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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Milano 3 o della segregazione estetica

di Deganello Sara

«Gli uomini si divertivano.
Gli uomini cospiravano.
Gli uomini servivano le cause.
Le donne servivano il tè».
(James Ellroy, Sei pezzi da mille)

Se il villaggio di Publitalia diventa un progetto politico

Milano 3. Periferia sud del capoluogo lombardo. Villaggio condominio, ogni palazzina ha il nome di un albero, un fiore, una stella. Andromeda, olmi, aceri, ginestre, querce. E ancora: solco, tralci, filare. Il profilo delle palazzine rimbalza (lontano) i contorni della campagna che fu. Strade nate da un piano regolato, più che regolatore. La progettazione ha piantato cespugli gialli, magnolie, un corso d’acqua, una comunità umana. L’uomo crea, l’uomo nomina. In un battibaleno. Non capita spesso di imbattersi in cittadelle di recente formazione, almeno dalle nostre parti. Basiglio-Milano 3 è invece una di quelle. Concepita negli anni ’70 dalla Edilnord del gruppo Fininvest, dopo l’esperimento analogo ma più piccolo condotto a Segrate, nel nord-est dell’hinterland milanese, si estende su uno spazio grande almeno tre volte il nucleo urbano originario.

Milano 3 è considerata «insediamento per persone ad alto reddito». È la città costruita a misura del manager Publitalia. Ordinato, determinato, vincente. Automunito. I raccordi con il centro sono affidati alla buona volontà degli autobus. Una fede a cui si obbligano ormai solo gli immigrati, gli studenti e i vecchi. Oasi di periferia pulita, bolla di benessere in mezzo ai quartieri dormitorio, Milano 3 non disdegna starlette e calciatori. Trattandosi della città perfetta, pensata e realizzata a immagine e somiglianza dell’uomo, non poteva farne a meno. Per il resto c’è tutto quello che serve. Ufficio postale, medico, parrocchia, negozi, laghetto con spruzzi e cigni a cornice della piazza principale, ristoranti, parcheggi. Il parcheggio: ecco il grande vanto della periferia. Spazio largo, sensazione di abbondanza, nessuna fatica. Il paradiso dove lasciare la propria auto, facile, a portata di mano. Senza manovre e senza stress. C’è posto per tutti, avanti il prossimo. Avanti il prossimo con la macchina. Dove vuoi andare senza? Il tempo è denaro, il trasporto pubblico, si sa, è una perdita di tempo. Il rampante con targa Publitalia non se lo può permettere.

A Milano 3 i vialetti sono curati. Le piante in fiore, a primavera. I prati rasati. Tanto verde. Boschetti, natura avvolgente. Un’armonia di proporzioni tra la superficie del parco e i nuclei delle abitazioni da città ideale. Qualcuno fa jogging. Un altro porta a spasso il cane. Un cartello segna l’inizio dell’area verde. Decalogo di buona convivenza. L’autorità ricreata nella comunità giustapposta parla. Vietati i giochi di squadra se non previa richiesta e autorizzazione. Il centro abitato che si chiama come il multiplo di un altro – e non è una regina, né un papa, non è Elisabetta 2 né Benedetto 16, il cui predecessore numerico, almeno, è morto – pone ai suoi abitanti una condizione tangibile. Più palese del fatto che se non hai un’auto e vuoi vivere lo stesso a Milano 3 sei tagliato fuori dal mondo. L’ordine, la sicurezza prima di tutto. Condizioni per un vivere civile, pacato, sereno. Le urla degli scalmanati del calcio devono essere autorizzate. Schiamazzi consentiti dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 18.30. Festivi esclusi.

Le regole sono convenzioni, sono un accordo tra esseri che condividono un impianto razionale. Milano 3 è una convenzione, geografica, sociale, storica, più artificiale delle altre città di natura umana perché opera la segregazione degli opposti: dentro/fuori, bello/brutto, ricco/povero, automunito/mezzi pubblici, vecchio/giovane, prato inglese/asfalto. Nella divisione chiara, estetica, degli spazi, nell’indicazione precisa delle quote oltre le quali si accede o non si passa, si perpetua il controllo attivo sulla comunità. I corpi estranei vengono espulsi, è un meccanismo – questo sì – naturale e l’organismo si chiude in sé, si difende.

La vicenda riportata dai giornali dei due genitori che si sono visti portare via i figli dai servizi sociali perché la loro bambina a scuola ha disegnato una scena di sesso tra lei e il fratello è successa proprio qui, a Basiglio, il comune con il reddito pro-capite più alto d’Italia. Può essere che il disegno infamante non sia stato fatto dalla bambina, ma da una compagna. Può essere che sotto, invece di una violenza domestica, ci sia un atto di bullismo. Può essere. Difficile giudicare, troppo delicata la materia. L’avvocato della coppia mette la pulce all’orecchio e parla di una vicenda viziata da «una buona dose di pregiudizio e classismo». Perché «i figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Può essere che una storia del genere non sia capitata qui per caso. Può essere.

La tentazione di tracciare un collegamento diretto, aperto, autostradale, tra Milano 3 e il suo demiurgo originario è grande. Soprattutto dopo le ultime elezioni. Milano 3 sta al sogno di una vita serena come il progetto del popolo della libertà – insieme alla cultura che emana e allo stesso tempo lo sostiene – sta all’idea di un’Italia migliore. È l’humus, il luogo della possibilità per un’Italia che si rialza, che si dà una riordinata, che taglia l’erba del giardino e butta via le erbacce, che usa l’auto più volentieri che il tram, che segue i desideri piuttosto che trovare compromessi, che colonizza per non aprire dialoghi. Un’Italia costruita qui e adesso, senza pensare a quel che sarà dopo. La baldanza estetica, o magari i fucili della Lega (!), copriranno ogni traballio. È un’Italia cucita addosso a sé, a noi, che superiamo il varco dei giusti, la soglia di accesso. E a nessun altro.