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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Un’altra Grecia

di Alfier Cecilia

17 luglio 2016. Al campo profughi di Katsika (Grecia) sono state appese due nuove carte geografiche, una folla di ragazzini ci fa capannello intorno, chiedendo ai volontari dove sono l’Inghilterra, la Germania, la Svezia, perché è lì che hanno degli amici, dei parenti, una possibilità di farcela.

A scuola ho sempre detestato la geografia, era solo un susseguirsi di parole inutili, era molto meglio la storia, con le battaglie e i re. Detestavo geografia, prima di sapere quale fosse il suo potere. Al campo in Grecia stazionano 940 persone in attesa dell’apertura delle frontiere, che non avverrà certo in tempi brevi. Di questi, almeno trecento sono minorenni, molti sono anche falsi minorenni, perché loro stessi hanno scoperto che ci sono tutele maggiori per gli under 18, o perché il governo della Siria (dalla quale molti provengono) non li ha ancora registrati come diciottenni. Tutele o no, la loro situazione è delicata, la loro doveva essere una sistemazione provvisoria, ma tutto sembra essere passato da «guerra lampo» a «guerra di logoramento in trincea».

Dopo la strage di Nizza, l’equivalenza profughi = terroristi si è rafforzata. Anche Erdog˘an s’è rafforzato dopo il fallito (finto?) colpo di Stato, ora la sua figura getta un’ombra sempre più minacciosa sugli «abitanti» di Katsika. Nessuno di loro si augura di tornare indietro, in Turchia. Quindi aspettano. Forse aspettano Godot. Di certo, aspettano di ottenere lo status di rifugiati. Sono siriani, palestinesi, iracheni, azeri, afgani, sì proprio in quest’ordine gerarchico. Per ultimi, gli yazidi che si sono trasferiti da Katsika in una grande casa. Si sono sistemati in 250 in 16 stanze e un porticato. Gli yazidi sembrano un popolo senza speranza da sempre (quest’estate ancora di più), vivono per lo più in Kurdistan, ma non sono musulmani. Sono trattati male ovunque. Me lo racconta la mia amica Stefania, che gentilmente ha accettato di farmi leggere il suo «diario di bordo», appunti di una vacanza particolare. Quest’estate lei e il compagno Gigi hanno deciso di non fare solamente del turismo «tradizionale», ma si sono offerti come volontari nel campo, nel momento più caldo di luglio. Stefania sembra stupita del fatto che esista una gerarchia anche fra chi conta quasi niente come un rifugiato. Le gerarchie esistono sempre, forse quelle fra poveri sono le peggiori.

In molti hanno avuto la stessa idea di Stefania e Gigi. I volontari estivi sono anche troppi, una cinquantina nella seconda metà di luglio, ci sono due organizzazioni non governative spagnole, una svizzera e qualche singolo «avventuriero», anche qualche insegnante, come Stefania. Per lo più organizzano laboratori, teatro, danza, canto… C’è una scuola, messa su dai volontari e ora autogestita dalla comunità cui gli stessi volontari forniscono insegnanti di inglese e tedesco. Aiutano a tenere le tende in ordine o cercano case in affitto per farci dormire gli ospiti del campo. Certi giorni è più facile che in altri, certi giorni in cui le ragazze si divertono e i maschietti non disturbano. Intorno alle otto di sera, nei giorni d’estate, si sente una musica swing: è l’attività di danza per donne, organizzata da Deedee, una ragazza del gruppo svedese. Da come te la raccontano i giornali sembra che i profughi stiano tutto il giorno a picchiarsi fra loro e a creare problemi ai locali. Invece ci sono anche cose come il ballo, il canto, il gioco, la scuola. Arrivano spesso camionette di greci a vendere prodotti agli aspiranti rifugiati. Questo non significa che sia una situazione idilliaca, al contrario. Lo sa bene Mohammed, 18 anni appena compiuti, scappato dalla Siria e dall’Iraq. Voleva andare a studiare fisica in Finlandia. Adesso, invece, vuole solo andarsene da Katsika. È un anno ormai che Mohammed gioca a «Chi vuol essere rifugiato?», un reality senza vincitori, in stile Hunger Games.

Rimando chi fosse interessato ad avere un’idea di come funziona un campo profughi al sito www. distantisaluti.com, dove il volontario Giovanni Fontana si racconta. Scrive Giovanni: «Ci fidiamo dei «si dice» senza conoscere le storie e i fatti reali. Facciamo discorsi da bar, senza sapere quello di cui stiamo parlando; capita un attentato e pensiamo di essere in guerra, quando invece la guerra la andiamo a fare altrove, con le bombe ben lontane da casa nostra».