Lettera

Mentre la pioggia batte insistente sui tetti e sulle finestre, un po’ di noia, un po’ di pigrizia mi inducono a rilassarmi, a lasciarmi andare. Fantasticare è piacevole e, in un certo senso, rassicurante: tra razionalità e sogni, questi hanno la meglio e mi trascinano oltre.

È bello lasciare la mente vagare in un mondo senza confini, nel quale i veri protagonisti, che passano alla storia sono i sogni, le speranze e le esperienze; e mi accorgo che sono proprio loro che hanno lasciato in me un’impronta indelebile, e che basta la voglia di pensare dolcemente, perché affiorino chiari e luminosi.

Mentre scrivo, la mia mente ripercorre le tappe del mio lungo viaggio in Brasile e provo a riordinare il calendario, che i sogni e la nostalgia mettono a soqquadro.

Mi balza per intanto alla mente la scuola che ho frequentato a Vitoria, molto diversa dalla scuola italiana, tutta agitazione e tremore, tra un’interrogazione ed un compito in classe, il timore per un professore troppo severo, e le reazioni di un altro ad un giudizio su di lui formulato. E quegli interminabili pomeriggi che sconfinano spesso dentro le notti passate tra le fitte righe di un testo confuso. Non è questa la scuola brasiliana.

Un particolare che mi ha stupito è che tutti portano la divisa; ricordo che il primo giorno di scuola la mia madre di adozione brasiliana mi chiese se volevo anch’io indossarla, per non sentirmi troppo osservata. Presa di sorpresa, ho rifiutato di indossare la divisa, in quanto mi sembrava orribile il pensiero di vedermi là assieme agli altri tutti uguali, tutti uniformati; mancava solo che ci mettessero il numero e sentirci non più donne, ma manichini ambulanti.

Arrivai sul piazzale della scuola, che sorgeva alta ed imponente sulla sommità di un colle, e vidi una sterminata folla di ragazze e ragazzi (circa quattromila e cinquecento) in divisa.

La scuola che frequentavo era privata, “Sagrado coraçao de Maria” era la sua denominazione. Un particolare che mi colpì fu quello che non vidi tra quei ragazzi alcun nero o mulatto: erano tutti bianchi, o biondi; appartenevano a famiglie benestanti e già nel primo approccio con me dicevano di essere italiani o portoghesi .

A presentarmi alla classe numerosa di quarantadue elementi, che sembrava più un assembramento non autorizzato per il numero ed il frastuono, fu la direttrice Vania, una donnetta bassa e snella, tranquilla, pacifica; diceva che sarei rimasta con loro due mesi, e che dovevano accogliermi tra loro. Ricordo il disagio che provai davanti a tante persone da me sconosciute.

C’era poi un’altra cosa che mi sembrava strana: il parlare, il vagare, il rumore dei ragazzi in classe: l’ascoltare era facoltativo come del resto lo era anche il rispetto per i professori, chiamati per nome, e nei confronti dei quali i ragazzi non risparmiavano giudizi ed a volte espressioni poco corrette.

Ma del resto come potrebbero essere i Brasiliani se non immediati, ma nello stesso tempo sognatori? Per loro la parola “scuola” non allude neppure lontanamente a momenti di preoccupazione, neppure durante le verifiche in classe in cui volano i biglietti e le occhiate laterali ai compiti degli amici.

Accanto a questo bozzetto voglio ancora ricordare la figura del professore di portoghese: duro, esigente, schietto, ironico, sarcastico talvolta pungente coi ragazzi. Solo durante le sue ore provavo un senso di timore, perché era persona imprevedibile.

Dopo questa descrizione potrebbe nascere in noi un sentimento di invidia per la scuola brasiliana. Accanto al lato positivo della distensione, devo però ricordare il basso livello culturale delle ragazze e dei ragazzi che la frequentano.

Queste incomplete e frammentarie osservazioni sono quelle di una ragazza sedicenne, che cerca di conoscere il mondo con occhi inesperti, ma curiosi: e dunque sincere e piene di nostalgia.