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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Tra nostalgia e realtà: resta il filo rosso della vita

di Mora Lazzarini Mosé
“La vida, ese mìnino que es el màximo don de Dios”

Tra scali e soste, il viaggio di ritorno durò quasi un giorno. Dietro di me lasciavo tre anni e mezzo di vita, di storia, di contatti, di sofferenze, di gioie, di speranze… Quasi ventiquattro ore di pensieri intensi, ricordi, memoria dell’ultimo sorriso, dell’ultimo ballo… dell’ultimo pezzo di Perù che adesso porto dentro di me come un filo rosso che dà colore ai passi della storia e alla realtà che vivo qui in Italia.


Lima, le strade di gente

Lasciavo dietro di me Lima, la città caotica e sconvolgente, dove la gente vive e mangia per le strade a tutte le ore del giorno e della notte. Mi sono sempre chiesto da dove veniva tutta quella gente che cammina, che spinge, che mangia, che vende e che compra contemporaneamente. I bambini che fanno commercio, che lavano i vetri delle macchine ferme al semaforo, che lucidano le scarpe, che rubacchiano, che strillano e vendono giornali o qualsiasi altra merce…
Sembrava proprio che stesse nascendo una nuova cultura nella quale ho imparato a convivere: la cultura combi (termine che deriva dai piccoli pulmini che fanno da autobus: chi arriva prima guadagna di più. Con tal termine figurativo si può comprendere meglio la situazione caotica di Lima).
Non lasciavo solo Lima, ma anche i minatori della sierra, l’immensa puna della cordigliera andina, dove il silenzio e la natura ti facevano sentire appartenere all’infinito, la sabbia dei pueblos jovenes (letteralmente: i popoli giovani, le zone periferiche), e soprattutto un popolo che sento tanto mio.


Rientro a Milano

I miei pensieri e i miei sentimenti cercavano di trattenere gli ultimi attimi e, allo stesso tempo, far memoria attiva e politica degli ultimi che convertirono la mia vita.
Con tutto questo bagaglio di umanità arrivai a Milano. Ci fermammo a mangiare qualcosa dopo i calorosi saluti, gli abbracci e i sorrisi che raccoglievano tre anni e mezzo di assenza.
E fu proprio qui che cominciò l’impatto. Mi guardavo introno un po’ perso: self service, efficienza, cibo in quantità (bastava solo scegliere e pagare; non importa se poi non mangi tutto, qualcuno passerà a cestinerà senza lasciare traccia), e tanti, tanti telefoni cellulari. Mi chiesi che fenomeno o dipendenza accompagnasse tanta necessità di essere chiamati a qualsiasi ora. Tirai una breve conclusione, forse chissà un po’ azzardata: già stavo sentendo il prezzo di quella gratuità del condividere la mensa a cui mi ero abituato. Quel tempo speciale che chiamavo l’eucarestia del povero che dice: “Ho poco, però vieni che lo condividiamo e parliamo un po'”.
Sapevo e so di essere all’inizio di un nuovo inserimento e ne ho avuto la conferma poco tempo dopo. Ebbi la possibilità di essere accompagnato a dei grandi centri commerciali. Sono delle enormi città mercato, nelle quali puoi trovare tutto ciò che si desideri. Un giovane autore latinoamericano, descrivendo la realtà neoliberale, afferma che i nuovi luoghi sacri, i nuovi templi, sono i shopping center, dove qualsiasi persona può entrare (l’entrata è libera) e contemplare le ultime novità e si esce soddisfatti. Ci fermammo poco meno di un’ora… uscii stanco riconoscendo che ero stato bombardato da mille cose. Eh sì, pensavo tra me, se prima nei nostri paeselli la relazione tra venditore ed acquirente esisteva ancora, adesso tutto si è “cosificato” perché… basta pagare alla cassa.


Un nuovo impatto

Ed è così iniziato questo impatto con la mia vecchia società, che in questi ultimi anni ha galoppato nel processo neoliberale. Descrivere tutte le sensazioni sarebbe lavoro arduo e per questo mi soffermo su uno dei momenti nei quali ho sentito maggiormente il cambiamento.
Abituato a passare il Natale tra il caldo (quasi tropicale) e la festa della chiesa dei semplici, la notte del 24 dicembre, qui, in questo piccolo paese bresciano, si presentò mite e con ciel sereno. La gente riempì la chiesa, però non pensavo tanta freddezza, tanta tristezza, tanta abitudine. Vengo da una chiesa che, nonostante la sofferenza e la continua crocifissione, sa cercare la convivenza comunitaria del proprio cammino, della propria fede, dei propri beni… una chiesa (popolo di Dio) che, nonostante tutto, crede nel miracolo della gratuità del bambino Gesù, nato fuori dalla città di Gerusalemme, nato ai bordi della storia, ma nato uomo e riconosciuto da dei semplici pastori. Sarà semplice nostalgia? Sarà incapacità di riuscire ad assumere le conseguenze di appartenere originariamente a questo paese? Non credo.


Spostamenti

Credo piuttosto in ciò che ho visto e che ha convertito poco a poco certe mie visioni, come allo stesso tempo ha rafforzato certi modi di vivere. In tutto questo vedo scorrere sempre di più il filo rosso della vita… un filo che non si acquista per semplici spostamenti geografici, ma con una conversione che è anche sociologica, perché parte da uno spostamento mistico: cercare, come dicono i documenti di Puebla e le comunità della liberazione, il volto di Cristo oggi.
E oggi questo volto è sofferente, ma non vinto, perché è il volto dignitoso di coloro che credono che la vita si costruisce nella lotta per la vita e nella passione per il filo rosso della speranza.