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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il fattore «c» e i 40 ladroni

di Rinaldi Raffaele

Per conoscere il mondo bisogna studiare e viaggiare. Ma nella vita può capitare che una telefonata come quella che ho ricevuto possa rompere l’involucro dell’ignoranza e aprire delle crepe negli stereotipi induriti dalla pigrizia: «Eccoli! Eccoli! Stanno arrivando… l’autobus sta entrando al pronto soccorso sul lato di Corso Giovecca! Ciao, scusami, devo proprio andare, ciao ciao… devo andare, ti richiamo tra pochissimo!». Si interrompe così, tronca e frettolosa, la telefonata tra me e la responsabile accoglienza profughi: Francesca mi tiene aggiornato sull’arrivo dei 40 profughi, attesi già per il giorno prima. L’imponente macchina tecnico-burocratica-logistica ne rimandava di continuo l’arrivo inviando ordini e contrordini telegrafici ai referenti ferraresi. Ma, finalmente, sono tutti pronti a riceverli nella sala «0» dell’ex Ospedale S. Anna, la moderna «Ellis Island» ferrarese: personale del servizio sociale, prefettura, questura, mediatori, medici, infermieri, operatori delle case di accoglienza, giornalisti, cameramen e affini… più un imbucato alla macchinetta del caffè.

Dopo 4 ore, richiama Francesca: «Ciao Raf, scusami, ma hanno appena terminato le visite mediche e ora stanno mangiando. Li hanno divisi in gruppi per nazionalità. Noi ospiteremo i ragazzi che provengono dal Mali, sono 12 tra i 18 e i 27 anni!».

«Ah, i malesi!» dico frettolosamente, facendo la gaffe.

«No, non provengono dalla Malesia, ma dal Mali».

«Ah, ho capito, allora sono mal… mal…».

«Scusami, scusami, devo chiudere, ci sentiamo tra pochissimo…».

L’Africa sconosciuta

Il Mali. Non riuscivo a ricordare bene in quale zona dell’Africa si trovasse. In effetti penso all’Africa sempre e solo come un indistinto monoblocco continentale. Eppure me la cavavo bene in geografia, soprattutto sapevo tutte – o quasi – le capitali del mondo. Con le bandiere poi ero imbattibile, mi aiutava la collezione dei tappi dei succhi di frutta Yoga. Quelli della mia generazione sanno bene di cosa parlo. Vado a fare ricerca e scopro che il Mali si trova nell’Africa occidentale a sud dell’Algeria, ex colonia francese (e ti pareva!), indipendente dal 1960 e da allora si sono alternati periodi di stabilità e colpi di stato fino ad arrivare alla guerra civile scatenata nel 2012 da un gruppo fondamentalista islamico che vuole prendere il controllo del nord del paese. Guerra civile in corso? Non lo sapevo. Che ignorante che sono!

Chissà quante ce ne sono di guerre, silenziose e oscurate, in giro per l’Africa e nel mondo! Perché se una guerra non viene raccontata al TG o sul giornale è come se non esistesse. Conosciamo solo quelle dove dobbiamo «assolutamente» esportare la democrazia e la libertà, perché – dovete sapere che – in alcuni Paesi i diritti umani spendono di più soprattutto vicino ai pozzi di petrolio, alle miniere di Coltan o di diamanti, o a qualsiasi altra fonte di risorsa energetica o ricchezza.

Ma del Mali, non ne sapevo proprio niente.

Non uomini, ma ladri

Dopo un paio d’ore: «Ciao Raf, abbiamo finito. Adesso i ragazzi li portiamo nel centro di accoglienza a San Vito, e domani cominciamo…».

La curiosità è tanta, e la voglia di conoscere questi ragazzi ritarda il sonno. Il giorno dopo leggo i primi articoli e visito le testate on-line corredate di commenti, molti dei quali sputano veleno e odio contro questi nuovi «ladri» che verrebbero a rubare i soldi delle nostre tasse per essere mantenuti, il nostro lavoro, la nostra identità. Non poveri, non profughi, non uomini, ma ladri! O potenziali delinquenti, ben che vada.

Ma si sa. On-line dove si ha la possibilità di mascherarsi – come nel mito di Gige con l’anello magico che rende invisibili – si dà il peggio. È una cloaca mediatica dove ognuno può sfogare tutte le sue frustrazioni, dove il linciaggio dell’ignoranza sulla ragione è condiviso e incoraggiato, dove puoi urlare e condannare dietro lo schermo del nickname senza dover rendere conto a nessuno.

Durante il tragitto in macchina verso S. Vito – una pieve a pochi km. da Ferrara – sono silenzioso, quei commenti mi pizzicano ancora mentre penso al discorso di benvenuto. Benvenuti in quest’altro deserto, in quest’altro mare che dovrete attraversare con coraggio. Ecco, mi dico, devo sviluppare questo messaggio.

Arrivati, lascio parlare Jean Bosco – il nostro operatore francofono -, africano anche lui, e soprattutto ex profugo. Arringa davanti a sé tutti i ragazzi che stavano preparando il pranzo. Affronta il suo discorso stando in piedi – e con molto trasporto – perché conosce bene le sofferenze di quei ragazzi, sa cosa li aspetta, sa cosa devono fare e non devono fare. Le parole che usa spesso sono courage e intégration.

Nessun merito, solo privilegio

Nel frattempo io, unico bianco del gruppo, mentre sprofondo in una poltrona sdrucita in ecopelle raccattata chissà dove, osservo quei volti che – pur giovani – hanno vissuto già cento vite, scruto quelle espressioni attente e curiose, solcate dal sole e dal sale, e penso a come sia misteriosa la vita. Chissà come sarebbe stata la mia esistenza se fossi nato in Mali con genitori, amici e parenti musulmani, se avessi avuto per anni e anni davanti agli occhi guerre, colpi di stato, se fossi vissuto sempre con la paura di essere ammazzato perché appartengo a un’etnia piuttosto che a un’altra, se avessi avuto i francesi come ex padroni, chissà cosa avrei fatto davanti alla possibilità di andare altrove. Magari oggi sarei in mezzo a loro, di fronte alla poltrona dove sono seduto.

È proprio qui il punto. È proprio una questione di fattore «C»: sono seduto qui senza alcun merito o scelta. Perché sono qui e non di fronte a me?

Alla risposta probabilmente non ci arriverò mai, ma cambia la prospettiva. il punto di vista diventa uno sguardo etico. La diversità geografica non può mettere confini alla voglia di vivere, perché vivere è un diritto universale ed esigibile per decreto divino. Il «tòrnatene a casa tua» non può essere detto se bombardo la casa dell’altro, non posso chiamare ladro colui al quale ho depredato la terra per secoli, non posso chiamare invasore chi ha subito la schiavitù con la deportazione in catene e l’apartheid perché ritenuto inferiore, non posso dirmi cristiano se voto una legge che crea clandestini (anche Cristo emigrò per fuggire dall’ira di Erode), non posso sentirmi umano se mi giro dall’altra parte mentre la barca affonda con donne e bambini. La terra non è di qualcuno, non è di tutti. Ma mi chiedo ancora su cosa fondare una fratellanza universale.

Ecco la nostra civiltà, si, proprio quella che vogliamo esportare con gli F 35. Quella civiltà che ci ha convinto di aver saputo creare benessere, in realtà ha saputo rubare a ¾ di mondo per darne benefici a ¼ di mondo.

Il racconto e l’abbraccio

Jean Bosco mi riporta alla realtà, passandomi la parola. Ma preferisco chiedere del viaggio. Uno dei ragazzi mi racconta la loro odissea: l’attraversamento del deserto dove alcuni tratti sono cimiteri a cielo aperto, il continuo pericolo dei predoni, l’arrivo in Libia dove è facile essere pestati a sangue perché scambiati come ex mercenari di Gheddafi, e tre notti in mare l’ultima delle quali poteva essere proprio l’ultima. Infatti sul barcone scoppiò una lite furibonda durante la quale si danneggiò rovinosamente la barca, tanto che cominciò a imbarcare acqua. La paura mutò presto in disperazione tra le tenebre di quella notte. Cominciarono allora a puntare al cielo i telefonini illuminati, e così furono notati da una nave filippina e portati a Lampedusa. «Cosa avete provato appena arrivati a Lampedusa?».

«Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero nudo e mi avete vestito, ero stremato e mi avete fatto riposare…».

Ci guardiamo io e Jean Bosco e gli sorridiamo. Detto da un musulmano ha un effetto dirompente. Ecco, abbiamo trovato – forse – su quale prospettiva fondare una fratellanza universale.

Salutiamo e stiamo per andare via, quando una mano mi afferra il braccio e mi trattiene. È il più anziano del gruppo, ha circa trent’anni ma già con barba e capelli infarinati, e mi dice: «Che Allah ti ripaghi di tutto!».

«Se proprio deve, che lo faccia il più tardi possibile!».

Un abbraccio mi stritola con tutta la forza del mare e del deserto.

Inshallah, fratelli miei.

Raffaele Rinaldi
responsabile dell’Associazione viale K di Ferrara,
contro l’emarginazione e la povertà estrema,
referente locale degli Avvocati di strada