MELQUÍADES
Il voto ignorante
«I voti al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit, il voto a Destra in Germania, quello alla Le Pen e, in Italia, a Meloni, Salvini e forse a Vannacci, arrivano in maggioranza da chi ha studiato poco, da chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e da chi sta peggio economicamente»: parole di Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico.
Parole che Meloni, per prima, seguita poi da una processione di esponenti della Destra sui social e sulla stampa, ha interpretato come un’offesa al proprio elettorato: elettori risentiti per essere stati descritti come un semplice ricettacolo di voti provenienti da persone scadenti o, come oggi amano definirle, perdenti.

Paolo Monti, Public domain, via Wikimedia Commons
Peccato che, a mio avviso, l’analisi di Bonaccini non fosse rivolta alla Destra. Ho avuto la sensazione, non nuova, che si leggano gli eventi secondo la misura con cui ci si rapporta agli altri: se io inveisco contro e critico l’avversario, sono convinto che anche l’altro faccia altrettanto con me.
Bonaccini ha lanciato pacatamente un grido d’allarme sullo smarrimento della Sinistra, sul suo sradicamento, sul distacco dai principi fondativi dei movimenti operai e contadini e dal mondo del lavoro.
Come eravamo
C’è da chiedersi che cosa abbia spinto, in Occidente, le forze che rappresentavano i movimenti operai a disintegrare il loro patrimonio sociopolitico. Come mai le guide delle forze occidentali di Sinistra sono salite compatte sulla zattera dei diritti civili e hanno preso il largo, ritrovandosi sole in mezzo all’oceano e lasciando a riva il loro popolo (Ah, il popolo! Quanto si riempivano la bocca con questa parola).
Quel popolo ha vissuto un inesorabile e disordinato sfilacciamento, venendo meno all’esortazione marxiana all’unità, fondamento dei partiti di Sinistra: unità tra i lavoratori italiani; interesse e partecipazione alle lotte di liberazione degli altri popoli, perché non c’era differenza tra un lavoratore italiano, cileno o sudafricano. Si tesseva così quella che veniva chiamata solidarietà internazionale.
Stento a credere che tutto sia imputabile al crollo dell’Unione Sovietica in sé; credo, piuttosto, che sia imputabile allo svanire del sogno che essa rappresentava. L’URSS e il suo socialismo reale non erano l’ambizione dei lavoratori occidentali, che erano invece affascinati dal racconto costruito intorno a quel modello: nessun padrone, parità, felicità condivisa, nessuno costretto a soffrire, pane per tutti.
A nessuno passava per la testa di vivere sotto una dittatura che, stando ai dettami marxisti, sarebbe stata necessaria per eliminare le classi sociali attraverso la dittatura del proletariato. Ma chi la voleva veramente? La libertà stava a cuore a tutti e nessuno voleva rinunciarvi. Perché al Potere ci si affeziona e chi lo gestisce non è disposto a perdere i privilegi che ne derivano: usa la Legge (perché è diventato egli stesso la Legge) per sopprimere e annientare chi lo avversa. I gulag non erano graditi in Occidente.
Non era sull’Unione Sovietica, ma sul racconto idealizzato che si faceva leva per agire politicamente. Era quel racconto a renderci umani e solidali. Su di esso si costruiva l’idea di futuro; quel pensiero aveva una valenza soteriologica: ci si salva insieme.
Il Comunismo e il Socialismo si manifestavano in partiti che avevano dalla loro parte sia una base intellettuale sia una larghissima base popolare; operai e braccianti erano l’ossatura dei movimenti di Sinistra. Il PSI e il PCI avevano intercettato le sofferenze di un popolo oppresso dal Fascismo e rappresentavano persone prive di istruzione, ma dotate di enorme pathos e di una forza ribelle che, di tanto in tanto, emergeva per poi soccombere alla repressione della dittatura.
Credo sia stata la tragedia del Ventennio a far desistere il PCI dal portare avanti una rivoluzione dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Avrebbe significato una lotta armata, la conquista del potere e l’instaurazione di una nuova dittatura. Ma alla dittatura erano tutti allergici.
Ecco allora che la Sinistra si rese parte attiva nell’elaborazione di quella Carta costituzionale in cui il lavoro, i lavoratori, l’uguaglianza, il diritto allo studio e il diritto all’attività politica fossero posti alla base della convivenza sociale. Questa era stata la rivoluzione dei movimenti di Sinistra: partire tutti alla pari. Non importava essere ricchi o poveri, intellettuali o analfabeti, uomini o donne: il Paese apparteneva a tutti e tutti avrebbero contribuito a renderlo migliore.
La mutazione
A me è parso evidente che le parole di Bonaccini esprimessero dolore, disagio e la vergogna del coniuge traditore che ha distrutto una fantastica storia d’amore.
Era un amore che portava i dirigenti di partito a parlare agli operai all’ingresso delle fabbriche, per rassicurarli sul fatto che c’erano e che li sostenevano.
Quando venne meno il riferimento all’Internazionalismo in seguito al crollo dell’URSS, il PCI (ultimo grande baluardo e riferimento della lotta popolare) aveva capito, un attimo prima, che bisognava tagliare con il passato e trovare una nuova via.
Il PSI lo aveva preceduto entrando nel pentapartito e, di fatto, americanizzandosi: in Italia non si governa senza l’assenso di Washington. Si trattava di rilanciare la proposta discussa da italiani, francesi e spagnoli nell’ambito dell’Eurocomunismo, un dibattito avviato negli anni Settanta, nel quale si parlava di pluralismo politico, libertà democratiche e rispetto delle istituzioni, prendendo le distanze dall’URSS. Ma fu proprio il crollo dei regimi comunisti a far franare questa prospettiva, che non aveva mai assunto una linea unitaria.
Intanto il mondo cambiava velocemente. Nel Nord Italia stavano fiorendo le nuove Leghe, che vedevano nello Stato centralista l’origine di tutti i mali. Le tasse del Nord alimentavano il clientelismo e l’assistenzialismo del Sud: «Roma ladrona». Era uno slogan che aveva fatto presa anche tra i lavoratori, i quali sentivano che quelle denunce avevano qualcosa di vero, al di là della piega razzista assunta dal movimento separatista.
La Sinistra ribadiva l’importanza dello Stato centrale e della solidarietà tra regioni ricche e regioni povere. Il PSI si era rifatto il trucco: era il partito della bellezza effimera, del divertimento a ogni costo, della «Milano da bere», mentre il PCI appariva come un arroccamento di grigie cariatidi incapaci di leggere i tempi.
Circolavano troppo denaro e troppa corruzione nella politica: tangenti e clientelismo. La Lega lo denunciava. Poi arrivò l’onda gigantesca che travolse la Prima Repubblica: Mani pulite. La Lega si attribuì il ruolo di forza demolitrice.
Nel frattempo, il PCI aveva tagliato con il passato (al fotofinish), raso al suolo il vecchio partito e rifondato un’organizzazione nuova, attenta alle nuove sensibilità. Dal nome era stato eliminato ogni riferimento al Comunismo; erano state ribadite la vocazione democratica e l’attenzione alle tematiche della Sinistra. Così nacque il Partito Democratico della Sinistra. Addio alla falce e martello, simbolo del lavoro manuale, e spazio a una quercia: un albero solido e longevo. Una trasformazione che, per molti veterani, comportò l’inizio di un percorso con gli psicologi.
Con il Patto di Varsavia ridotto in cenere e l’esperienza dell’Eurocomunismo ormai tramontata (mai realmente avviata ma soltanto annunciata), mentre il PSI si trovava benissimo nella sua nuova veste, al PDS spettava posizionarsi e trovare una direzione, un senso.
Non si doveva più guardare a Est: era rimasto soltanto l’Ovest, e gli Stati Uniti erano lì a ricordarlo. Addio al sistema proporzionale, accusato di produrre ingovernabilità; sì al maggioritario. Bastavano due partiti: Destra e Sinistra, conservatori e progressisti, sul modello dei Repubblicani e dei Democratici statunitensi. Semplicità.
Ma anche addio ai sogni: si trattava di diventare pragmatici, di incentivare il Mercato e il Capitalismo. Certo, molti erano andati in crisi o in analisi: come avrebbe potuto essere altrimenti?
La globalizzazione
Intanto gli operai guardavano alla Lega perché era vero: Roma era ladrona. Bisognava quindi bloccare quel furto e riprendersi le proprie tasse, perché il denaro trasferito altrove alimentava clientele. Bisognava investire le tasse nel proprio territorio: ciò significava dare dignità al lavoro e poter prosperare a casa propria.
La Sinistra aveva scelto Clinton come riferimento e, con lui, il progetto capitalista che chiamiamo Globalizzazione: la libera circolazione del denaro, diventato un dio intoccabile e venerabile.
Se questo dio, libero da vincoli, stabiliva che la tua fabbrica doveva essere chiusa per essere riaperta all’estero, dove il costo del lavoro era più basso, ecco che lo straniero non veniva più visto come un lavoratore bisognoso di solidarietà, ma come un viscido opportunista che ti rubava il lavoro e, di conseguenza, la vita.
Quale strategia veniva proposta a Sinistra? Non più tutelare i lavoratori, ma il lavoro. Abbassare il costo del lavoro, quindi i salari; ridurre le tutele, quindi aumentare la precarizzazione; accettare di cambiare grazie alla formazione, cioè accettare la disoccupazione.
L’uomo forte
La conseguenza? Piano piano si è perso l’elettorato meno istruito: quello che fatica ogni mattina, affronta un’esistenza da pendolare, vive in affitto e ha ormai soltanto le reti Mediaset come evasione dal proprio grigiore.
Un elettorato che ha perso la fiducia in se stesso e nella propria forza aggregante e si è affidato all’uomo forte che, guarda caso, gli era apparso in televisione: un sorriso rassicurante e la capacità imprenditoriale di chi si è fatto da sé, offerto come colui che avrebbe liberato la gente dall’incubo in cui i cattivi comunisti l’avevano cacciata.
La Destra era il Bene, la Sinistra il Male. Semplice.
La resa
Ma non bastava: serviva altro. Nel 1998 il PDS si trasformò in Democratici di Sinistra. Aveva reciso i legami con le ideologie e si era dichiarato riformista, sperando di allargare la base del partito. Contava di recuperare i vecchi socialisti, in buona parte finiti a Destra, e altri elettori. Era diventato un contenitore vuoto, nel quale ognuno poteva sentirsi a casa.
L’obiettivo era vincere le elezioni. Per riuscirci si andava alla raccolta di idee, soprattutto nel campo dei diritti civili (con essi non si contesta il Mercato, ma la Morale). Il sistema maggioritario imponeva una dimensione più televisiva e quindi una certa leggerezza: bisognava diventare piacenti, a scapito dei principi (ma erano già stati abbandonati).
Per vincere bisognava aggregare più forze. Così, nel 2007, si disse addio ai DS, che si unirono alla forza di Centro chiamata Margherita. Nacque il Partito Democratico, dicendo addio alla parola «Sinistra» e al concetto che essa rappresentava.
Si misero al servizio del Mercato e il voto degli elettori meno istruiti voltò loro le spalle: alcuni si chiusero in casa, altri si lasciarono sedurre dai movimenti populisti o da chi, a Destra, diceva loro: «Sei importante, ti difendo io. Te lo dico io chi ti vuole male!».
Ha ragione Bonaccini: il voto degli elettori meno istruiti è andato a Destra, purtroppo.
Alberto Camata
Curatore di questo sito
