Il sogno di Mario

Cari venticinque lettori!

1.
Ho comprato con largo anticipo una bottiglia di vino per la festa di capodanno. Ciò è l’inizio di un anno, di un secolo, di un millennio! Un profondo veneto come me non poteva che finesecolare con un pirotecnico Prosecco Riserva.
Il fatto vero è un altro: posando quella preziosa bottiglia nella buia cantina, qualcosa – penso la centrifuga guasta della lavatrice – ha fatto scattare una domanda. È una di quelle domande che ognuno evita come l’eczema, ma una fine di anno-secolo-millennio te la posano lì, con la dolcezza con cui l’Enola Gay depone Fat Boy su Hiroshima. Tu, io cioè, noi ventisei insomma: qual è il tuo sogno? E di più: sogni ancora? O sei l’anello di congiunzione tra il sacchetto della spesa e quello dei rifiuti secco e/o umido?
È per uscire dalla buia cantina (o sepolcro, se volete) di questa domanda che adesso ci acquattiamo come invisibili antichi demoni greci sopra il videogioco del bar, a vedere cosa fanno Ezio e Mario. Ahh. Dite se non era più semplice un percorso sia pure dialetticamente complesso fra libri e scritture? Mettiamola così: ci faremo un giretto, anche se la verità non sta nei libri, e poi così è più vivace.

2.
“Senti, Ezio. Non rompere: io un altro litro di rosso non te lo dò. E poi ascolta: tu non sei uno che beve, ci conosciamo da parecchio e tu qui ordini solo caffè e…”.
“Mario, per favore ti ho solo chiesto un…”.
“No, senti. Tra mezz’ora chiudo. Ti faccio un caffè e ti accompagno a casa, così se vuoi mi dici perché fai ‘ste robe, va bene? Dimmi di sì, dai”.
“Ma… e va bene. Certo che sei una schifezza di barista. Ostacoli il libero mercato…”.
Mario, il barista, smorfiò un sorriso stanchissimo mettendo la tazzina nella macchina del caffè. Non era uno che facesse problemi se uno voleva ubriacarsi onestamente, ma vedere uno come Ezio che ci provava gli faceva male. Difficile dargli torto.

3.
Fa male vedere l’Ezio che tenta goffamente di ubriacarsi perché lui ha quarant’anni, fa un lavoro tutto sommato interessante, è sposato felicemente quanto basta, ha una figlia simpatica. Ha un difetto grosso però: è uno che cerca qualcos’altro e vuole credere in quello che fa. Lo ha fatto da giovane e lo ha fatto fino adesso. Adesso il problema non sono i quarant’anni. Il problema è che nel frattempo la vita gli ha cauterizzato quel qualcos’altro che cercava: in parte perché è si dimostrato per quello che era davvero, cioè illusioni. In parte perché quel qualcos’altro lo ha raggiunto.
Questa manovra a tenaglia, da una parte le illusioni con bagaglio a mano appresso di disillusioni e dall’altra la pancia piena, ha stroncato parecchia roba di questo secolo, roba che ha impiegato secoli a maturare. Piccolo bouquet ampiamente opinabile? Le magnifiche e progressive sorti, liberté egalité fraternité, el pueblo unido mai domo, la politica è l’unica via, il benessere economico è l’unica via. Aggiungere a piacere quanto basta a personalizzare il sacello ossario delle magnifiche e progressive verità cadute.

4.
“Senti, Ezio: io ho capito che adesso non vedi niente oltre alle solite cose di tutti i giorni” – disse Mario il barista arrivato davanti al cancello di casa sua dopo la requisitoria fiume dell’amico. “A parte il fatto che questo per la maggioranza della gente è normale e va anche bene…”.
“No, Mario: adesso non cominciarmi anche tu con la tiritera maggioritaria che così fan tutti e hai quarant’anni e…”.
“Lasciami finire, dittatura proletaria. Volevo dirti che non è mica detto che tutto finisca lì. Magari bisogna arrivare fino a qui per cominciare a capire qualcosa di quello che serve davvero in questa vita cane. Cioè: si può mica – senza finire con la testa accartocciata fra le schifezze quotidiane – che so? Non lo so neanche io…”.
L’Ezio rimase interdetto, tra l’altro cominciava a spiovicchiare.
“E bé… stasera va così, tra l’altro piove. Senti, vado adesso e grazie infinite. Sei un amico, bestione. Ciao”.

5.
Arriva per tutti una qualche forma di Golgota. Arriva per le idee, arriva per le ideologie, per i sogni. Arriva purtroppo per le persone in carne ed ossa. Arriva il momento definitivo in cui intonare il tristo “Eloì, Eloì, lemà sabactàni”. E poi – regolare – lo squarcio del velo del tempio, la spugna con l’aceto, la moglie che te lo dicevo da anni, la figlia che sei un matusa con idee superate, gli amici che quando ti decidi a diventare adulto. Il centurione sindacalizzato è in ferie e tace. Avere in momenti come questi un barista amico che non ha risposte ma ascolta e tace è un segno che Qualcosa c’è. Mirra purissima.
E poi? Dear twenty-five spiritelli lettori, vi lascio qui, davanti al cancello con Mario (sotto l’acqua!) in giusta macerazione. Il resto ve lo conto la prossima volta. Copritevi: vi precedo in Galilea.