MELQUÍADES

Fonte: Catalunya Plural
Catalunya Plural Logo
CC BY-NC-SA 4.0
Articolo di Alex Mesa

La nostalgia che ci consuma. Umorismo e compassione come antidoto

Viviamo in tempi nostalgici, a prescindere da quando leggerete queste parole. La nostalgia è sempre molto evocativa; ci attrae perché ci riporta alle gioie di un passato davvero magnifico, ormai perduto.

In questo senso, mi chiedo se questo modo in cui la nostalgia ci influenza non sia alla base di una certa frustrazione nei confronti del potenziale trasformativo dell’arte e dell’umorismo contemporanei: troviamo sempre facile individuare opere che sono state significative e stimolanti in passato, ma sembra molto più difficile trovarle nel nostro presente.

La nostalgia che ci consuma. Umorismo e compassione come antidoto
Trailer screenshot, Public domain, via Wikimedia Commons

Per quanto riguarda l’umorismo, potremmo persino dire che è morto, che il capitale lo ha sterilizzato, che i social media lo hanno offuscato, che i comici contemporanei lo hanno banalizzato… Ma è davvero così?

Innanzitutto, dobbiamo precisare che non tutte le forme di umorismo sono, né possono necessariamente essere, sovversive. Si tratta di un argomento che non abbiamo spazio per approfondire qui, ma in linea generale possiamo affermare che la funzione dell’intrattenimento è sempre stata legata all’umorismo. Ovvero, sono sempre esistite forme di risata che non miravano ad essere altro che uno sfogo, un momento piacevole, una distrazione per rendere la vita quotidiana più sopportabile. Non si tratta di un fenomeno recente; è sempre esistito e, francamente, sarebbe eccessivamente semplicistico contrapporre un umorismo genuinamente liberatorio alla commedia intesa come intrattenimento: occupano semplicemente spazi diversi, svolgono funzioni diverse e non ha senso mantenere una sorta di gerarchia della purezza dell’umorismo. Pertanto, vale la pena proporre una tesi che vada oltre l’idea che l’intrattenimento abbia preso il sopravvento e sostituito l’umorismo autentico e trasformativo.

Ma se non è la commedia come forma di intrattenimento ad aver prosciugato il potenziale trasformativo e sovversivo dell’umorismo, cos’è successo davvero perché non lo vediamo più? La risposta breve rivela già una trappola: la (mancanza di) distanza.

È il trascorrere del tempo che ci permette di vedere chiaramente qualcosa che credevamo fosse sempre stato incontaminato, ma che, in realtà, appare tale solo nella misura in cui si è allontanato nel passato. Vale a dire, riusciamo a cogliere la maestosità del gesto del Grande Dittatore perché ora disponiamo della storia completa della Seconda Guerra Mondiale e del nazismo. Questo non significa che non fosse già una grande opera al momento della sua prima apparizione e che non fosse apprezzata come tale da molti, ma ciò che ha acquisito maggiore importanza è il suo messaggio di spietata critica al totalitarismo nazista perché ora, e non tanto allora, la portata del problema è compresa. O forse non è compresa… Ma l’offuscamento della distanza temporale ci fa pensare che lo sia.

A dire il vero, questa tesi non dovrebbe sembrarci poi così strana. In un certo senso, abbiamo segnali, e più che segnali, di fenomeni che oggi si manifestano in modo pericoloso: un autoritarismo crescente, una mancanza di rispetto per il diritto internazionale, continue esplosioni di rabbia nella sfera pubblica, impulsi espansionistici e genocidi… Tuttavia, molti resistono ancora alla gravità della situazione. O per essere più precisi: questo problema viene spesso osservato e giudicato preoccupante, ma non sembra paragonabile al contesto fascista del XX secolo… Perché siamo ancora immersi in quel capitolo della storia. In altre parole, perché non c’è la giusta distanza.

Ma se, nonostante le informazioni a nostra disposizione, non riusciamo a giudicare con tanta severità ciò che accade oggi, è perché la distanza distorce il passato con il suo effetto nostalgico e il suo rovescio della medaglia: concentrandosi su certi aspetti del passato, li enfatizza eccessivamente, compresi quelli negativi, trasformando tutto ciò che è accaduto in una caricatura. O, per dirla in altro modo, come può Elon Musk essere un nazista se non siamo negli anni ’30, non parla tedesco e parla costantemente di libertà individuale?

A questo punto, ci si può trovare in bilico tra confusione e rassegnazione. Se il passato che osserviamo è sempre una distorsione, e non riusciamo a giudicare il presente con chiarezza perché ne siamo troppo coinvolti, non possiamo forse percepire un cambiamento trasformativo nel nostro stato d’animo prima che il tempo sia trascorso e abbia distorto ogni cosa?

A dire il vero, c’è qualcosa di trasformativo nell’umorismo che si manifesta proprio nell’eliminazione della distanza, non della distanza temporale, ma piuttosto della distanza dalla scena umoristica stessa: la compassione. Per essere più precisi in termini terminologici, e seguendo Luigi Pirandello, possiamo parlare del “sentimento dell’opposto”.

La sensazione opposta nasce quando il buffone comico smette di lasciarci indifferenti, quando, pur non identificandoci ancora con lui, riusciamo a comprendere che ciò che ci fa ridere rivela anche un certo disagio, una sofferenza ineludibile: la sottomissione a una regola che ferisce ma è ineluttabile. Umberto Eco ritrova questo paradigma dell’umorismo nel personaggio di Don Chisciotte , e io l’ho ritrovato in Melvin Udall, il protagonista del film Qualcosa è cambiato, interpretato da Jack Nicholson. No, non si tratta di rovinare il divertimento. Né di smettere di ridere. Si tratta di una risata che ci trasforma nella misura in cui comprendiamo qualcosa: c’è un limite. Cosa ne facciamo poi di questa comprensione… Questa è un’altra storia.

Pertanto, se intendiamo l’umorismo come strumento del limite, qualcosa che implica necessariamente un avvicinamento al disagio, forse possiamo smettere di valutare il valore sovversivo di un’opera solo a posteriori e comprendere cosa sia l’affettazione immediata: quando cambia senza che ce lo si aspetti.

Pubblicato da Catalunya Plural, da noi tradotto.

Alex Mesa

Alex Mesa

Dottore di ricerca in Filosofia presso l'Università Autonoma di Barcellona (UAB) ed è professore all'Università di Barcellona (UB).