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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

A chi chiedere aiuto?

di Cifelli Adriano

Forse si muore oggi – senza morire.
Si spegne il fuoco al centro.
Sanguinano le bandiere. Generale è la resa.
Ciò che nasce ora crescerà in prigionia.
Reggete ancora porte invisibili dell’alleanza
bastioni di sereno. Puntellate il bene
che si sfalda in briciole in cartoni.
Il popolo è disperso. In seno ad ognuno cresce
il debole recinto della paura – la bestia
spaventosa.
A chi chiedere aiuto? È desolato deserto il
panorama.
Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui».
[Mariangela Gualtieri, da Bestia di gioia,
Einaudi 2010]

«Non è finita, non è finita
Può sembrare, ma la vita non è finita
Basta avere una memoria e una prospettiva
a prescindere dal tempo
Non è finita, non è finita
Nonostante tutto il male non è finita
Fino a quando ho una memoria e una
prospettiva
A prescindere dal tempo,
a prescindere da tutto
a prescindere da me».
[Niccolò Fabi, A prescindere da me]

«Venuta la sera, la barca era in mezzo al
mare ed egli solo a terra. Vedendoli però tutti
affaticati nel remare, poiché avevano il vento
contrario, già verso l’ultima parte della notte
andò verso di loro camminando sul mare, e
voleva oltrepassarli.
Essi, vedendolo camminare sul mare,
pensarono: “È un fantasma”, e cominciarono
a gridare, perché tutti lo avevano visto ed
erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse
loro la parola e disse: “Coraggio, sono io, non
temete!”. Quindi salì con loro sulla barca e il
vento cessò».
[Marco 6,47-51]

 

Andrà tutto bene?

«Passaggi, movimenti. C’è chi usa la parola crisi, altri la parola emergenza. Altri piangono sul passato che, si sa, non torna più. Non sempre le parole sono usate in senso proprio, succede poi che a forza di ripeterle si danno loro sensi nuovi, spesso depressivi» – così scriveva Giuseppe Stoppiglia nel 2011 in un articolo sul volontariato.
Anche allora si viveva una crisi, di tipo strettamente economico. Anche allora ci si interrogava. Molti dicevano che la crisi ci avrebbe cambiato e che non tutto viene per nuocere. E invece… le diseguaglianze sono aumentate e il corso della storia, almeno nel ricco occidente, sembra essere andato avanti senza troppe scosse. Solo teorie, solo ipotesi di decrescita felice, ma poi nulla. Le istituzioni sono di per sé impermeabili al cambiamento, ossessionate dal mantenimento del proprio potere e dello status quo. Non per le persone che quella crisi l’hanno vissuta sulla pelle, ha causato loro drammi e di certo ha lasciato strascichi dietro di sé.
Oggi torna la parola emergenza, dopo quella per la questione migratoria che ha tenuto in particolare l’Europa impegnata in un vergognoso, quanto inutile, scaricabarile di responsabilità, e si chiama emergenza sanitaria a causa della diffusione del coronavirus.
E le parole anche stavolta si sono sprecate. Ogni giorno. Parole spesso incapaci di dire davvero qualcosa che oltrepassasse l’arco temporale di un giorno. Riflessioni, teorie, opinioni, articoli. Di tutto e forse anche di più. Ma le parole, quelle vere, per spiegare quanto sta accadendo forse ci mancano. Forse è troppo presto per spiegare e capire. Anche i discepoli spesso, come attesta il vangelo, «non compresero».
Forse c’è un tempo per vivere e farsi domande più che darsi risposte. Gustarsi il tempo, anche quello che sembra vuoto e perso, infinito, fatto di giornate chiusi in casa.
Ma in che tempo stiamo vivendo? Come vincere la tentazione di guardare al passato o, peggio, di chiudere l’orizzonte del futuro in un cupo presente? Come e dove cercare parole vere, profezie per il tempo che viviamo, capaci di schiuderci il futuro, che si genera nel grembo del presente? Sì, perché siamo noi i gestatori, il grembo del futuro. Collaboratori di Dio.
Andrà tutto bene? Sì, ma non perché qualcuno, fosse anche Dio, rimette tutto in ordine, come quando la mamma rimette in ordine la stanza dopo che i bambini hanno giocato e lasciato tutto in disordine.
Che senso ha tutto questo? Forse la cosa più difficile è spiegarlo ai bambini, soprattutto con parole semplici. Per fortuna in questi giorni sono circondato da bambini che, con il loro sorriso, quasi ignari di quanto sta accadendo loro intorno, mi dicono che Dio non si è ancora stancato di noi. Penso a te, Maisha (in swahili significa vita): sei nata il 19 marzo, in un ospedale di Milano. La tua mamma, bella e giovane, dopo aver viaggiato dall’Africa all’Europa, è giunta in Italia. Ora è con te, piccolo fagottino di vita e sola.
Poi assieme avete varcato la porta della nostra Corte, il borgo solidale che Arché ha da poco messo in piedi per dare vita a un villaggio solidale. Proprio come naturalmente accade nella tua Africa, che forse un giorno conoscerai, quella terra dal profumo di sangue e vita, dolore, morte e tanta speranza.
Ti abbiamo accolta con la tua mamma, quasi un segno misterioso di quel Dio che viene, che ritorna sempre a visitarci a modo suo.
Se mi chiedevo dove fosse Dio in questi giorni di paura e dolore, ecco, tu sei la risposta.

Il contagio della gioia
Dio viene da sempre.
È venuto nella creazione della luce.
Ed è venuto di più in Adamo.
È venuto in Abramo,
Ma verrà di più in Mosè.
È venuto in Elia, ma verrà di più in Gesù.
Il Dio che viene procede col tempo,
con la storia si localizza
nella geografia del cosmo,
nella coscienza dell’uomo,
nella persona del cristo.
È venuto e deve ancora venire. 1

Così scriveva Carlo Carretto, profeta del nostro tempo. E io oggi dico che Dio è venuto e l’ho incontrato nei tuoi occhi, Maisha. Ti ho tenuta tra le mie braccia e… tremavo, perché sei troppo piccola e fragile. Un pugno di vita che freme. Cerchi costantemente il seno della tua mamma, che è quasi spaventata nel prendersi cura di te. Non sa come si fa. Ti guardo e penso cosa ti diranno fra qualche anno, quando sarai grande. Cosa leggerai di questi giorni che stiamo vivendo.
Io voglio dirti che sei venuta in un mondo che vive un tempo di passaggio e di cambiamento. Tu sei quasi un’eccezione, sai. Sei nata in una parte di mondo sempre più vecchia; rassegnata, e con le culle vuote. Il tuo sangue invece appartiene a una terra che ne versa tanto in guerre e in mare, verso l’avventura di terre nuove dove vivere.
Prima che nascessi abbiamo visto navi bloccate in mare e altri barconi affondare. Non vi volevamo qua. Ma si sa, non si può fermare il tempo o il vento. Tanti tuoi fratelli non ce l’hanno fatta. Oggi, invece di barconi, vediamo camion trasportare bare di giovani e anziani morti a causa di un virus. Un giorno, a scuola, imparerai cos’è. Ti dico che è invisibile. Ma fa tanto male. Sta cambiando tante cose. Almeno questa è la mia speranza.
Sta cambiando forse la percezione di ciò che è libertà. Essenzialità. Contatto umano.
Forse stiamo comprendendo – come già ho scritto e ora lo dico a te – che l’io senza il noi è morte. Che io senza te, cara Maisha, non sarei lo stesso. Che le frontiere esistono solo dove le mettiamo noi. E quelle del cuore sono le più pericolose. Che posso vivere con molto poco, ma non senza avere qualcuno che si prende cura di me e di te.
Sai, Maisha, la tua mamma e io siamo cristiani. Crediamo in un Dio che un giorno preciso nella storia è venuto nel mondo proprio come te. Nudo e inerme. Lo è anche oggi. Solo sulla Terra, a guardarci mentre smarriti abbiamo paura. Ci dice di non avere alcuna paura perché lui è lì a prendersi cura di tutti noi. E quando si ha paura, si stringe una mano, si cerca un posto dove stare al sicuro. Lui è questo: è un abbraccio sicuro e fermo, come quello del tuo papà, che presto consocerai. Chissà cosa vedono i tuoi occhi. Non lo so. Ma spero che un giorno vedranno qualcosa di più bello di quanto finora hanno visto i miei. Spero che vedrai davvero quel mondo che ora noi sogniamo, e che tutti insieme forse, possiamo provare. A costruire per te e per tutti i bimbi che nasceranno. Più pulito. Più giusto. Dove il contagio è dato dalla gioia. E dalla solidarietà più che da un virus.
Dove da ogni casa (sperando che tutti ne abbiano una) si aprano porte per far entrare più che per respingere. Maisha, spero che presto tu possa vedere e scoprire che questa avventura che hai appena iniziato, che chiamiamo vita, ne vale davvero la pena. Io ci provo. Anche per te.

Non c’è rotta che non abbia una stella

Non spaventarti. Non guardarti mai indietro. Cerca una strada e percorrila con chi ci sta, senza preoccuparti di chi sia. E da dove venga. Ascolta la potenza della vita che scorre nelle tue vene, scava nelle radici della tua storia e del tuo meraviglioso continente che è l’Africa, benedici sempre la terra che ti ha accolto.
A me piacciono molto le canzoni. Ascolto tanta musica, anche i canti della tua terra e le loro danze. Se stai in silenzio, senti ogni giorno la musica della vita. E ti dedico queste parole:

Non c’è voce che non sia la mia voce
Né ingiustizia di cui non porto l’offesa
Non c’è pace che non sia la mia pace
E non c’è guerra che non abbia una scusa
Non c’è figlio che non sia mio figlio
Né speranza di cui non sento il calore
Non c’è rotta che non abbia una stella
E non c’è amore che non invochi amore
Luce, luce dei miei occhi vestiti di seta
Lascia che ti guardi, dolce margherita
Prendi la tua strada e cerca le parole
Fa’ che non si perda tutto questo amore. 2

Fa’ che non si perda tutto questo amore. Fa’ che con te inizi questa nuova primavera. Quest’anno è arrivata proprio il giorno dopo che tu sei nata. Sarà un segno anche questo.
Custodirti con cura sarà forse la cosa più bella, come un cristallo, fragile ma prezioso.
Non so se ho capito molto della vita. Tutto ogni giorno per me è come nuovo e so che imparare è ciò che mi rende vivo.
Ti guardo e immagino quando un giorno mi dirai tu qualcosa di ciò che hai imparato. Se davvero, pur senza averti chiesto il per- messo, sei felice di essere venuta alla luce. Nascere è venire alla luce.
Lasciare un posto comodo. Attraversare il buio e respirare da soli.
Ogni giorno dovrai farlo. Ora sento la tua mamma che dice che dopo averti allattato è ora della nanna e così non posso che dirti:

Dormi che il futuro
ti aspetta alla finestra
e senza fretta
guarda dentro la tua stanza.
Io lo so
che lo farai meraviglioso
proprio come
stai sognando tu.

Ninna nanna
ninna nanna
ninna nà.

Quante cose avrei da dirti
quante cose ti dirò
quanti momenti per guardarti
mentre cresci
ogni giorno un po’
quante cose anch’io
da te imparerò. 3

Il futuro è adesso

Cara Maisha,
forse non leggerai mai questa lettera. È per te, ma anche per tutti quelli che, oggi, vivono soli e, pur nella paura, speranzosi che il tempo si dischiuda e ci riservi altre possibilità, che non tutto è finito, ma senza coraggio, visione, memoria e responsabilità non si va molto avanti. Serve memoria di ciò che siamo stati, senza retorica e nemmeno rancore ma, molto di più, serve prospettiva: dove vogliamo andare e come? che mondo lasceremo ai bambini che nascono oggi alla vita e cosa vogliamo che abbiano in eredità?
Non rubiamo loro il futuro: adesso è tutto quel che abbiamo per fare la nostra parte.

Adriano Cifelli
fondazione Arché, Milano

 

1Carlo Carretto, Il Dio che viene, Città Nuova, 1974.

2Fiorella Mannoia, Luce.

3Genrosso, Ninna Nà.