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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Nigeria

di Comitato di Redazione

La Nigeria ha una superficie di 924.000 kmq, pari a tre volte quella dell’Italia. Ha una popolazione di 182 milioni di abitanti, equamente divisi tra cristiani e musulmani. Il reddito pro capite annuo è pari a 2.743 dollari statunitensi. Le città principali sono Lagos, capitale fino al 1991, e Abuja, attuale capitale.

Un’economia travolta dalle contraddizioni

La Nigeria paga il prezzo dell’assenza di diversificazione produttiva. La sua economia è basata esclusivamente sullo sfruttamento del petrolio, di cui è il sesto produttore mondiale e il primo produttore africano. I proventi dell’estrazione di greggio, destinato prevalentemente al mercato statunitense, non hanno però portato vantaggi alla popolazione a causa dell’inadeguata distribuzione della ricchezza frutto dell’oro nero, che rimane esclusivamente nelle mani dei funzionari governativi. I nigeriani non hanno nemmeno benzina a basso costo, dato che il paese, esportatore di greggio, dipende dall’estero per gli approvvigionamenti di carburante. Ingentissime sono anche le riserve di gas naturale, ancora non sfruttate. L’agricoltura, un tempo florida, con grossi «surplus» destinati all’esportazione, oggi è ridotta a livelli di pura sussistenza e non riesce a fronteggiare i bisogni alimentari della popolazione, risolti con importazioni dall’estero. Ciò aggrava un debito estero già pesante (30 miliardi di euro), per ripagare il quale il governo ha accettato, nel 2000, ulteriori prestiti dal Fondo Monetario Internazionale, vincolati a riforme economiche (privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica), incompatibili con le esigenze sociali della repubblica. Scarsi risultati ha dato finora l’accordo di cooperazione economica, il NEPAD (Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell’Africa), lanciato nel 2001 dal presidente Obasanjo insieme ad Algeria, Sud Africa e Senegal.

Una storia complessa e conflittuale

Già molto prima della dominazione coloniale, le varie popolazioni della Nigeria avevano stabilito delle forme di governo proprie e ogni distinta etnia possedeva un modello di organizzazione distinto. Gli Hausa-Fulani, gli Yoruba e gli Igbo possedevano dei veri e propri sistemi politici, che li differenziavano profondamente tra di loro. L’entità che oggi conosciamo come Nigeria fu costituita nel 1914, quando, protettorato britannico, fu divisa, per ragioni amministrative, in quattro unità principali. Da quel momento in poi la storia della nazione è caratterizzata da una lotta per la conquista dell’indipendenza o comunque di maggiori libertà nei confronti dei dominatori. Soltanto nel 1960 riesce a ottenere l’indipendenza dal governo britannico e a costituirsi come Stato e nel 1963 si costituisce in repubblica. Dopo ben sei anni di governi resi instabili da continui scontri etnici, conosce dal 1966 in poi una lunga serie di dittature militari. Nel 1967 scoppia una guerra civile, in seguito alla secessione della regione sud-orientale del Biafra, promossa dall’etnia Igbo e sostenuta dalla Francia. La guerra civile si conclude solo tre anni dopo, con la sconfitta dei secessionisti e con un bilancio pesantissimo: oltre un milione di morti dovuti agli scontri armati, ma soprattutto alle carestie causate dal conflitto.

Governi militari e colpi di Stato si susseguono fino al 1979, quando il generale cristiano Yoruba Olusegun Obasanjo cede il potere ai civili, indicendo elezioni presidenziali, vinte da Alhaji Shehu Shagari. Questa parentesi, comunque segnata da pesanti ombre, viene chiusa dai militari, che riprendono il potere nel 1983 con un colpo di Stato guidato dal generale musulmano Hausa Muhammadu Buhari.

L’esercito rimane alla guida della Nigeria, con una successione di dittature e colpi di Stato incruenti, per tutti gli anni ottanta e novanta, in una cornice economica dominata dalle compagnie petrolifere statunitensi che diventa sempre più drammatica, con l’effetto di acuire le tensioni sociali e soprattutto quelle etniche, le quali sfociano in continue rivolte, sempre violentemente represse dal regime.

Nel 1995 l’esecuzione di alcuni leader dell’opposizione democratica e del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), che protesta contro le compagnie petrolifere straniere per i danni sociali e ambientali da esse prodotti nella regione del delta del Niger, suscita una dura condanna internazionale del regime militare nigeriano. La situazione non si sblocca fino al 1999, quando il gen. Abubakar legalizza il multipartitismo e indice libere elezioni presidenziali, che vengono vinte con largo margine dall’ex gen. Obasanjo, rappresentante cristiano dell’etnia Yoruba, fino ad allora estromessa dal potere. Il governo civile di Obasanjo, sostenuto dagli Stati Uniti, promulga una Costituzione democratica e cerca di risollevare le sorti economiche della Repubblica, ma ogni cambiamento viene ostacolato dallo strapotere dei due principali attori della scena nigeriana: le gerarchie militari e le società petrolifere straniere occidentali, che gestiscono le aree d’azione come territori propri, senza vincoli né controlli governativi. A questo si aggiunge la «reazione» del nord musulmano alla perdita del potere governativo centrale. Nel 2000 dodici Stati settentrionali sfidano il veto costituzionale, introducendo la sharia, la legge islamica. Ne seguono violenti scontri religiosi con le minoranze cristiane locali. I disordini contagiano rapidamente tutta la Nigeria settentrionale, causando migliaia di morti. Ciò ha innescato una spirale di violenti scontri religiosi in tutto il Paese, costati la vita a migliaia di persone.

Nelle elezioni dell’aprile del 2003 viene rieletto il presidente cristiano Obasanjo, in consultazioni caratterizzate da violenze, irregolarità e brogli, aggravando le tensioni tra il ricco sud cristianoanimista e il povero nord musulmano. Successivamente sono stati eletti nel 2007 Yar’Adua e nel 2011 Jonathan, a cui è succeduto, nel 2015, ancora una volta Buhari.

Una società dilaniata dai conflitti

La Nigeria è un paese dilaniato da contrasti di tipo religioso, politico, ma anche causati da fattori economici.

La ferrea applicazione del diritto penale islamico da parte dei tribunali del nord ha provocato un forte peggioramento della situazione dei diritti umani in generale e, in particolare, della situazione femminile. Le corti penali della sharia hanno infatti condannato molte persone a punizioni corporali crudeli e inumane, come l’amputazione delle mani per furto o la fustigazione per il reato di fornicazione e per il consumo di alcool. Inoltre, la popolazione della Nigeria continua a pagare un caro prezzo per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Nella regione del delta del fiume Niger prosegue la repressione governativa contro i militanti indigeni delle popolazioni locali che da anni protestano contro le compagnie petrolifere straniere (in particolare Chevron-Texaco, Shell e Total-Elf-Fina) per i danni sociali e ambientali prodotti dall’attività estrattiva nella regione.

Oltre alla contrapposizione etnico-religiosa tra cristiani e musulmani, negli Stati meridionali della Nigeria si verificano ricorrenti scontri tra le etnie minori, dovuti a dispute per il controllo delle terre coltivabili e dei pascoli, senza alcun carattere di contrapposizione religiosa.

L’orrore di Boko Haram

Boko Haram è il nome con il quale si designa abitualmente un gruppo terroristico di stampo islamista che opera da diversi anni tra il nord-est della Nigeria, il Camerun, il Ciad e il Niger. L’espressione Boko Haram significa «l’istruzione occidentale è blasfema» oppure «è proibita» e rende tuttavia in modo molto chiaro quale sia l’ispirazione fondamentale del movimento, che si colloca nella vasta e variegata galassia del fondamentalismo islamico.

A differenza di Al Qaeda e dello Stato islamico, che sono marchi ormai ovunque ben noti del terrorismo internazionale, Boko Haram è un gruppo ancora relativamente poco conosciuto al di là della cerchia degli addetti ai lavori e che, almeno per il momento, non è entrato stabilmente nel circuito dei grandi network dell’informazione globale. Esso agisce su una scala prettamente locale.

Si distingue per la particolare ferocia delle sue azioni, per il radicalismo della sua visione del mondo e della società, per la sua capacità espansiva e, non da ultimo, per la figura decisamente inquietante del suo leader, Abubakar Shekau.

Boko Haram è stato fondato nel 2002 a Maiduguri, capitale dello Stato federale di Borno, nel nord-est della Nigeria. Per sette anni è stato diretto dal suo fondatore, Mohammed Yusuf, un musulmano di idee radicali, vicino al salafismo e decisamente orientato in senso anti-occidentale.

Il progetto originario del movimento era di tipo separatista. In una repubblica profondamente divisa sul piano etnico e soprattutto religioso, esso rivendicava una piena e integrale applicazione della sharia negli Stati settentrionali della Nigeria, ponendosi così in netto contrasto non soltanto con la componente cristiana della popolazione della regione, ma anche con una vasta porzione di musulmani di orientamento moderato, che in alcuni Stati del nord-est avevano già introdotto, in for ma più o meno blanda, la legge coranica.

A partire dal 2009 Boko Haram ha ulteriormente radicalizzato le proprie posizioni, iniziando a predicare la jihad contro gli infedeli e a praticare la violenza su larga scala, con l’obiettivo di esacerbare i contrasti tra musulmani e cristiani, di sovvertire il governo federale e di trasformare l’intera Nigeria in uno Stato islamico.

Come molte altre organizzazioni terroristiche, non è strutturato in modo gerarchico e unitario. È piuttosto un insieme di cellule che agiscono sotto la stessa sigla, ma senza un vero e proprio coordinamento centrale.

Le tecniche adottate da Boko Haram per seminare morte e terrore sono brutali. Nella maggior parte dei casi si tratta di assalti con armi da guerra, che portano a vere e proprie uccisioni di massa. Spesso i miliziani utilizzano esplosivi e autobombe. Non esitano inoltre a ricorrere ad attentatori suicidi, talora giovani o addirittura bambini, non di rado del tutto ignari della propria missione. In molti casi sono stati effettuati rapimenti di massa, tra i quali ha suscitato particolare impressione a livello mondiale quello di 276 studentesse (per lo più cristiane) di una scuola della cittadina di Chibok, nello Stato di Borno, messo a segno nell’aprile 2014.

Sebbene vi siano ampi margini di incertezza, si calcola che le vittime delle violenze perpetrate da Boko Haram siano circa 15.000. Una cifra spaventosa.

Oggi sono stati ottenuti significativi successi militari contro questa organizzazione, la quale ha cominciato a perdere terreno e a manifestare minore efficacia nelle sue azioni. Nonostante ciò, la lotta con questa forma di terrorismo nel cuore dell’Africa è destinata a durare ancora a lungo.