MELQUÍADES

Fonte: De Wereld Morgen
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Articolo di Asbjørn Wahl

La lotta di classe ha costruito lo stato sociale

Nelle sue diverse forme, lo stato sociale è giustamente considerato uno dei maggiori successi del movimento operaio in Europa occidentale. Non è un caso. Il suo sviluppo ha portato a un profondo miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Nel corso del XX secolo, parallelamente al suo sviluppo, la salute pubblica, l’aspettativa di vita e la protezione sociale sono aumentate rapidamente.

La lotta di classe ha costruito lo stato sociale
Sciopero operaie cotonificio di Gorizia, 1960 | Istituto Centrale per gli Archivi, Public domain, via Wikimedia Commons

Negli ultimi decenni, tuttavia, questi risultati sono stati sottoposti a crescenti pressioni. La questione ora è se lo stato sociale sopravviverà all’attuale progetto politico di destra: l’offensiva neoliberista. Le opinioni al riguardo sono divergenti, sia all’interno che all’esterno del movimento sindacale.

Alcuni sostengono che le strutture fondamentali siano rimaste in gran parte intatte e che la deregolamentazione e le riforme introdotte a partire dagli anni ’80 fossero necessarie per modernizzare lo stato sociale. Altri, me compreso, ritengono invece che lo stato sociale sia sottoposto a forti pressioni e venga attaccato frontalmente da blocchi di potere economici e politici.

Le principali misure sociali sono state smantellate, le pensioni statali indebolite e l’accesso all’assistenza sanitaria pubblica ridotto. I sistemi universali hanno lasciato il posto alla verifica dei mezzi di sussistenza, i contributi degli utenti sono aumentati e gli interessi economici privati ​​si sono infiltrati profondamente in settori chiave. In altre parole: è in gioco la sopravvivenza stessa dello stato sociale.

La lotta sociale come fondamento

Le discussioni su questa crisi spesso rimangono superficiali. Raramente si tiene conto delle origini sociali e storiche dello stato sociale e dei rapporti di potere che lo hanno reso possibile. Chiunque voglia davvero comprenderne il potenziale e i limiti deve andare più a fondo. Un’analisi approfondita sia delle sue radici storiche sia del contesto sociale è indispensabile a tal fine.

Da una prospettiva sociale, sia la qualità che la portata dei servizi sociali riflettono sempre i rapporti di potere economici, sociali e politici tra lavoro e capitale. Fu l’ascesa del movimento sindacale, in alleanza con movimenti popolari più ampi, a stabilire nuovi rapporti di potere. Attraverso decenni di lotta contro il grande capitale, riuscirono a imporre la regolamentazione del mercato, la proprietà pubblica e il controllo democratico su settori chiave. Questa lotta gettò le basi per la protezione sociale universale e per solidi servizi pubblici.

Allo stesso tempo, questo sviluppo si verificò durante un periodo storico di aspri scontri sociali. Intorno al 1900, il capitalismo industriale in Europa fu caratterizzato da scioperi di massa e violente repressioni. Polizia ed esercito furono impiegati contro i lavoratori, provocando morti e feriti. Persino in Scandinavia, spesso presentata oggi come un modello di armonia sociale, questa fu la realtà per decenni.

Anche il Belgio fu teatro di aspri conflitti sociali. Ad esempio, l’omicidio di due operai socialisti da parte di fascisti ad Anversa nel 1936 scatenò una massiccia ondata di scioperi, in cui mezzo milione di lavoratori incrociarono le braccia. La gendarmeria fu impiegata per reprimere lo sciopero con la forza: gli scioperanti furono dispersi da cariche trainate da cavalli e bersagliati da colpi di arma da fuoco.

Con il rafforzamento delle organizzazioni operaie, aumentò anche la loro influenza nella lotta sociale. Esse rappresentavano una minaccia concreta per gli interessi del capitale. Questo sviluppo acquisì slancio quando ampie fasce del movimento operaio si rivolsero al socialismo, rompendo i legami tradizionali con il liberalismo. L’obiettivo non era più la riforma sociale all’interno del sistema, ma il superamento del capitalismo stesso.

Anche a livello internazionale, il contesto politico ha rappresentato un potente deterrente. L’esistenza di un sistema economico concorrente nell’Unione Sovietica e nell’Europa orientale, ha sostenuto lo storico Eric Hobsbawm, ha costretto le élite occidentali a fare concessioni1. Lo stato sociale non è mai stato l’obiettivo originario del movimento operaio; la sua ambizione è rimasta la trasformazione socialista. Ed è stata proprio la paura di tale possibilità a spingere il capitale ad accettare le riforme sociali.

Il compromesso del dopoguerra

La crisi economica globale degli anni ’30 e le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale portarono a una profonda ridefinizione del sistema capitalistico. Negli anni del dopoguerra, i popoli rivendicavano pace, lavoro, sicurezza sociale e controllo democratico sull’economia. Questo era il contesto in cui si inseriva il sistema di Bretton Woods2. L’accordo postbellico mirava a porre fine a un capitalismo disordinato e incline alle crisi. Senza un riequilibrio dei rapporti di potere, il sistema rischiava di autodistruggersi.

Il modello keynesiano di capitalismo regolamentato ha costituito la spina dorsale economica dello stato sociale. I flussi di capitale erano controllati, i mercati e le istituzioni finanziarie rigorosamente regolamentati e gli investimenti pubblici sistematicamente espansi. Ciò ha dato ai governi lo spazio politico necessario per perseguire strategie di sviluppo sociale e nazionale senza essere costantemente ostaggio delle multinazionali che minacciavano di delocalizzare le proprie attività non appena i loro margini di profitto fossero stati messi sotto pressione.

Grazie alla sostanziale espansione del settore pubblico e dello stato sociale, una parte significativa dell’economia è stata sottratta alla logica della massimizzazione del profitto e assoggettata al processo decisionale democratico. Il controllo delle logiche di mercato ha avuto un peso maggiore rispetto alla legislazione sul lavoro tradizionale nel migliorare le condizioni di lavoro e di vita. È stato proprio questo contenimento sociale delle forze di mercato a costituire l’elemento più radicale dello stato sociale.

Questo compromesso di classe divenne noto come “patto sociale”. Sebbene fosse in gran parte un prodotto del dopoguerra, le sue radici risalgono agli anni ’30, quando i sindacati del Nord Europa conclusero accordi con le organizzazioni dei datori di lavoro. Dopo la seconda guerra mondiale, questa pratica fu adottata praticamente in tutta l’Europa occidentale.

Dopo un periodo di aspro scontro tra lavoro e capitale, la regione è entrata in una fase di pace sociale, contrattazione collettiva e politiche consensuali. Tuttavia, quella pace non era armonia, bensì il risultato di un precario equilibrio di potere tra lavoro e capitale. Fu proprio questo equilibrio di potere, radicato nel contesto nazionale e internazionale del dopoguerra – e non l’ideologia del partenariato sociale in sé – a rendere possibile lo sviluppo dello stato sociale.

L’ideologia del partenariato sociale: gli anni d’oro e i loro lati negativi

Nel dopoguerra, il capitalismo internazionale ha conosciuto una crescita eccezionalmente stabile per oltre vent’anni. Ciò ha facilitato la distribuzione del surplus sociale tra lavoro, capitale e settore pubblico. I datori di lavoro si sono resi conto di non poter indebolire i sindacati e li hanno accettati come partner nelle trattative. Tuttavia, questa coesistenza non era una storia d’amore, bensì una tregua, resa possibile dalla forza del movimento operaio. Non appena tale forza ha cominciato a vacillare, il capitale ha cercato il modo di rompere il patto sociale.

Contemporaneamente, all’interno del movimento operaio infuriava una lotta ideologica. L’ala radicale mirava alla socializzazione della proprietà e dei mezzi di produzione, mentre l’ala moderata puntava a riforme del capitalismo. Ironicamente, fu proprio la forza dell’ala radicale a costringere il capitale a fare delle concessioni. Tuttavia, col tempo, l’ala moderata acquisì influenza all’interno dei partiti socialdemocratici, dei sindacati e delle istituzioni. Il suo ruolo iniziò a essere sempre meno quello di difensore degli interessi dei lavoratori e sempre più quello di garante della pace sociale.

Molti di loro si convinsero che il capitalismo avesse perso i suoi lati più spigolosi. Come se la disoccupazione di massa, l’estrema ricchezza e la disuguaglianza strutturale appartenessero per sempre al passato. Nessuno incarnò quell’ottimismo meglio del politico laburista britannico Anthony Crosland, il quale affermò in Il futuro del socialismo che “il capitalismo tradizionale era stato riformato fino a quasi scomparire”.

I benefici dei programmi sociali – l’assistenza sanitaria pubblica, la previdenza sociale – hanno fornito all’ideologia della partnership sociale una solida base materiale, che si è radicata profondamente nel movimento operaio occidentale fino ai giorni nostri. Ma i compromessi funzionano in entrambe le direzioni.

Per i sindacati, il Patto sociale significò l’accettazione del modo di produzione capitalistico e dell’autorità del datore di lavoro. In cambio di progressi sociali e migliori condizioni di lavoro, dovevano garantire la pace sociale durante le trattative salariali. Lo stato sociale divenne quindi il prezzo che la corrente dominante del movimento operaio pagò per aver abbandonato le sue più ampie ambizioni socialiste.

A posteriori, sembra che il capitale abbia considerato il Patto sociale principalmente come una tregua temporanea. Ha sfruttato questo periodo per consolidare le ideologie consumistiche e indebolire le tendenze socialiste. Ciononostante, il patto godeva di un ampio sostegno tra la classe operaia grazie ai tangibili miglioramenti sociali in materia di protezione sociale, salari e condizioni di lavoro. Questo, unito all’anticomunismo della Guerra Fredda, ha limitato lo spazio per alternative radicali.

A causa di questa dinamica, la corrente socialdemocratica dominante all’interno del movimento operaio iniziò a considerare il progresso sociale sempre meno come il risultato della lotta e sempre più come il frutto della pace sociale e della cooperazione con una classe capitalista presumibilmente benevola. Ciò portò alla depoliticizzazione del movimento operaio e alla burocratizzazione dei suoi leader e quadri. Le organizzazioni che un tempo mobilitavano le masse si trasformarono in anelli di congiunzione burocratici tra lavoro e capitale. Questo segnò l’inizio della fine dei giorni di gloria della socialdemocrazia.

L’offensiva neoliberale

Quando la crescita del dopoguerra si arrestò, il modello economico si scontrò con la stagnazione, l’inflazione e il calo dei tassi di profitto negli anni ’70. Il capitale lanciò un’offensiva per ristabilire la propria redditività. Si ritirò dal Patto sociale e perseguì nuovamente una politica di confronto. Nacque così l’era neoliberista. Negli anni ’80, la classe capitalista aveva riconquistato la propria egemonia ideologica e la utilizzò per portare avanti un progetto di privatizzazione, deregolamentazione e deindustrializzazione.

I sindacati erano disorientati di fronte a questo cambiamento. La loro leadership, plasmata da anni di politica consensuale, non riusciva a conciliare il passaggio dal compromesso di classe allo scontro aperto con l’ideologia del patto sociale precedentemente concluso. Il crollo di questo storico compromesso fece precipitare la socialdemocrazia in una crisi politica e ideologica.

Tuttavia, non mancavano le alternative di sinistra. Nel 1971, la federazione sindacale svedese LO lanciò la proposta di Löntagarfonderna: fondi dei lavoratori che avrebbero acquisito una partecipazione azionaria sostanziale nelle grandi aziende. In Gran Bretagna, il ministro Tony Benn sperimentò le cooperative dei lavoratori nelle aziende in difficoltà e sviluppò piani per una radicale democratizzazione economica.

La svolta più significativa si verificò in Francia. Nel 1981, François Mitterrand, del Partito Socialista, vinse le elezioni presidenziali e formò un governo con il Partito Comunista. Il loro programma comune offriva una risposta radicale alla crisi: un salario minimo più alto, una settimana lavorativa più breve, più giorni di ferie, una tassa patrimoniale e una maggiore partecipazione dei lavoratori. Tuttavia, quell’esperimento antineoliberista non durò a lungo. Sotto la pressione dei mercati finanziari, Mitterrand fece una svolta di 180 gradi e annunciò il suo tournant de la rigueur: il passaggio all’austerità.

Ma questi movimenti di contro-iniziativa di sinistra furono eccezioni che confermarono la regola. La maggior parte dei partiti socialdemocratici non oppose resistenza. Al contrario, si adattarono all’agenda neoliberista con una rapidità sorprendente.

Il risultato fu la sistematica erosione dello stato sociale: i controlli sui capitali scomparvero, i mercati furono deregolamentati, la ricchezza ridistribuita dal basso verso l’alto, i servizi pubblici privatizzati, la forza lavoro ridotta e i mercati del lavoro resi più flessibili. Questo cambiamento fondamentale non fu casuale, ma il risultato di un profondo mutamento degli equilibri di potere tra lavoro e capitale, questa volta a favore del capitale.

Le multinazionali hanno svolto un ruolo pionieristico in questo processo. Sono riuscite a eludere il controllo democratico. Il modello consensuale ha ceduto il passo a un’economia in cui i rapporti di classe sembrano tornare all’epoca precedente allo stato sociale.

La sinistra ha risposto a ciò invocando un nuovo compromesso di classe. Il movimento operaio rimpiange l’epoca del progresso graduale e anela alla pace sociale degli anni Sessanta, al modello consultivo di un tempo. Ma quei tempi non torneranno.

Chiunque voglia difendere i servizi pubblici e lo stato sociale dovrà rispondere agli attacchi della classe capitalista con una controffensiva. Ci attendono tempi di confronto, ed è meglio essere preparati.

Lezioni per oggi

Oggi, gli attivisti sindacali devono chiedersi perché lo stato sociale sia sotto attacco e quali lezioni si possano trarre dal passato. Per rispondere a queste domande, è necessario tornare alle fondamenta storiche del Patto sociale e ai presupposti ideologici su cui si basava.

Innanzitutto, il patto sociale non è mai stato un punto di arrivo stabile, bensì un compromesso temporaneo che ha lasciato intatte le fondamenta del capitalismo e ha preso forma all’interno di uno specifico contesto storico. Quella che avrebbe dovuto rimanere una concessione tattica è stata elevata a vittoria strategica. Invece di considerare lo stato sociale come un passo avanti in una più ampia lotta per l’emancipazione, è stato visto come il punto di arrivo della storia. Questo errore storico contribuisce a spiegare perché il movimento operaio si sia trovato così indifeso di fronte all’offensiva neoliberista.

In secondo luogo, l’ideologia del patto sociale si fondava su un’errata concezione di base. Il capitalismo può assumere varie forme, ma il suo nucleo – proprietà privata, massimizzazione del profitto, espansione e accumulazione – rimane immutato. Crisi e lotte di classe non sono deviazioni, bensì caratteristiche strutturali del sistema. In tale contesto, il controllo democratico sull’economia è fondamentalmente incompatibile con la logica del capitalismo.

In terzo luogo, questi fraintendimenti hanno reso la socialdemocrazia indifesa contro l’offensiva neoliberista. Invece di mobilitarsi per difendere i diritti sociali acquisiti, molti leader si sono lasciati spingere sulla difensiva e sono diventati, in definitiva, complici del progetto che ha smantellato sistematicamente lo stato sociale.

La debolezza fondamentale dello stato sociale del XX secolo risiedeva nel fatto che non si spingeva abbastanza in là. La concentrazione della proprietà privata è rimasta intatta, offrendo così al capitale una base di potere duratura per un contrattacco, esattamente ciò che si è verificato a partire dagli anni ’70.

È tempo di confrontarsi con il neoliberismo. Oggi, appare sempre più evidente che questo modello stesso è in crisi. Il capitalismo è alle prese con contraddizioni strutturali e una profonda crisi di legittimità .

In definitiva, tutto ruota attorno al potere. Una politica di sinistra richiede un cambiamento fondamentale nei rapporti di potere all’interno della società. La priorità assoluta deve essere: arginare il potere del capitale e sottoporre l’economia al controllo democratico. Ciò non si otterrà attraverso il dialogo sociale, ma solo attraverso la mobilitazione collettiva e il confronto. La storia dello stato sociale ci insegna una lezione fondamentale: il progresso sociale non è mai concesso volontariamente, ma è sempre imposto.

  1. Anthony Crosland, The Future of Socialism, Jonathan Cape, Londra 1956 ↩︎
  2. Furono un insieme di regole economiche internazionali stipulate nel 1944 tra i principali Paesi industrializzati del mondo occidentale. Essi stabilirono il sistema monetario basato sul dollaro USA e sulle banche centrali, fino al 1971 ↩︎

Le conquiste del movimento operaio in Italia nel XX secolo

Il XX secolo vide in Italia una trasformazione profonda delle condizioni di vita e di lavoro, in gran parte determinata dall’azione del movimento operaio. Dalle lotte per la riduzione dell’orario e per la sicurezza sul lavoro, fino alla nascita di un sistema previdenziale e dei contratti collettivi nazionali, i lavoratori ottenero conquiste materiali e giuridiche che rimodellarono il rapporto fra lavoro e Stato.

All’inizio del secolo il movimento operaio era frammentato: socialisti, sindacalisti, anarchici e poi comunisti e cattolici organizzavano scioperi, proteste e iniziative politiche in fabbriche e città in rapido processo di industrializzazione. Queste mobilitazioni portarono gradualmente al riconoscimento del diritto di associazione e alla nascita di organizzazioni sindacali di massa che, con l’interruzione e la repressione durante il periodo fascista, ripresero vigore con la ricostruzione del dopoguerra.

Una delle prime conquiste concrete fu la regolazione dell’orario di lavoro. Le pressioni sindacali e le lotte operaie ottennero limiti progressivi alla giornata lavorativa e favorirono la diffusione della settimana lavorativa ridotta rispetto ai ritmi ottocenteschi di lavoro continuo. Nel corso del secolo la contrattazione collettiva contribuì a stabilire orari, riposi settimanali e ferie retribuite, rendendo stabile per milioni di lavoratori un tempo di lavoro compatibile con la vita familiare e sociale.

Accanto all’orario, la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro divenne un tema centrale. Incidenti e condizioni insalubri spinsero il movimento operaio a reclamare norme più efficaci: leggi sulla prevenzione degli infortuni, controlli igienico‑sanitari nelle industrie e istituti di assicurazione contro infortuni e malattie professionali furono introdotti e ampliati nel tempo. Queste misure, oltre a ridurre mortalità e invalidità, posero le basi per una cultura della prevenzione nei luoghi di lavoro.

La creazione di un sistema di previdenza sociale e di pensioni pubbliche rappresentò un’altra grande conquista. Attraverso sindacati e partiti, le rivendicazioni per assicurazioni contro la vecchiaia, la malattia e la disoccupazione si tradussero in istituti pubblici e in tutele che attenuarono l’estrema vulnerabilità dei lavoratori e delle loro famiglie, soprattutto nel secondo dopoguerra con l’espansione dello stato sociale.

La regolazione dei rapporti di lavoro si consolidò con l’affermazione dei contratti collettivi nazionali (CCNL). Questi contratti, negoziati tra sindacati e associazioni datoriali, introdussero salari minimi di categoria, norme su straordinari, ferie, permessi e diritti sindacali nei luoghi di lavoro. I CCNL divennero strumenti fondamentali di redistribuzione e di stabilità sociale, soprattutto nei grandi settori industriali.

Le donne e i minori furono oggetto di specifiche battaglie: il movimento operaio contribuì a limitare lo sfruttamento minorile e a ottenere tutele per le lavoratrici, come la protezione della maternità e limiti di orario per lavori pesanti o pericolosi. Sebbene le conquiste fossero parziali e la parità salariale rimanesse lontana, queste riforme segnarono passaggi importanti nella tutela della dignità lavorativa femminile.

Politicamente, il movimento operaio riuscì a trasformare la rappresentanza sociale in potere istituzionale: la nascita e l’affermazione di partiti socialista e comunista influenzarono l’agenda legislativa, mentre i sindacati acquisivano ruolo centrale nella mediazione delle crisi industriali, nella contrattazione e nella partecipazione alla vita democratica del Paese. Dopo il 1945, la nuova Costituzione e le riforme successive riconobbero diritti collettivi e individuali che derivavano dalle pressioni delle classi lavoratrici.

Negli anni del “miracolo economico” e del benessere diffuso, le azioni sindacali ottennero miglioramenti salariali reali, meccanismi di indicizzazione e strumenti per contrastare l’inflazione, rafforzando il potere d’acquisto dei salariati. Crisi e ristrutturazioni industriali nelle decadi successive misero però in luce i limiti di alcune tutele, spingendo il movimento a nuove forme di mobilitazione e adattamento contrattuale.

Un punto di svolta fu lo Statuto dei Lavoratori del 1970, che sancì una serie di diritti fondamentali per i lavoratori nelle aziende: libertà sindacale, limiti ai controlli datoriali, disciplina sui licenziamenti e protezioni contro abusi. Questa normativa rimane uno degli esempi più significativi della trasposizione legislativa delle conquiste sindicali in norme di portata nazionale.

In sintesi, le conquiste del movimento operaio italiano nel XX secolo coprono un ampio ventaglio: dalla protezione fisica e materiale del lavoratore (sicurezza, orario, previdenza) alla tutela giuridica e collettiva (contratti, diritti sindacali, Statuto), fino all’influenza politica che ha contribuito a estendere lo stato sociale. Queste vittorie non furono mai definitive né uniformi: dipendevano da rapporti di forza, contesti economici e dal confronto con il potere politico ed economico. Tuttavia, complessivamente, il movimento operaio trasformò profondamente le condizioni di vita e di lavoro di milioni di italiani nel corso del secolo.

A.C.

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Pubblicato da De Wereld Morgen, da noi tradotto

Asbjørn Wahl

norvegese, è un sociologo e autore di numerosi libri sullo stato sociale.