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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Poesia e respiro – seconda parte

di AA. VV.

Tutto quello che verrà
Dobbiamo sradicare dall’anima tutta la paura e il
timore di ciò che il futuro può portare all’uomo.
Dobbiamo acquisire serenità in tutti i sentimenti e
sensazioni rispetto al futuro.
Dobbiamo guardare in avanti con assoluta
equanimità verso tutto ciò che può avvenire;
e dobbiamo pensare che tutto quello che verrà ci
sarà dato
da una direzione del mondo piena di sapienza.
Questo è parte di ciò che dobbiamo imparare in
questa era: a saper viver
con assoluta fiducia, senza nessuna sicurezza
nell’esistenza; fiducia nell’aiuto
sempre presente del mondo spirituale.
In verità nulla avrà valore se ci manca il coraggio.
Discipliniamo la nostra volontà e cerchiamo il
risveglio interiore
tutte le mattine e tutte le sere.
Rudolf Steiner

 

La nostra più profonda paura
La nostra più profonda paura
non è essere inadeguati.
La nostra più profonda paura è che siamo
potenti oltre misura.
È la nostra luce, non l’oscurità,
che ci intimidisce maggiormente.
Ci chiediamo
chi sono io per essere così brillante,
magnifico, colmo di talento, favoloso?
In verità, chi siete voi per non esserlo?
Voi siete figli di Dio.
Il vostro rimanere nel piccolo non serve al mondo.
Non vi è nulla di illuminante nel contenere le
proprie capacità,
gli altri
non si sentirebbero sicuri di te.
Noi tutti siamo fatti per splendere
come fanno i bimbi.
Noi siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio
che è dentro noi.
Non è solo in qualcuno di noi;
è in ognuno.
E come lasciamo che la nostra luce splenda,
diamo inconsciamente agli altri
la possibilità di fare lo stesso.
Quando siamo liberi della nostra paura,
la nostra presenza automaticamente libera gli altri.

(da Un corso in miracoli, testo pubblicato nel 1976 dalla Foundation for Inner Peace a opera
di due psicologi statunitensi: Helen Schucman (1909–1981), di origini ebraiche, ma che si
dichiara atea, e William Thetford (1923–1988) nato e cresciuto da genitori cristiani scientisti)

Questo testo va a fondo su ciò che caratterizza l’essere umano: paura più della propria luce che di essere inadeguati. Come ha scritto Maurice Zundel – nell’ultimo libricino inviato ai soci di Macondo – siamo esseri fragili ma con un grande potenziale. Capaci di fare cose meravigliose ma anche di diventare Caino che uccide suo fratello Abele. Consapevoli di essere di passaggio su questa terra e sempre in alternanza tra euforia e depressione… l’equilibrio non è, infatti, di questa vita (ma della morte). Zundel scrive che ciascuno di noi ha un ego ma anche un io. L’ego ci spinge a fare gli “affari nostri”, ai soldi, a far carriera, alla nostra famiglia, ai nostri amici. Al resto dedicheremo tempo se e quando ne avremo la possibilità (spesso mai). Ma ciascuno di noi sa per esperienza che vivere senza sviluppare la fratellanza con gli altri è un inferno; a volte desideriamo certo stare soli ma se ricorriamo troppo all’unico proverbio sbagliato che è «chi fa da sé, fa per tre», ci autolimitiamo. Per esperienza sappiamo che non è quasi mai vero, non a caso il Cristo ha detto che solo «là dove due o più sono, là sono io in mezzo a loro». Passare da questo “ego” all’“io” non è facile. Gli “ostacolatori” sono le forze dell’abitudine, del conformismo, del comodismo, della pigrizia. E poi la società nella quale siamo immersi manda segnali continuamente in questa direzione. Tutto il marketing si basa su sicurezza, comodità, risparmiare.
Eppure, noi sappiamo per esperienza fatta (chi più, chi meno) che quando ci apriamo agli altri, quando abbandoniamo le nostre paure, andiamo verso il futuro. Quando ci presentano più persone, capita che non ricordiamo il nome di una e ci sentiamo inadeguati a richiederlo. Invece gli studi mostrano che se lo chiediamo di nuovo ciò è vissuto positivamente dalla persona perché è indice di interesse nei suoi confronti. Il bambino non ha paura di sbagliare. C’è inoltre una legge umana poco divulgata (ma conosciuta) che senza sofferenza non c’è gioia. Se vuoi andare verso il futuro devi saper ascoltare i segnali deboli e metterti in azione. Allora quasi sempre la «provvidenza si muove» e ci porta incontro innumerevoli aiuti che mai avremmo pensato.
In questo dare spazio alla nostra luce interiore miglioriamo tutti. Basta che osserviamo piccole cose: guidare con più gentilezza, essere cortesi, dare spazio alla parte migliore di noi, fino a non puntare di «essere i più ricchi del cimitero». Allora vediamo concretamente che l’“altruismo” è una forma di egoismo superiore che fa bene sia a noi che agli altri e poiché una delle forme del nostro benessere è stare dentro una comunità, ciò favorisce indirettamente anche il nostro benessere. Dovremmo imparare da adulti a dare spazio ai nostri talenti, a coltivarli, da anziani a tagliare i rami secchi e abbandonare le piccole e grandi paure che ci frenano. L’esperienza del nostro caro amico francese… che ha fatto il clochard per 30 anni e che è vissuto meglio di molti di noi sta a dimostrarci che abbiamo un potenziale molto più grande di quello che crediamo.

Andrea Gandini

 

Albert Einstein e la fiducia nell’uomo

Einstein credeva nella scienza, ma prima di tutto credeva nell’uomo.
Il 5 ottobre 1952, all’alba del consumismo e dell’era tecnologica, scriveva sul New York Times: «Non è sufficiente che all’uomo venga insegnato un lavoro specializzato. Può darsi che con quello egli divenga una specie di macchina, non una personalità armoniosamente sviluppata. È essenziale invece che lo studente impari a comprendere e a sentire vivamente i valori. Egli deve acquistare un vivo senso del bello e del bene morale. Egli deve imparare a comprendere quali siano le forze motrici che agiscono sugli esseri umani, le loro illusioni e le loro sofferenze.
Al fine di acquistare un giusto senso dei rapporti con i singoli individui e la comunità».
(dal Corriere della Sera, 9 novembre 1992) Albert Einstein, il grande scienziato, fisico e matematico, padre della relatività, che condusse alla scoperta della struttura dell’universo che ci circonda e delle forze che lo sostengono, parla da par suo dell’uomo: «Egli deve imparare a comprendere quali siano le forze motrici che agiscono sugli esseri umani» e acquisire il “senso del bello” e del “bene morale”.
Nella sua vita conobbe il lavoro manuale, come perito tecnico presso l’Ufficio brevetti di Berna e avverte che il lavoro specializzato può portare a diventare «una specie di macchina». Il periodo di questo discorso è il dopoguerra del secondo conflitto mondiale, l’epoca del risveglio delle attività industriali e delle tecnologie.
L’uomo e il lavoro, gli studi e i giovani, i giovani e il futuro. I giovani, i “noi” di domani.
Il tempo scorre: gli studi alla portata delle classi popolari, i consumi di massa, il welfare, il web, i media e l’informazione di massa, le nuove tecnologie, la robotica, i mega computer, i “big data”.
Il lavoro, la sua evoluzione e il lavoratore: la sostituzione del lavoratore con le nuove tecnologie.
Il lavoro precario, il lavoro ridotto alla stregua di un oggetto usa e getta. Tante sono le attività lavorative con persone di eccellenza degradate: giovane laureata in economia, nel settore metalmeccanico impiegata a fare fotocopie; laureata in lingue straniere con lode, nel settore turistico a gestire le piscine e assegnare lettini e ombrelloni; laureata, due lauree con lode in lingue straniere, settore metalmeccanico, a fare la segretaria tutto fare, dalle traduzioni alla gestione delle auto aziendali, alla cancelleria, e quant’altro, anche a portare il caffè al capo; il laureato in economia assunto in azienda, all’ufficio del personale, dopo alcuni anni obbligato a fare la pratica per autolicenziarsi. Infine i nuovi mestieri: la diffusione dei call center e dei raider, galassie di precariato.
Proiettando nel futuro questa tendenza ci si chiede quale sarà la sorte dell’umanità se l’uomo verrà privato del lavoro.

Saverio De Bartolo

già tecnico alla Montedison, poeta e scrittore per passione

 

Sette cose da ricordare per avere successo nel cambiamento

1. Il cambiamento è apprendimento, ma è pieno di insicurezza.
Le ansietà, le difficoltà e l’insicurezza sono intrinseche a tutti i cambiamenti; ogni cambiamento comporta apprendimento, e ogni apprendimento richiede di arrivare a capire e di saper applicare qualcosa di nuovo.
2. Il cambiamento è un viaggio e non una formula. Il suo messaggio non è il tradizionale «programma e poi esegui», ma «fai, quindi programma, e fai ancora e programma un po’ di più, poi fai ancora di più e così via».
3. I problemi sono nostri amici.
Lo sviluppo è un processo carico di problemi: il cambiamento minaccia gli interessi e le abitudini consolidate, accresce l’insicurezza e aumenta la complessità. Non possiamo infatti produrre risposte efficaci a situazioni complesse, se non cerchiamo attivamente di affrontare i problemi reali che sono difficili da risolvere. In questo senso una organizzazione efficace abbraccia i problemi invece di evitarli.
4. Il cambiamento è un mangia-risorse.
Il tempo è l’aspetto saliente: è una risorsa importante e indispensabile che esige energia.
5. La gestione del cambiamento richiede forza.
A questo scopo si raccomanda apertura e interazione tra tutti coloro che vengono investiti dal cambiamento. Apertura significa che tutti noi dobbiamo ancora imparare molto su come rispondere alle frustrazioni, ai disaccordi e ai conflitti, per vederli piuttosto come una parte necessaria dello sviluppo.
6. Il cambiamento è sistemico.
Ogni parte del sistema deve essere coinvolta simultaneamente nel cambiamento, che deve focalizzarsi non solo sulla struttura, sulla politica e sulle regole ma, più profondamente, sulla cultura stessa del sistema.
7. Ogni cambiamento su vasta scala deve essere applicato localmente.
Il cambiamento non può essere compiuto da lontano, ma deve coinvolgere proprio quelle persone che applicheranno le nuove pratiche a livello quotidiano, così come le più grandi e distanti sedi coinvolte.

Michael G. Fullan
Il brano è tratto dalla relazione di Lilian Katz al seminario “Immagini dal mondo”, tenutosi a Reggio Emilia nel 1994 in occasione di un seminario internazionale di studio sull’esperienza degli asili nido di Reggio Emilia.

Questo brano di M.G. Fullan e altri testi – di altrettanto illustri autori – sul tema del cambiamento, già mi avevano ispirato, qualche tempo fa, una composizione (proprio intitolata “Cambiamẽnt”) in versi, nel dialetto romagnolo nel quale scrivo, di tanto in tanto, i miei pensieri.
Penso che tali versi (tradotti anche in lungua italiana) possano valere da mio commento al te-
sto di Fullan.

Cambiamẽnt
D’sicùr, sóra sta Tëra,
u j’è ch’e’ cãmbia tot:
qualunque fiór e’ sëra
la vója d’gvintê frot,
e nẽnc ógni matẽna
la vô, lì, gvintê séra
sẽnza patì dla pẽna.
Dóp a la premavéra,
acsè l’istê piò pura
la vô’r avdé l’autõn
cun la su sfiuridùra
e al nëbî d’cla staśõn.
Fója, sóra che rãm
férmat alè, paziẽnta,
e ascólta bẽn l’arciãm
ch’e’ vẽn da la turmẽnta
ch’l’at purtarà cun li:
fa la tu pêrt; e sẽnza
diféndart, vóla vì;
lasa ógni reśistẽnza;
e a e’ zil, te, dai a mẽnt,
chè lo e’ sà quél ch’e’ fà;
lasa che l’ùltum vẽnt
u t purta vérs a cà.

Cambiamenti
Di certo, sopra questa Terra,
c’è che cambia tutto:
qualunque fiore rinchiude in sé
la voglia di diventare frutto,
e anche ogni mattino
vuole diventare sera
senza dover soffrire.
Dopo la primavera,
così l’estate più pura
vuole vedere l’autunno
con la sua sfioritura
e le nebbie di quella stagione.
Foglia, sopra quel ramo
fermati lì, paziente,
e ascolta bene il richiamo
che viene dalla tormenta
che ti porterà via con lei:
fai la tua parte; e senza
difenderti, vola via;
lascia ogni resistenza;
e al cielo, tu, dai retta,
poiché lui sa quel che fa;
lascia che l’ultimo vento
ti porti verso casa.

Bruno Zannoni
poeta dialettale ferrarese,
ex sindacalista Federchimici

 

Non sono sicuro
«Solo due cose sono infinite,
l’universo e la stupidità umana,
e non sono sicuro della prima».
[Albert Einstein]

Se non ti accontenti delle tue poche e ripetitive sicurezze, l’esistenza è tutta un salto nel buio.
Perdi i riferimenti, ma ne vale la pena: forse potresti conquistare mondi nuovi.
Le certezze umane vacillano, e rendono peggiore la vita. Einstein tuttavia non si arrende per nulla e, anzi, apre a nuove scoperte, che poi arriveranno eccome. È bellissimo che uno scienziato grande come lui si faccia piccolo e umilmente dica «non sono sicuro». Proprio qui sta la sua sapienza.
C’è da essere davvero contenti e soddisfatti per tutte le volte che abbiamo pensato «non sono sicuro» e con questa convinzione abbiamo proseguito a studiare, ad analizzare, in una parola a scoprire. Si fanno progressi anche perché si mette in dubbio la conoscenza pregressa.

Marianna Suar
ingegnere al petrolchimico di Ferrara,
poetessa per passione

 

Il razzismo come malattia
«Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro
strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri».
[Albert Einstein]

Anche qui, una novità, una cesura e un’intuizione geniali.
Se vediamo il razzismo con gli occhi di un medico, tutto è più chiaro e molte polemiche si placano: semplicemente, un razzista è da curare, ha qualcosa da sistemare. O da studiare. Come l’universo, e come appunto il cervello umano.
Sicuramente Einstein ebbe dubbi anche sulle etnie, a volte usò parole dure contro i “gialli”.
Nessuno è perfetto, e nessuno è sanissimo. Anzi, fu scambiato egli stesso, a più riprese, per matto.
Visto che, successivamente, lo stesso Albert Einstein dimostrò che l’universo non è affatto infinito, possiamo provare a consolarci sperando che anche la stupidità umana e il razzismo trovino una fine e una cura.
Alda Merini ci potrebbe aiutare non poco.

Marianna Suar
ingegnere al petrolchimico di Ferrara, poetessa per passione

 

Umanità così fragile
Soffocare in uno spazio angusto
e sentire come non mai
tanto doloroso amore
per la vita.
Dibattersi come un’anguilla che guazza
in una pozzanghera amara
e desiderare
ancora e disperatamente volare.
Capire la pochezza di un’umanità
così fragile
e sentire smisurato il bisogno
della grandezza.
Ascoltare
ogni suono più tacito dell’ultimo giorno dei tempi
e volere, profonda fin nelle vene, una gioiosa
rinascita.
Gianna Miola Cortese
da A pezzi, a bocconi
Biblioteca dei Leoni, 2016

 

Campi di grano
Trebbiano il frumento
È come se la campagna voltasse pagina
Cambiasse argomento
Rimangono i malgoni per qualche tempo
Poi la prima aratura
Parlerà nel caldo con voce d’autunno
Sarà già sera
Quando le nostre labbra si cuciranno il nostro
silenzio
Come abbandono
E le braccia
Vorranno la loro parte di fede
Che ci siamo
Che esistiamo
La polvere è giallognola quasi ocra nel vento teso
da oriente
Stanno ancora trebbiando
Alla metà dell’anno quasi in incognita nella
campagna senza uomini senza donne chissà dove
sono
L’autista mi saluta
Gli ho sorriso
Segretamente sappiamo entrambi che una volta
era una festa era un rito
Un airone s’invola dal suo nascondiglio
Sento un nodo alla gola
Mi vengono incontro i miei morti
Come un passeggio
E sento le voci
Ancora una volta
Raccontare in dialetto la fatica il sudore la polvere
la festa il vino della trebbiatura
Non esiste assolutamente più nulla di ciò
Solo noi mia dolce amata
Abbiamo fatto in tempo a trattenere il margine
prima che la pagina venisse voltata
Per sempre.

Roberto Dall’Olio