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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le speranze, come i fiori, si coltivano

di Stoppiglia Giuseppe
“Il sacro va anteposto all’utile,
questo è veramente umano.”
[Alain, 1930]



Umberto, uomo di fede
Incontro padre Umberto tra le strade, sterrate e polverose, e le case di legno, sorde e mute, del quartiere ultra-popolare di Calafati, a Rio Branco, dove abita con quarantamila “senza terra”, quarantamila vinti. La povertà di mezzi e l’impotenza totale ai bisogni gli si palesa nella noia inesorabile, che non è solo la monotonia delle strade uguali, ma quasi malinconica inutilità, la mancanza di senso, di scopo di un procedere così convulso e frenetico.
Eppure traspare in lui il gusto misterioso che assapora nella ricerca del cammino di questa umanità ferita. Intuisce una meta inverificabile, magari la legge negli indecifrati silenzi dei volti cotti dal sole. Solitario come un gatto randagio, la Gazeta dell’Acre aperta, in paripatetica ricognizione quotidiana (ed è l’unico segnale di attenzione al mondo e alla storia), la corporatura solida e massiccia, dignitosamente ritagliata in una maglietta azzurra rigata, molto fine, direi quasi distinta. Gli occhi, quando ti guardano, li scopri, più o meno annuvolati che siano, miti e fraterni. In questa turbolenta zona dell’Amazzonia brasiliana ha versato gocce di dolore impotente ed ha visto ed osservato la morte: il limite costitutivo del nostro esserci e del nostro esistere.
Umberto è uomo di fede, un frate vero, persona amabile, gentile, umanissima. Porta incisa nei tratti del volto una tristezza austera e meditativa che è il segno, a me pare, di una profonda insoddisfazione morale, di una attanagliante angoscia metafisica.
Dopo tanti incontri sul filo delle nostre atipiche diversità e solitudini, si è stabilita una comunicazione ritrosa e schiva ed una amicizia profonda fra noi. Fu dopo una serata ai margini della foresta, nella casa dos padres, che potei capire di quale ascolto partecipe fosse capace Umberto dentro la sua conchiglia rocciosa. “Ecco – mi disse infatti con un sorriso metafisico, indicando gli alberi, la foresta, la città, il cielo – forse qui possiamo sentire Dio”.
Il bisogno del dio che, con estrema onestà intellettuale, non posso camuffare dietro maschere di saggezza, ma consapevolmente si mostra nella contraddittoria, argillosa mescolanza delle mie umane pulsioni, nel percorso incerto del confine scelto come luogo privilegiato del mio vagabondare e del mio credere, nell’incertezza e nella novità dell’incontro.

Madrugada, un focolare
Come vedete, amici, Madrugada è per me un focolare, su cui mi seggo per ascoltare le voci della coscienza dei giovani e il respiro del mondo.
Questo nostro tempo cerca la traccia delle divinità svanite, ha perduto Iddio, sente doloroso il vuoto lasciato dalla morte di Dio nella coscienza laica contemporanea. Gli idoli creati per sostituirlo (narcisismo, individualismo, utilitarismo), silenziosamente sono come un bisturi che scava impietoso nella ferita: “nessuna divinità si offre al tuo sguardo”.
In una cultura utilitaristica, e specialmente in un tempo di crisi, si esaspera la tendenza di sempre ad una religiosità facile, consolatoria e rassicurante. Si scambia, così, la gioia della salvezza con l’emozione religiosa prodotta da una madonna che piange o da grandi assemblee osannanti.
Si legge l’autenticità della sequela con il criterio della quantità degli adepti, la Bontà divina con il successo delle tue idee. Il Dio, gratuito, di Gesù, diventa quello delle grazie ricevute tramite la mediazione di un santo potente. Si identifica, insomma, la fecondità storica ed esistenziale del Vangelo, con un utilitarismo da partita doppia, a volte vicino alla magia e alla superstizione.

La dilatazione dell’utilitarismo
Quando il criterio è “quello che serve a me” e basta, le relazioni vengono devastate: l’altro è considerato un mezzo per i propri obiettivi. La dilatazione dell’utilitarismo a scala di massa ha condotto alla mercificazione. Si volatilizzano così virtù, antiche finché si vuole, ma ben essenziali, quali la pazienza, l’ascolto, l’attesa, un ben inteso spirito di sacrificio, il senso del limite.
È l’avvio all’imbarbarimento, la strada aperta alla prostituzione. Si assottiglia e lentamente svapora il senso del bene comune: ciascuno opera per sé, ogni gruppo si organizza per trarre il profitto maggiore per la propria bottega.
Lo sbocco finale è però paradossale: dove domina questo utilitarismo non si raggiunge più l’utile stesso (o poco, molto poco), ossia quello che giova alla vita, di tutti e di ciascuno. Le disfunzioni abbondano in ogni campo e anche colui che vive all’insegna di quello che gli serve per essere felice, sarà poi insoddisfatto.
A me pare chiarissimo: una società permeata da un utilitarismo assoluto, il grande crimine dell’occidente, non prepara un futuro vivibile, perché considerare di fatto l’uomo un mezzo è condannarsi alla catastrofe della vita.

Con una punta di orgoglio
Lo dico con una punta di orgoglio: lavoro per vivere, viaggio molto per incontrare gente e popoli, mi occupo di Macondo, vado a letto tardi, non sono ancora stato ripudiato da casa per lo scarsissimo contributo alle attività domestiche, e riesco ancora a leggere qualcosa. Attualmente mi è passato per le mani Pamphlet del pianeta delle scimmie di Manuel Vazquez Montalban. Una citazione, da sola, vale il prezzo di copertina: “Perché anche se si sa che Dio è morto, che l’uomo è morto, che Marx è morto, che io non sto tanto bene e che numerosi profeti del già accaduto sanno con certezza che cosa sia accaduto, bisogna credere in qualcosa, oltre che nell’esistenza del colesterolo”.

Ho l’impressione di camminare verso una fede disincantata, scettica. È difficile vivere in un mondo così aspro e complicato senza diventare a mia volta duro. E questa durezza, questo sguardo lucido e tagliente sulle cose a fatica si concilia con quello positivo e benigno della fede. O forse ancora una volta è Dio che gratta la scorza spessa per vedere se è capace di fare di me un credente più vero, un uomo adulto.
Ma attenzione! A furia di grattare rimane solo la parte più legnosa, quella che ha bisogno del tritasassi invece della grattugia: e allora sarà l’urto, la resistenza, il grido contro per sopravvivere.
A Palermo si è riunita in questi giorni la Chiesa italiana sul Vangelo della carità. È effettivamente un laboratorio di speranza o un recinto sicuro e garantito per i benpensanti? “È mai possibile che il Cristianesimo, un tempo iniziato in forma così rivoluzionaria, ora abbia sempre una tendenza conservatrice? E che ogni nuovo movimento debba aprirsi la strada senza la Chiesa, che la Chiesa sia sempre indietro di vent’anni nel cogliere la sostanza di ciò che accade? – sto citando Dietrich Bonhoeffer -. Se effettivamente continuerà ad essere così, non ci dobbiamo meravigliare che anche per la nostra Chiesa tornino tempi in cui si richiederà il sangue dei martiri… non sarà così innocente e luminoso come quello dei primi testimoni. Sul nostro sangue, infatti, graverà una colpa: la colpa del servo inutile, che viene buttato fuori nelle tenebre”.

Resistere
Segno dei tempi dev’essere resistere, non passivamente. Resistere alle lusinghe che ci soffocano e ritrovarci uomini. La nostra forza sta nella capacità di leggere gli eventi in cui si è coinvolti e reagire ad essi in modo da mantenere vivi i valori primari ed elementari dell’esistenza, così da salvare dall’asservimento all’esercizio del potere, diventato violenza, le condizioni stesse della convivenza sociale, dell’agire morale, delle speranze di fede.

Il tema di Macondo per il 1996
Non dobbiamo solo sperare, senza agire: le speranze, come i fiori, si coltivano. Con pazienza, coraggio, tenacia. È il tema che Macondo ha scelto per il 1996. Ce lo ricorda la voce di tanti fratelli che, in ogni continente, non si sono arresi: la loro forza era l’amore per i fratelli. La voce, lontana o vicina, di quei morti, ha lasciato a noi la loro speranza.
La funzione di Macondo è proprio quella di esplicitare una rivoluzione antropologica ed etica che pone la relazione con l’altro come fondamento dell’identità delle singole persone e indagarne i risvolti concreti nella quotidianità di lavoro, di consumo, di socialità e politica. Dare un senso, o meglio, una direzione e un significato, un orizzonte che sia in grado di divenire progetto: fissare delle tappe, degli obiettivi realistici e verificabili.
Per uscire dal deserto di quarant’anni di consumismo servono una Terra Promessa, i passi necessari per avvicinarsi, le oasi, i sentieri e la manna.

La vera rivoluzione culturale
Siamo di fronte ad una possibilità e ad un compito inediti: reinvestire nell’acquisizione di beni gratuiti le energie fino a ieri necessariamente spese nella lotta per i beni di sopravvivenza.
È questa la vera rivoluzione culturale. Chi si è conquistato il pane deve ora conquistarsi la bellezza, l’amicizia, la conoscenza, la conciliabilità.
Rivoluzione, non sempre evoluzione; perché questo risultato non verrà da sé. Sarà frutto di una scelta di civiltà, o non sarà. Privilegiare la produzione di beni secondo il principio della quantità, piegando a questo obiettivo gli stessi beni gratuiti (come fa l’industria culturale), oppure sostituire al principio produzione il principio educazione, che abiliti tutti alla riappropriazione del patrimonio naturale e culturale dell’umanità: è il bivio di fronte al quale ci troviamo.
Il rapporto tra l’uomo e le cose resterà ferito a morte finché la maggior parte degli uomini non avrà sufficienza di cose. Se dentro l’Occidente si tratta di conquistare il secondo livello del rapporto con le cose – primato del gratuito -, nella relazione tra Occidente e Terzo Mondo si tratta di accettare e vivere la radicalità del terzo livello. Soltanto lì dove beni strumentali e beni gratuiti vengano investiti dal movimento di solidarietà universale, lì dove diventino beni spirituali, il rapporto tra l’uomo e le cose raggiunge la figura compiuta dell’alleanza: ed è il terzo livello.

Macondo, sentinella della nostra speranza
Il mio invito è aiutare Macondo a diventare sentinella della nostra speranza, partecipando alla sua utopia concreta, che ha sede nelle possibilità di ciascuno. Non è un esercizio della mente, non è una fuga nell’irreale, ma è un anticipo sui temi.
Malgrado la nostra società appaia senza sogni e senza passioni, nonostante che sulla polvere dei profeti passeggino i ragionieri, c’è un orizzonte di fede e di amore.
È la luce di Natale.
Vi illumini e vi fortifichi tutti.

Pove del Grappa (Vi), dicembre 1995