Solidarietà e democrazia

Una delle ragioni che inducono gli individui a mettersi insieme è la ricerca di sostegno e di aiuto in caso di bisogno. Si chiede agli uni di venire in soccorso degli altri con l’implicito impegno che questi ultimi si comporteranno nella stessa maniera quando se ne presenti l’occasione. Storicamente, tale forma di solidarietà collettiva ha qualificato l’intervento dello Stato, come entità chiamata a integrare e correggere limiti e fallimenti delle libere dinamiche economiche e a circoscrivere, in nome del bene comune, la spontanea espressione delle libertà individuali.

Si tratta di una sospensione delle regole dell’interesse individuale, che si realizza sulla base del principio “come tu a me così io a te”. È in base a questo vincolo o implicito patto di solidarietà “utilitaristica” che si sono sviluppati i regimi di welfare negli stati moderni.

Ora queste grandi esperienze storiche sembrano essere esaurite per una serie di motivi che vanno dalla crisi fiscale dello Stato al diffuso rifiuto della invadenza del pubblico che ha raggiunto, negli ultimi due decenni, livelli intollerabili di autogiustificazioni, da cui erano assenti preoccupazioni di efficienza e di onestà. La gente non ne può più di mantenere una politica che proclama il suo primato sulla società e sui valori etici, e vuole tornare alla normalità della vita. E, come è sotto gli occhi di tutti, non ha cessato di dirlo in tutti i modi.

D’altra parte, sono venute meno anche le condizioni per le quali i tradizionali gruppi si riconoscevano accomunati da una identica condizione sociale e operavano, conseguentemente, come soggetti unitari per il raggiungimento di obiettivi comuni.

La fine dell’utilitarismo

La società si è definitivamente frantumata e bisogni ed attese si esprimono oramai a livello individuale.

L’azione di solidarietà, pur non essendo scomparsa dal tessuto sociale, sembra seguire anch’essa la tendenza che vede dissolversi le impostazioni collettive. Anche quando è promossa da gruppi o associazioni, essa sembra assumere le caratteristiche dell’iniziativa individuale. La messa in opera di meccanismi e di sistemi di tutela viene ormai sostituita o da forme di autotutela e dall’aiuto espresso da una persona nei confronti di un’altra persone.

Se, con il ruolo dello Stato, tramontano anche i sistemi di solidarietà “utilitaristica”, non si attenua tuttavia l’esigenza e la domanda di quella forma di solidarietà che Pizzorno chiama “partecipativa” e che mira a rendere uguale per tutti l’appartenenza ad una determinata collettività. Si tratta di una sollecitazione che spinge a superare l’interesse degli individui o dei gruppi per riconoscere a tutti uguaglianza di diritti e per tutti il diritto a partecipare in egual misura dei beni e delle opportunità disponibili.

La destinazione universale dei beni e delle risorse della terra, proclamata dalla dottrina universale, è sempre più presente nella coscienza degli individui e dei popoli (gli atteggiamenti verso quanto succede in Somalia, in Bosnia, in Albania, ecc ne sono una viva testimonianza), tanto da indurre lo stesso Giovanni Paolo II ad affermare, non solo la legittimità, ma la necessità dell'”ingerenza umanitaria”.

La solidarietà viene definita da G.P. Cella come “un orientamento verso l’uguaglianza”. Come un valore non economico, ma che può indurre effetti economici (come ha effetti economici l’onestà del cittadino che paga le tasse), che spinge il soggetto a rinunciare a qualcosa in favore di un altro.

Nuovi riferimenti etici

È tuttavia un valore che richiede di essere ulteriormente qualificato perché anche all’interno di una associazione criminale (ad esempio, la camorra) si possono trovare forme di aiuto reciproco. Per individuare un’azione di solidarietà sono, pertanto, decisivi i riferimenti etici che la caratterizzano.

Quando tali riferimenti sono religiosi, allora essi si collegano alle stesse ragioni d’essere della persona e frequentemente tramutano l’azione solidale in un atto d’amore verso il prossimo.

In proposito, ricordiamo che Cristo fa dipendere la salvezza dall’esercizio di questo amore, anche inconscio (Matteo, 25); San Francesco d’Assisi giudicava un furto possedere qualcosa di più dell’ultimo degli uomini.

La solidarietà dunque comporta una rinuncia a parte del proprio potere di acquisto, del proprio potere contrattuale, del proprio potere intellettuale, anche del proprio potere religioso, del proprio potere tout-court, a favore di chi ne è sprovvisto.

In questo senso realizza l’unico regime veramente democratico possibile nelle società complesse, quale è la nostra. questa forma di solidarietà, infatti, si contrappone al costume – che tangentopoli ha messo in evidenza – di utilizzare il possesso di una forma di potere (religioso, politico, economico, culturale, ecc.) per impadronirsi anche delle altre. Questa forma di solidarietà, insomma, si contrappone al degrado della democrazia.

L’equa distribuzione dei diversi poteri, dunque, può costituire la nuova forma in cui si esprime la solidarietà collettiva, dopo i fallimenti del mercato e dello Stato.

Strutture da utilizzare per l’affermazione di questa nuova cultura della solidarietà possono essere le strutture intermedie tra il pubblico e il privato, che sempre più appaiono innervare la nostra società. È qui che, attraverso l’espandersi dell’azione solidale, si possono costruire nuovi rapporti economici e nuove realtà politiche, capaci di assumere istanze di uguaglianza e di partecipazione.

La solidarietà genuina deve cessare di rappresentare un atto distinto per diventare il modo di esprimersi di una società giusta e democratica.