiena”, giocando sul duplice significato del termine “vergogna”, fa notare come “guardando ben bene le loro vergogne noi non sentivamo nessuna vergogna”, fino ad affermare che una di loro era così ben fatta “che molte del nostro paese avrebbero avuto vergogna di non avere una vergogna come lei”. E’ uno strano incontro di uomini vestiti e bardati di tutto punto con uomini nudi, “pitturati a scacchi” (Caminha). Civili di fronte a barbari, primitivi. Non è questo uno degli incontri più necessari e fecondi per il civilizzato? Lo “scopritore” viene rimandato a ciò che ha imparato a coprire, alla sua nudità, come al fondamento corporeo, che nessun vestito (pelle, razza, cultura, colore…) può far dimenticare: il primitivo come base ineliminabile della civiltà, obbligando a tornare alla povertà e nudità essenziale dell’essere umano. “Essi non ferro, nè acciaio, nè armi, e non sono adatti a ciò, non perché non abbiano ben disposta e bella statura, ma perché sono timidissimi oltre ogni credere “; bastava che due o tre uomini si accostassero a qualche villaggio perché “gli innumerevoli abitanti fuggissero”; sono dunque timidi senza rimedio”; “non hanno altre armi salvo le armi delle canne… e non osano servirsene”; “non sanno che sieno armi”.

Lo sa bene invece Colombo, che può tranquillizzare il tesoriere del re ( a cui è indirizzata la lettera) scrivendo che basteranno i pochi uomini lasciati a presidiare l’isola per “distruggere tutta la terra” se gente così mansueta cambiasse intenzione. E nel “Diario di bordo”: “Non portano armi nè le conoscono…Questi uomini devono essere dei buoni servitori e di intelligenza vivace… e credo che possano diventare facilmente cristiani…”. Troppe armi e troppi desideri di farne dei “buoni servitori” e dei “bravi cristiani” hanno gli scopritori di fronte a timidi e inermi indigeni: come può nascere il riconoscimento dell'”altro”, il dialogo per riconoscersi insieme come persone? Tanto più che gli indigeni… “Tutti ritengono che la forza ed il bene risiedono in Cielo. E credono molto fermamente che io con queste navi e gente sia disceso dal Cielo …e ciò non procede perché siano ignoranti; anzi sono di sottilissimo ingegno , sicchè navigano tutti quei mari e sorprende l’esatta ragione che danno di tutto, tranne che non videro mai gente vestita e simili navigli”: così Colombo nella sua lettera. E continua: “Ovunque io giungeva, andavano correndo di casa in casa, e nei villaggi circonvicini gridando: “Venite, venite a vedere la gente del cielo!”. Di fronte a questa fede “nel Cielo” ritenuta una superstizione, Colombo manifesta un solido realismo “terreno”: “Ho preso possesso di un grande villaggio, a cui posi il nome “la Natività, ed eressi un fortilizio… e vi lasciai uomini, sufficienti al bisogno, con armi e vettovaglie per oltre un anno…” Ancora una volta, un ben strano incontro, dove la superstizione o idolatria si fa accoglienza umana, e dove la fede diventa strumento di conquista e possesso di terre altrui! Una scoperta da rifare, con un pò meno fede da parte degli indios, e un pò più di fede (vera!) da parte degli europei, in modo da arrivare ad un incontro tra “persone”, non tra “personaggi” miracolosi da una parte, e “oggetti” da convertire e… sfruttare, dall’altra. “Essi sono tanto ingenui e tanto Liberali di ciò che posseggono – è ancora Cristoforo a informarci nella sua lettera- che non lo crederebbe chi non lo vedesse. Chiedendo loro cose che abbiano, giammai dicono di no, anzi incitano la persona a domandarla, e mostrano tanto amore che darebbero i cuori, e chiedendo loro vuoi cosa di valore vuoi di poco prezzo, subito, per qualsiasi bagatella che loro si dia in cambio, sono contenti”..”nè ho potuto rilevare se posseggono beni proprii, chè anzi mi parve notare che di quanto uno possedesse faceva parte a tutti”. “Così tutti, uomini e donne… portavano qualcosa da mangiare, e da bere, che davano con incredibile amore”.

Con al sua condivisione semplice e spontanea, facendo servire le cose alla “convivialità“, l’indio si manifesta disinteressato quanto alle cose e solidale con le persone. Gli risponde l’europeo con un “interesse” sublime (la fede), che ne copre uno meno sublime (i beni temporali di cui forniranno la cristianità). Colombo termina la lettera con queste parole solenni :”Poichè il nostro Redentore ha dato questa vittoria ai nostri illustrissimi Re e Regina e ai loro regni famosi per così gran cosa, dunque tutta la umanità deve menare allegria e far grandi feste e rendere in finite grazie alla Santa Trinità, con molte orazioni solenni per il sommo beneficio che avranno tanto popoli venendo nel grembo della nostra santa fede. E poscia per i beni temporali che non solo alla Spagna, ma a tutti i cristiani torneranno di refrigerio e utilità“. Ma le osservazioni più interessanti vengono dalla lettera di Pero Vaz de Caminha,lettera assai più lunga e dettagliata di quella di Colombo (che riassume i fatti a quattro mesi di distanza) : “Erano tutti (si tratta naturalmente degli Indios della costa brasiliana, nel sud della Bahia) così ben disposti verso di noi e ben fatti ed eleganti nei loro colori che facevano piacere a guardarli. Trasportavano di quella legna ( i marinai erano scesi a terra a far provvista di legna: è il giorno trenta aprile del 1500), e la portavano sui battelli. Ed erano già tranquilli e sereni fra di noi più di quanto non lo fossimo noi con loro”. E ancora : “in quel giorno ( sempre trenta aprile) danzarono e ballarono sempre con i nostri, al suono di un nostro tamburello, come se fossero più amici nostri che noi di loro. Se si faceva qualche cenno, se volessero venire sulle navi, si accingevano subito a farlo, di modo che, se li avessimo invitati, sarebbero tutti venuti”. Il giorno seguente, 1° maggio, una sessantina di indios aiutano spontaneamente a portare la croce, “mettendosi sotto di essa”; assistono quindi alla messa, “in ginocchio come noi”, quando al vangelo tutti si mettono in piedi e alzano le mani, anche loro fanno lo stesso. “Terminata la messa, mentri noi ascoltiamo la predica, molti di loro si alzarono e suonarono chi il corno, chi la buccina. Poi presero a saltare e a danzare”. Non sembra di assistere ad una prima “inculturazione” liturgica? Insomma gli scopritori accusano il colpo: si trovano di fronte a gente più aperta e disposta all’incontro, allo stare insieme, all’amicizia di quanto non supponessero. La “scoperta” è qui davvero rovesciata: guardando l'”altro” lo scopritore impara a conoscersi, si sente “scoperto” nei suoi limiti e nelle sue carenze profonde; riconosce che la realtà umana di cui ha bisogno gli viene dall’incontro e dalla mediazione dell’altro.

NB – Le citazioni sono ricavate da : “La lettera della scoperta” di C.Colombo, in “Il Quattrocento”, a cura di Giovanni Ponte, Zanichelli, Bologna 1966, pp. 1142-1153; “Il giornale di bordo di Cristoforo Colombo”, Schwarz editore, Milano 1960, pp. 24-25; “Carta do achamento do Brasil”, di Pero Vaz de Caminha, in “La letteratura brasiliana”, di Luciana Stegagno Picchio, Sansoni-Accademia 1972, pp.56-57 (alcune citazioni di questa “Lettera” sono una libera traduzione dell’articolista dal testo portoghese).