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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Sud Sudan

di Bolzon Antonio e Cristina

Il Sud Sudan è il più giovane paese del mondo: la 193ª nazione entrata a far parte dell’ONU. È stato dichiarato indipendente dal Sudan il 9 luglio del 2011. Questa indipendenza arriva dopo un sanguinoso conflitto armato nei confronti del governo arabo al potere, che trattava la popolazione nera come cittadini di seconda classe (e di fatto la schiavitù è stata praticamente in vigore fin oltre gli anni sessanta del secolo scorso).

Tutto il territorio dell’attuale Sudan e Sud Sudan apparteneva all’Egitto, sotto il dominio della dinastia di Muhammad Ali, poi fu colonia inglese che ottenne l’indipendenza nel 1956.

La popolazione di colore, che mal sopportava il dominio arabo, iniziò una prima guerra civile per staccarsi dal Sudan che si è conclusa nel 1972, con la proclamazione della regione autonoma del Sud Sudan. Una seconda e più sanguinosa guerra civile sostenuta dal SPLA (Sudan People’s Liberation Army) è ripresa nel 1983 ed è terminata con l’accordo globale di pace firmato a Nairobi nel 2005, in cui si dichiarava il Sud Sudan regione con governo autonomo e si sanciva l’impegno di indire un referendum per l’indipendenza del Sud Sudan. Qualche mese dopo la firma dell’accordo di pace, John Garang, il leader storico riconosciuto come artefice della raggiunta autonomia, è morto in un non chiarito incidente aereo mentre tornava dall’Uganda.

L’indipendenza

Nel gennaio 2011 si è tenuto il referendum. L’affluenza è stata elevatissima, essendosi recato alle urne oltre il 96% degli aventi diritto; il 98,81% ha votato a favore dell’indipendenza. Gli anni dal 2005 al 2011 sono stati un periodo di grandi aspettative e speranza per tutta la popolazione del Sud Sudan: finalmente la guerra era finita, c’era la prospettiva di divenire una nazione indipendente, inoltre sono cominciati ad arrivare grandi finanziamenti in termini di aiuti umanitari, per ricominciare a costruire infrastrutture in un paese dove non c’era praticamente nulla.

Sin da subito dopo l’indipendenza hanno iniziato a emergere le rivalità etniche presenti da sempre, ma rimaste accantonate durante la guerra per l’ottenimento dell’indipendenza dal Sudan arabo. La più forte tra queste rivalità è quella tra il Presidente della Repubblica Salva Kiir di etnia Dinka e il vicepresidente Riek Machar di etnia Nuer che mal sopportava i sistemi di accaparramento di potere da parte dell’etnia Dinka. Il movimento di liberazione SPLA avrebbe dovuto trasformarsi in un movimento politico SPLM (Sudan People’s Liberation Moviment). Tutto questo non è avvenuto e nel luglio del 2013, in base alle prerogative concesse dalla Costituzione di transizione, il Presidente Kiir ha estromesso dai loro incarichi il vicepresidente Machar e il generale Pagan Amum, Segretario del SPLM, e ha inoltre rimpiazzato la maggior parte dei ministri con fedelissimi di etnia Dinka.

Ai primi di dicembre del 2013, gli estromessi – Machar, Rebecca Nyadeng de Mabior, consigliere presidenziale e vedova di John Garang, e Pagan Amum – hanno indetto una conferenza stampa a Juba, in cui denunciavano «la perdita di visione del partito» e accusavano il Presidente Kiir di «tendenze dittatoriali». A metà del mese (15 dicembre 2013) è scoppiata la guerra civile; il pretesto è stata l’accusa di un tentativo di colpo di Stato da parte del vicepresidente, accusa successivamente dichiarata infondata anche dall’ONU. Un attacco sistematico, con uccisioni di migliaia di persone di etnia Nuer, ha dato inizio a una sanguinosa e crudele guerra civile, di fatto etnica, con efferatezze inimmaginabili compiute in particolare dall’esercito composto quasi esclusivamente da persone di etnia Dinka. Si calcola che oltre un milione e mezzo di persone siano fuggite, abbandonando le loro case e riversandosi nelle nazioni confinanti: Sudan, Etiopia, Centro Africa, Congo Democratico, Kenya e in particolare in Uganda dove si stima siano rifugiati 800 mila sud sudanesi. Altre migliaia di persone, in particolare cittadini di etnia Nuer, si trovano in campi profughi gestiti dall’ONU a Juba, Wau e Bor. Attorno alla città di Juba, che è la capitale del paese, vi sono migliaia di rifugiati interni in informali campi profughi.

Una commissione, composta da rappresentati di stati africani e da un trio di nazioni «esterne» (Inghilterra, Norvegia e Stati Uniti), si è adoperata in colloqui per porre fine alla guerra; dopo vari tentativi, nell’agosto del 2014 si è giunti a un accordo per la «cessazione delle ostilità» ma sottoscritto dal presidente e dal vicepresidente del Paese solo nel dicembre del 2015; accordo di fatto non rispettato, tanto che nel luglio del 2016 le ostilità sono nuovamente divampate con crudeltà e ferocia ancora maggiori.

L’acquisto di armi non cessa mai

In un contesto di guerra, gli sforzi finanziari del governo sono diretti all’acquisto di armi. La conseguenza è stata un peggioramento progressivo della situazione economica del Paese con un aumento vertiginoso dell’inflazione. La popolazione, già duramente provata, sta vivendo una situazione di precarietà economica e di insicurezza ancora peggiori. Nel gennaio del 2015 il cambio in strada di un dollaro in moneta locale (SSP South Sudanese Pound) era di $ 1 a 4; a dicembre 2017 il cambio è $ 1 contro 200 SSP. Il governo è costretto a chiudere anche alcune ambasciate all’estero per mancanza di fondi per il pagamento degli stipendi e degli affitti dei locali (chiusa l’ambasciata a Roma e a rischio quella in Etiopia, ad Addis Abeba – capitale dell’Unione Africana – il proprietario dello stabile ha citato in causa l’ambasciata per $ 150.000 di affitti arretrati). Questo è quel poco che si riesce a conoscere perché i quotidiani indipendenti sono stati oscurati (non più consultabili in internet); una decina i giornalisti uccisi dall’inizio della guerra civile; le persone sospettate di appartenere ai movimenti di opposizione vengono fatte sparire.

Un miscuglio di lingue ed etnie

La popolazione del Sud Sudan è un miscuglio di etnie e lingue: sono circa 60 le etnie e lingue censite. I Dinka (38%) e i Nuer (17%) sono le etnie maggiormente presenti e che hanno pagato maggiormente in termine di morti nella guerra di liberazione contro il Sudan arabo. I Nuer hanno un ordinamento sociale in cui non ci sono capi tribali riconosciuti. Un antropologo inglese (Evans Pritechard), che li ha studiati a inizio Novecento, li definisce «un’anarchia ordinata». Gli Azande sono la terza etnia del Sud Sudan, la loro presenza si estende anche alla Repubblica Democratica del Congo e alla Repubblica Centrafricana. Il regno degli Azande fu distrutto dai colonizzatori europei; gli odierni capi tribali appartengono al clan reale, detengono poteri giudiziari e spirituali. Ogni clan ha un animale-totem, in cui si reincarna lo spirito dei defunti. Oltre a questi ci sono i Bari (etnia che vive prevalentemente nel sud del Paese e la cui presenza si estende in Uganda); gli Schilluk, il cui regno è sopravvissuto al colonialismo e alle guerre: il loro sovrano (reth), una volta eletto dal consiglio dei capi, regna fino alla propria morte dal villaggio di Pachodo, scelto come capitale alla fine del 1600. I capi clan, a loro volta eletti, sono responsabili di fronte al reth per ogni essere umano o animale nel territorio di loro competenza. Nella cultura Shilluk, il mondo degli spiriti coesiste con quello dei vivi.

Economia, clima, cultura e religioni

Il Sud Sudan è poggiato su una delle bolle petrolifere più estese dell’Africa. Una ricchezza immensa che, se fosse sfruttata da governi onesti e lungimiranti, garantirebbe benessere a gran parte della popolazione. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2010 rivela che il 45% del bilancio dello Stato è garantito dagli investimenti delle numerose organizzazioni umanitarie operanti nel Paese.

Dal greggio il governo ricava il 99% dell’export e il 98% delle entrate governative. Circa l’85% della popolazione vive in zone rurali. Un’agricoltura di sussistenza dove si coltivano sorgo, mais, arachidi, fagioli, viene praticata dalle popolazioni delle regioni del sud. La pesca lungo il Nilo Bianco. Il territorio si trova nella fascia equatoriale del continente africano che è dominata dalla savana e dal suo ecosistema: erba alta, pochi alberi. Le stagioni si dividono in quella delle piogge e quella secca. La pastorizia è l’attività principale delle tribù che da sempre si spostano con le mandrie alla ricerca di acqua e cibo. L’allevamento di mandrie di bovini non è solo di sussistenza, ma è ancora legato a complessi rituali e usanze sociali. I furti di bovini e i conflitti per i pascoli e per i pozzi d’acqua tra i Dinka e i Nuer hanno una storia millenaria, anche se, in diverse zone, i rapporti tra le due comunità sono stati segnati da matrimoni misti e cooperazione. Tradizionalmente, i furti di bestiame sono una pratica di sostentamento, che permette il ripopolamento delle mandrie dopo la siccità. Questa pratica ha anche un’importante funzione culturale, in quanto è una sorta di rito di iniziazione, che fornisce ai giovani i mezzi per sposarsi. Il matrimonio è accordato tra famiglie, attraverso l’offerta di una dote quantificata dal numero di vacche offerte dalla famiglia dello sposo a quella della sposa. Inoltre, l’accesso all’acqua e ai pascoli è fondamentale per le comunità locali in Sud Sudan. Durante la stagione secca, le tribù devono emigrare in cerca di luoghi più umidi, spesso violando il terreno rivendicato da altre comunità, cosa che offre un pretesto per scatenare conflitti violenti che causano la morte anche di centinaia di persone.

La popolazione pratica in prevalenza la religione cristiana (cattolici, anglicani ed evangelici sono le confessioni più diffuse), mischiata nelle zone più periferiche da credenze animistiche. L’islam (3%) è praticato dai cittadini arabi. La lingua ufficiale è l’inglese, la maggiormente parlata l’arabo assieme alla sessantina di lingue locali. La percentuale di analfabetismo (54%) è altissima, in particolare tra le donne.

Daniele Comboni è stato il principale divulgatore della religione cristiana in questa regione. I comboniani sono molto presenti e impegnati nella promozione della dignità delle persone: umana, culturale, spirituale, economica e in attività pastorali, educative e di salute tramite parrocchie, scuole, ospedali e dispensari, promozione di attività di artigianato, in particolare attraverso l’istituzione di cooperative gestite da donne.

Risolvere i problemi con il kalashnikov in pugno

Con la nostra mentalità di occidentali ci chiediamo il perché non riescano ad andare d’accordo e a dialogare. Poi però, riflettendoci, non è facile per chi da sempre ha lottato contro i propri governanti perché considerati illegittimi, ora che sono diventati i vincitori e governanti di punto in bianco cambino: da soldati, generali abituati a comandare, essere obbediti, risolvere i loro problemi con il kalashnikov in pugno, diventino di punto in bianco dei mediatori, persone che accettano il dialogo, le regole democratiche. La Chiesa stessa è una Chiesa giovane, che condividendo le aspirazioni di autonomia e libertà ha di fatto giustificato la guerra; ora, di fronte a questa nuova guerra per il potere che si alimenta e persiste, fomentando le rivalità tribali presenti da sempre, si trova spiazzata e anziché gridare a gran voce denunciando gli orrori di quanto sta accadendo e invitando tutti a pregare incessantemente e pubblicamente per la pace, è ammutolita o balbetta al punto che i richiami per la pace che si sentono durante le preghiere dei fedeli nelle messe sembrano solamente belle preghiere, frutto di personali esigenze.

Antonio e Cristina Bolzon
volontari in Sud Sudan nel 2009 e dal 2015 al 2017