Un muro in affitto

di Boselli Ilaria

Non è facile affrontare questo argomento e riuscire ad esprimere pensieri non banali né scontati, pensieri indenni dalla presunzione “dell’aver capito”; tanto meno è facile farlo in questi giorni di polemica durissima, e a volte strumentale, sugli immigrati.
Nel nostro ufficio Anolf di Parma, l’Africa passa, chiede, attende, a volte s’arrabbia. Sono uomini e tante donne; alcuni di loro sono entrati a far parte della mia vita privata in qualità di amici sinceri e gioiosi. Tuttavia so di non conoscerli, so di non poter comprendere con le mie mappe mentali i miti, i sogni, gli archetipi, le visioni del mondo che essi esprimono in svariati modi. Il rischio è quello di prendere “lucciole per lanterne” o, peggio, di non saper riconoscere le belle lanterne che possono rischiarare il buio del pregiudizio.

Stupore
Ho così optato per un atteggiamento di stupore, come unico approccio che apre all’altro, non lo dà per scontato e capta quanto di positivo c’è in lui, resistendo alla tentazione del giudizio classificante ed escludente. So che,se guardo all’altro con stupore, troverò sicuramente in lui qualcosa di nuovo, di interessante, di dinamico, di curioso, qualcosa che potrà dare energia nuova alla mia quotidianità e riempirmi di entusiasmo. Siamo tutti così poco capaci di entusiasmo!
Nel suo splendido Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Robert M. Pirsig sostiene che una delle minacce peggiori per l’entusiasmo è la rigidità dei valori, e dà un suggerimento: “Se vi capita di rimanere presi nella trappola della rigidità dei valori, dovete rallentare il vostro ritmo – tanto dovete rallentare comunque, vi piaccia o no – e percorrere un terreno che già conoscete per vedere se ciò che giudicavate importante lo era davvero e per… beh… guardare la macchina. Non c’è niente di male, in questo. Restate con lei per un po’. Guardatela come guardereste la lenza. E dopo un po’, sicuro come l’oro, qualcosa vi tirerà per la manica, un fatto minuscolo che vi chiede umilmente e timidamente se vi può interessare”. (Ed. Adelphi, pag. 300).
Non sempre mi riesce, e quasi mai mi riesce con facilità.

Un luogo per trovarsi
Gli africani a Parma sono tunisini, marocchini, algerini, senegalesi, avoriani, nigeriani, ganesi, somali… Ben poco hanno in comune tra loro e ben poco riescono a condividere. Soprattutto questo ha fatto sì che i tentativi di associazionismo fino ad ora portati avanti abbiano avuto assai poca fortuna, nonostante a volte si tenda a far ricadere tutta la colpa di tali fallimenti sull’Amministrazione comunale, sui sindacati e sulle associazioni di volontariato: ascoltare e accogliere l’altro nella sua diversità non è facile, per nessuno! E l’altro può essere percepito come “insopportabilmente diverso” nonostante abbia la pelle del mio stesso colore o sia musulmano tanto quanto lo sono io ma, ahimè, cucina il cous-cous in modo diverso dal mio ed inizia il Ramadan un giorno dopo me.
Da parte degli immigrati è molto sentita l’esigenza di avere una sede in cui ritrovarsi e discutere dei problemi comuni, progettare iniziative culturali che offrano loro l’occasione di farsi conoscere e di mantenere un contatto con le proprie radici. È un’aspirazione che va appoggiata e favorita con ogni mezzo a disposizione ma che spesso naufraga nell’attesa che “qualcuno” si faccia avanti a proporre un locale adeguato e gratuito. Solo di recente, qui a Parma, alcuni immigrati particolarmente motivati a costituirsi in associazione hanno prospettato la possibilità che gli immigrati stessi si autotassino e affittino una sede, a quel punto veramente “loro”. Ho chiesto di poter partecipare all’autotassazione perché so che, se un luogo tale esisterà, ne potrò fruire anch’io: per ascoltare, condividere, imparare. L’ho chiesto con la stessa convinzione e determinazione con cui, alcuni mesi fa, espressi la mia contrarietà a che si andasse dal Sindaco o dall’Assessore di turno a supplicare la “concessione”, peraltro assai improbabile, di una sede: insieme si suda e insieme si cresce.

Sognare il Ghana
Ci sono però dei muri contro i quali, credo, tutte le forze unite degli immigrati non possano nulla: il trovar casa è uno di questi. Sono i muri eretti dall’egoismo e dalla sete di guadagno, e qui sì, la colpa è tutta nostrana.
La situazione abitativa a Parma è, a dir poco, scandalosa. Affitti altissimi vengono chiesti per case fatiscenti, ex solai o cantine. Il desiderio, ormai sempre più frequente da parte dei lavoratori immigrati, di farsi raggiungere dalla famiglia si scontra drammaticamente con il problema casa: 800.000 lire, 1 milione di affitto al mese si portano via oltre la metà dello stipendio e resta ben poco per vivere. Nonostante tutto le mogli arrivano, i bambini colorano già i nostri asili e le nostre scuole. Tanti padri di famiglia ci supplicano di trovare “qualche ora” per la moglie: assistenza ad anziani, pulizie, qualsiasi cosa…
Ma noi siamo spesso impotenti di fronte a queste richieste perché il lavoro per le donne straniere è quasi esclusivamente di assistenza fissa a persone anziane, e presuppone la convivenza, escludendo quindi automaticamente le donne arrivate al seguito dei mariti.
I figli più grandi fanno qualche lavoretto fuori dall’orario scolastico e durante le vacanze. So di qualche padre che ha dovuto staccare la spina dello scaldabagno perché l’acqua calda costa troppo e lo stipendio non basta più… I suoi figli sognano il Ghana, quello bello, mitizzato, “dove almeno l’acqua calda non serve”.

 

Ilaria Boselli
Anolf Cisl – Parma