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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Camminare adagio verso una fontana è la salvezza del desiderio

di Stoppiglia Giuseppe

«Buon giorno», disse il piccolo principe.
«Buon giorno», disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate, che
calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla
settimana e non si sentiva più il bisogno di
bere. «Perché vendi questa roba?», chiese il
principe. «È una grossa economia di tempo»,
rispose il mercante. «Gli esperti hanno fatto
dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré
minuti alla settimana». «E che cosa se ne fa di
questi cinquantatré minuti?». «Se ne fa quel
che si vuole…».
«Io – si disse il principe – se avessi
cinquantatré minuti da spendere, camminerei
adagio adagio verso una fontana…».
dal Piccolo principe
di Antoine de Saint-Exupéry

La cura dei figli

Conosco Brigida da molto tempo. Proviene dalla Romania. La incontro spesso sulla strada che mi porta sotto casa, con i suoi 4 figli: due bambini di 8 e 6 anni, una bambina di 4 anni e l’ultimo sul passeggino di appena 18 mesi. Entrando in confidenza, mi resi conto della sua situazione reale. Abitava in una casa dismessa, più una baracca che una casa, bisognosa di essere riparata. Il marito era in carcere e tutta la cura dei figli gravava sulle sue spalle. Non avendo mezzi di sussistenza, il suo lavoro era quello di chiedere aiuto, con molta dignità, passando dalle associazioni (Caritas, Macondo, parrocchie, ecc.) alle singole persone. Ho cercato di rispondere, nel limite delle mie possibilità, ai bisogni immediati dei figli. Tra noi si è instaurata subito la fiducia, una sorta di empatia, nel rispetto reciproco. Mi sono accorto che, nonostante la precarietà, se aveva qualcosa prima la destinava ai figli e poi a sé stessa. Tale situazione naturalmente le pesava moltissimo e passava momenti di abbattimento e di sconforto. Nella scorsa estate, con le poche risorse che avevamo raccolto, ci è sembrato prioritario far riparare il tetto della casa (faceva acqua ovunque). Un lavoro che richiedeva una settimana, o poco più, ha richiesto mesi, perché la persona che doveva occuparsi dei lavori un giorno veniva e poi si dava malato o si occupava di altre case da sistemare.

L’incidente e la paura

Lo scorso 2 gennaio, il figlio maggiore ha raccolto un fuoco d’artificio che gli è esploso inavvertitamente in mano, danneggiandogli gravemente un dito. È stato portato e curato al san Bortolo di Vicenza e medicato periodicamente secondo le istruzioni del medico. Questo incidente ha avuto una ripercussione preoccupante, perché il medico del pronto soccorso ha fatto una relazione agli assistenti sociali dell’ospedale, per cui è stata programmata una visita domiciliare. La cosa ha provocato spavento e ansia alla madre e ai figli, per il timore, ingiustificato, che gli assistenti sociali potessero sottrarre i bambini alla madre. Nello stesso tempo sollecitavo la madre a rendere più accogliente la sua casa.

La festa del desiderio

Due settimane fa la visita delle assistenti sociali ha dato esiti rassicuranti. La mia sorpresa è stata, al mattino prima della visita, di trovare la casa/baracca completamente trasformata in due giorni di lavoro della madre. Lo spazio antistante ripulito completamente, leggere tendine colorate alle finestre dell’entrata, un tavolo per gli incontri, il grande spazio interno diviso da una parete leggera in legno, con un letto grande per i più piccoli e, nella stanza adiacente, un lettino per i due maschi, con le pareti colorate di rosa. Tutto dava l’impressione di «casa», abitabile secondo lo stile dei paesi orientali, con tappeti e divani raccolti e ripuliti. Forse il timore di perdere i figli aveva messo in moto le energie della madre, in un tentativo di riscatto e di dignità. Certo i suoi problemi di sopravvivenza non erano risolti, ma il miracolo è stato reso possibile dall’aiuto e dal sostegno di coloro che le sono stati vicini, soprattutto negli ultimi due anni. E abbiamo celebrato la festa del desiderio. Che valore diamo e che posto ha il desiderio nella nostra vita?

Al pozzo di Sicar

Gesù stesso, nei vangeli, esprime il desidero di incontrare la samaritana al pozzo di Sicar. Fa una deviazione di strade; quando si devia per un’altra strada, volutamente nella scelta si nasconde un desiderio. Il desiderio di Gesù viene prima del desiderio della donna.

Lei fa domande sull’identità di quello straniero, fuori dal comune, che a sua volta avanza domande sulla sua vita di donna, sulle sue storie d’amore. Storie che raccontano un desiderio vero di acqua profonda o semplicemente un capriccio passeggero? L’acqua del pozzo la bevi e devi ritornare a riprenderla ed è l’insoddisfazione della precarietà. Lo straniero ha chiamato la sua l’acqua che zampilla sempre, per la vita eterna, quindi la sua funzione non cessa nell’atto di calmare la sete del momento. Lo straniero la chiama adorazione in spirito e verità. È inesauribile.

Se la religione si riduce alla questione di un monte, o di un rito, di un dogma o di altro, non è forse ridotta a servizio passeggero di protezione e di consumo? O invece nella religione c’è dell’altro?

C’è una dimensione di intimità. Lui aveva solo guardato la donna negli occhi e le aveva letto nel cuore un altro desiderio. Lui era uno che sognava e guardava avanti. Bisogna avere i suoi occhi per chiedersi se non sia il suo (di lei) un desiderio altro, che significa: non chiudere l’orizzonte, credere negli incontri.

Si parte da poco, magari da un pretesto. Si parte dal fatto che uno straniero non possiede niente con cui attingere l’acqua del pozzo, ma poi, di parola in parola, ti accorgi, da come ti guarda, che in qualche modo tu gli appartieni e assisti a uno scavo e ti accorgi che l’acqua sta gorgogliando in te.

La fede libera, la devozione rassicura

Alla fede, perciò, appartiene l’immagine del desiderio, dell’incontro e non quello di una cascata di precetti. Basta pensare alla noia di una Chiesa che si avvita sulle condanne, sui giudizi e dimentica di sognare come faceva Gesù. Che tristezza ridurre la fede a devozione, che divide e frena, anziché riconoscere il desiderio e dilatarlo!

In tutto il mondo, oggi, ci troviamo con solidi muri di pietra o di filo spinato, vigilati dagli uomini e dalla tecnologia. La globalizzazione dei mercati, regolati dal profitto più che dalla volontà dei popoli, le guerre di interessi coltivati all’ombra della devozione e della religione patria, hanno avviato migrazioni di esseri umani con numeri a crescita esponenziale, modificando le convivenze, spargendo disagio e una percezione dolorosa di insicurezza.

Il muro di Berlino, simbolo di ogni ottusa separatezza, era stato abbattuto, ne restavano allora altri 15 da smantellare per un mondo sognato libero e cosmopolita. Ora ce ne sono 70, in aumento, per dividere e arginare, per frustrare speranze e illusioni di una comune appartenenza al genere umano.

Muri resi noti dalla cronaca senza indignazione e persino osannati, muri sconosciuti eppure dolenti; muri nel deserto e muri tra le case; muri reali e muri virtuali, della mente e del cuore, trapiantati nel genoma delle generazioni perché non se ne perda la memoria e resti saldo il timore della libertà, che fa paura, senza confini e senza manuali per l’uso.

Il muro della religione patria

Il muro non è l’uscio di casa a salvaguardia della privacy e dell’intimità, ma è una difesa ostile e armata, è separazione, crea identità fra chi sta dentro e chi sta fuori, tra noi e gli altri, sempre stranieri, sempre diversi e sempre nemici. Chi lo alza protegge la propria superiorità fisica, di genere, sociale, nazionale e internazionale, di denaro, di cultura e di religione. Anche internet, la rete universale, innalza i suoi muri: tra le informazioni, quelle da conoscere e quelle da oscurare, quelle del mi piace che le invera e quelle del pollice verso che le ostracizza, sotto il vigile controllo di algoritmi scritti da un pugno di imprese che definiscono a priori anche il percorso sicuro dei desideri e le tendenze dei nuovi cittadini dell’era digitale, quei netizen sparpagliati in variegati gruppi social, ben decisi a chiudere le porte a chi non condivide bandiere, gusti e insulti.

Cadute le ideologie di tradizione, confusa la distinzione fra sinistra e destra, disorientata dagli esodi etnici e culturali, resa fragile dalla crisi economica e dalle incursioni del terrorismo, la politica del mondo grasso in cerca di consenso, sventola il vessillo della chiusura, rispolvera vecchi nazionalismi, ne fa identità e li suggella con i segni esclusivi della religione patria.

La direzione ostinata e contraria della misericordia

Queste radici, dichiarate cristiane e base dei valori europei e occidentali in genere, non affondano però nella misericordia implorata da Francesco, papa, non si connettono all’evangelo, che non è confessione religiosa identitaria ed escludente, forse non è neppure una religione, ma di certo è sapienza antropologica e per questo universalmente umana, rivolta ugualmente a chi sta dentro e a chi sta fuori.

Dal modo in cui sapremo trattarci gli uni gli altri per coabitare il mondo dipenderà il bene comune e il futuro di tutti e la generazione dei millennials dovrà scegliere se barricarsi nella nostalgia di un passato non ripristinabile o insistere con coraggio nell’aprirsi al futuro, in direzione ostinata e contraria ai venti di questo difficile momento della nostra storia per immaginare sintesi alternative alla logica dei muri.