Egitto

di Ferrero Elisa

Tutti conoscono l’Egitto, la terra dei faraoni. Pochi, invece, conoscono la sua grande ricchezza culturale e storica che, attingendo a innumerevoli fonti, ha plasmato nei secoli l’identità dei suoi abitanti. L’attualità, con la rivoluzione del 25 gennaio, ha riportato l’Egitto all’attenzione del mondo, ma pur essendo una delle mete turistiche più amate, è in realtà scarsamente conosciuto nei suoi aspetti più profondi.

L’Egitto, grande tre volte l’Italia, è una vasta distesa desertica, tagliata, da sud a nord, da una stretta striscia d’acqua, dalla quale, ancora oggi, dipende la sopravvivenza dell’intero paese: il Nilo. A nord, dove si getta nel mare, il fiume si apre a ventaglio formando il fertile delta. L’Egitto, in sostanza, è questo: la valle del Nilo, il delta e alcune oasi disseminate nel deserto, le uniche zone verdeggianti del paese. Il restante 90% del territorio è desertico. Nelle zone verdi si ammassano circa ottanta milioni di abitanti, ventitré dei quali sono concentrati al Cairo, uno dei luoghi a più alta densità umana di tutto il pianeta. L’Egitto, infatti, è il paese arabo più popoloso.

Dimensione egiziana

Il carattere peculiare della «egizianità» è ben descritto dallo scrittore Milad Hanna nel suo libro I sette pilastri dell’identità egiziana, dal quale prenderò spunto. I pilastri di cui parla Hanna sono quegli elementi fondamentali che hanno modellato l’identità egiziana, sia a livello collettivo, sia a livello individuale. Tre di questi hanno carattere geografico: il mondo arabo, il Mediterraneo, l’Africa. Gli altri quattro hanno carattere storico: l’era dei faraoni, la civiltà greco-romana, il cristianesimo e l’islam.

Araba, mediterranea, africana

Geograficamente parlando, l’Egitto si situa al cuore del mondo arabo, a metà strada tra il maghreb e il mashreq. Gli arabi hanno da sempre riconosciuto all’Egitto il ruolo di leader, soprattutto negli anni Cinquanta, con Nasser e l’ideologia panaraba. Il fatto che il Segretario Generale della Lega Araba, con sede al Cairo, sia sempre stato un egiziano è un altro indizio della storica leadership egiziana. Ma tale leadership, in parte dovuta al peso demografico dell’Egitto, va ben oltre la politica, abbracciando anche il piano culturale. In letteratura, Naguib Mahfuz è stato l’unico scrittore arabo a vincere il premio Nobel nel 1988 e l’élite intellettuale egiziana, probabilmente, è numerosa quanto l’intera popolazione del Libano. L’Egitto ha anche una consolidata tradizione cinematografica, nata con il cinema stesso, tanto che il Cairo è chiamata la «Hollywood d’Oriente», mentre le telenovele egiziane del mese di Ramadan invadono ogni anno le case dei paesi arabi. E come non ricordare Umm Kulthum, la grande cantante egiziana di re Farouk e di Nasser, che è divenuta un’icona inimitabile per tutto il mondo arabo? Questa egemonia culturale ha infine fatto sì che il dialetto egiziano si diffondesse e fosse compreso in tutti i paesi arabi, mentre non è vero il contrario.

Indubbiamente, l’Egitto è anche un paese mediterraneo. Alessandria, città di circa quattro milioni di abitanti, è stata la residenza di comunità italiane e greche numerose. Esistono tante parole italiane che sono penetrate nel dialetto egiziano. Ad esempio «robavecchia», la parola che i robivecchi ambulanti, in passato principalmente immigrati italiani, gridano ancora oggi nei quartieri egiziani. Fu il grande pensatore Taha Hussein il massimo teorico dell’identità mediterranea dell’Egitto, ma per convincersi della sua mediterraneità basterebbe leggere il romanzo «Miramar» di Mahfuz, ambientato ad Alessandria.

Se la testa dell’Egitto sta nel Mediterraneo, i suoi piedi tuttavia affondano nell’Africa, attraverso la regione meridionale della Nubia, anello di congiunzione con l’Africa nera. Il legame con l’Africa è apparso recentemente, in tutta la sua forza, nella crisi con i paesi del bacino del Nilo (Etiopia, Kenya, Uganda, ecc.) che hanno deciso unilateralmente di ridurre la quota d’acqua destinata a Egitto e Sudan, con il rischio di comprometterne seriamente le risorse idriche.

Radici culturali antiche e profonde

La dimensione più nota dell’Egitto, tuttavia, è quella legata alla storia faraonica. Gli egiziani sono profondamente orgogliosi del loro passato, tanto che, nel bel mezzo delle rivolte, alcuni manifestanti hanno difeso con i propri corpi il famoso museo egizio del Cairo, il quale, senza tale scudo, avrebbe forse subito un saccheggio ben peggiore. Dall’epoca dei faraoni derivano il profondo attaccamento degli egiziani alla propria terra, dono del Nilo, e il carattere conservatore della società egiziana, tipico di una cultura contadina. L’agricoltura occupa ancora un posto di primaria importanza nel paese, tanto che esiste una quota in Parlamento riservata ai contadini che nemmeno la rivoluzione è riuscita a cancellare.

La cultura greco-romana è un’altra delle radici dell’Egitto, visibile ad esempio nei nomi di tante località: Heliopolis, Menfi, Tebe, ecc. Alessandria, fondata da Alessandro Magno e sede della famosa biblioteca, ha dato i natali a Cleopatra ed è stata teatro delle avventure di Antonio e Giulio Cesare, come tutti ben sanno. Ancora oggi, la moderna porta d’accesso alla città accoglie il visitatore con una scritta di benvenuto in greco. Ma altre tracce del passaggio di greci e romani si trovano nell’oasi del Fayyum, non lontano dal Cairo, e ancora più a sud, un po’ su tutto il territorio.

Per oltre sei secoli, tuttavia, l’Egitto è stato cristiano. Anche dopo la conquista islamica, nel 639 d.C., ci sono voluti centinaia di anni prima che l’islam prendesse il sopravvento. I copti, oggi, sono circa il 10% della popolazione egiziana, la minoranza cristiana più numerosa in Medio Oriente. L’antichissima chiesa copta egiziana, che fa risalire la sua origine alla predicazione di S. Marco Evangelista, ha dato origine al monachesimo, fiorito nel cuore del deserto. Molti copti si sentono i diretti discendenti degli antichi egizi, da cui avrebbero derivato, tra l’altro, la lingua e molte melodie, utilizzate oggi nelle festività pasquali. Alessandria, come è noto, è stata anche uno dei centri più importanti della teologia cristiana dei primi secoli.

Con il 90% di popolazione musulmana sunnita, l’Egitto è un leader anche nel mondo islamico, ruolo garantitogli dalla presenza al Cairo dell’Università di al-Azhar, principale centro di studi religiosi islamici, fondato nel X sec. d.C. L’Egitto, inoltre, da sempre grande laboratorio di pensiero, è stato la culla sia del riformismo islamico, sia del fondamentalismo, con la nascita dei Fratelli Musulmani nel 1928.

Il sovrapporsi di queste dimensioni culturali, assieme alla fissità dei confini del paese, immutati fin dai tempi antichi, ha contribuito a sviluppare negli egiziani una forte identità e un grande senso di unità nazionale, pur nelle differenze. Oggi, questa unità è minacciata da forze che spingono verso il conflitto religioso, ma la società egiziana sta resistendo con tenacia proprio grazie a questa enorme ricchezza e varietà culturale, radicata nella storia e nella geografia, che consente loro di affermare, prima di ogni altra cosa, «siamo egiziani».

Elisa Ferrero, traduttrice, studiosa del mondo arabo