Ai margini dei grandi sistemi. Il desiderio di assoluto

“C’è un solo potere:
quello di salvare.
E c’è un solo onore:
quello di aiutare”.
[John Ruskin]

“Chi ha salvato
anche un’anima soltanto,
è da giudicare esattamente
come chi ha salvato
il mondo intero”.
[Talmud]


La vendemmia è fatta.
L’incendio dei colori nelle vigne prelude alla caduta delle foglie: l’avvicinarsi freddoloso della morte le porterà alla loro più incandescente bellezza. Ogni anno resto affascinato davanti a questo incendio: la fine è apoteosi.
Mi piacerebbe che fosse lo stesso per gli esseri umani. Vorrei che, con la vecchiaia, le donne e gli uomini divenissero improvvisamente più belli, fino all’ora in cui bisogna partire. Ahimè! quante volte la decadenza fisica o mentale degrada e imbruttisce! Però ci sono anziani che attraversano una “bella vecchiaia”, trasfigurata di serenità.


Un sorriso ampio, disteso

Era il giorno di San Martino. Il vecchio “Pierin” sorrideva mentre mi presentava la sua vigna e mi decantava il vino di quei filari lassù, magnificamente esposti al sole, oppure scuoteva perplesso il capo parlandomi dei vecchi vitigni, quasi a ridosso del monte Tomba, che regalavano ormai pochi grappoli, ma non osava tagliarli: li aveva piantati ancora il padre anni e anni prima.
Un sorriso ora ampio e disteso come alcune delle nostre vallate, ora sottile, rapido, fuggevole come un volo di rondini, illuminava quel volto bruciato dal sole. Ed era l’estasi, a momenti, quando contemplava ammirato “la sua vigna”, riviveva al pari dell’artista la fatica, lo struggimento, l’incanto della creazione.
Quel sorriso addolciva il nostro discorso. Trasfigurava le parole e la vigna stessa, e comunicava voglia di vivere, stupore, senso di pace. Un piccolo miracolo quel sorriso, come tutti del resto.
Tornai a casa esultante quella sera, un’esultanza dell’essere, il cuore lieve, le ali al piede. Mi ero sentito accolto da “Pierin”, accolto dal suo sorriso. Sorriso aperto, eppure intriso di qualcosa di intimo, di segreto, di profondo, come il sorriso del contemplativo quando narra del Dio invisibile e talvolta quasi pare di intravederne, per un attimo, il Volto. Come il sorriso di certi anziani che ti raccontano le fatiche di un tempo, il loro dolore e sconforto, ma ora sono in qualche modo sublimati, purificati anzi, e non ne resta che un’eco lontana.


Fino all’ultimo respiro

È giusto che noi ci occupiamo delle speranze che hanno consistenza e forma dentro il tempo, ma guai a noi se rimuovessimo dalla nostra prospettiva quel limitare ultimo dell’esistenza in cui l’essere ed il nulla combaciano, e in cui l’uomo è all’ultimo respiro.
Allora la spola ha finito di correre, i giorni sono dileguati come un soffio. Guardare in faccia l’altro aspetto di noi, il nostro declinare nella morte, è una garanzia di sanità interiore. Ciò che noi rimuoviamo ci viene addosso per altre vie. L’aggressività mortale dell’uomo è un ritorno della morte che egli aveva schiacciato. Compiendo violenza con se stesso, mentendo a se stesso, egli l’ha rimossa ed essa ritorna tra le sue mani, nel suo impeto distruttivo.
Più si allargano le ragioni esterne del timore, dello smarrimento, della mancanza di prospettive e più cresce una specie di forza centripeta che ci coagula tra di noi, stringe il gruppo con vincoli più rigorosi, fissa le identità e le investe di una specie di aggressività verso l’esterno. Non dimentichiamoci che, nonostante le nostre presunzioni di civilizzati, alle nostre radici scorre un’acqua scura che è quella della paura dell’esistere, la paura del mondo.
Questa struttura permanente diventa drammatica quando, per congiunture storiche, è sollecitata ed amplificata.


Il guscio è vuoto

Ecco perché il nostro tempo è il tempo in cui le parole che i nostri padri pronunciarono con fierezza, parole di dignità morale universale – le parole della fraternità, dell’uguaglianza, della giustizia – sono cadute nel ludibrio. Non le possiamo ripetere se non con qualche rossore, perché i fatti che sono sotto i nostri occhi ci dicono che esse sono menzogne. È finita l’euforia con cui la nostra coscienza poteva allattarsi alla duplice fonte della Chiesa cattolica universale con i missionari sparsi in tutto il mondo, e della civiltà occidentale con tutti i suoi fasti offerti al mondo intero.
Questo è il clima in cui si è svolta la mia infanzia. Ci è rimasto dentro il desiderio di ricostruire quel mondo che era invece, in tutti i sensi – ecco perché la nostra è una stagione di svelamento -, una menzogna. E la menzogna, sotto l’apparente benessere, è la malattia che ci governa e ci modella dentro. Le segregazioni razziali che sembrerebbero impossibili a cinquant’anni da Auschwitz, e le sperequazioni sempre maggiori fra l’opulenza e la fame, sono sotto i nostri occhi in maniera perentoria. Non è nemmeno possibile far finta: l’evidenza ci aggredisce.
Ecco perché, io penso che i tempi che verranno saranno insidiati, sempre di più, dal pericolo del fanatismo. Il fanatismo non è altro che la traduzione aggressiva della paura interiore. Esso cresce man mano che cresce in noi il senso della precarietà, della relatività, dell’incertezza. Questi caratteri che ieri ci parevano negativi, oggi sono costitutivi della salute della coscienza.


Bisogno di divismo

La coscienza equilibrata, in un tempo di oggettiva incertezza, riflette, indaga; non ha dogmi da affermare, non scrive verità con la “v” maiuscola, non si riempie la bocca con parole tonanti, accetta la condizione precaria come condizione umana.
È morta madre Teresa, e la sua testimonianza inquietante viene subito esorcizzata: abbiamo bisogno di darci buona coscienza, perciò, invece di mettere in crisi le nostre sicurezze collettive, quelle che producono i milioni di poveri “di madre Teresa”, chiediamo a gran voce la sua santificazione. Preferiamo non rischiare nulla di nostro, evidentemente, e fare il tifo dalla curva è più comodo che correre a perdifiato per novanta minuti in uno stadio.
Quanti problemi di nevrosi personale e collettiva non risolve una tifoseria bene organizzata… e una cerimonia di canonizzazione.
Una storia di ordinario bisogno di divismo e di video-cristianesimo spettacolare, che ci procura un alibi in più. Peccato che in Vaticano non si accorgono di nulla: soffiano addirittura sul fuoco. Forse ci marciano.


Il dio dei filosofi

Nel linguaggio religioso anti-evangelico, quando diciamo che è Dio che vuole che ci siano i ricchi e i poveri, i malati e i sani… vogliamo stendere sui lettucci degli uomini malati la coltre dell’impossibilità.
Il Dio dell’Alleanza non è affatto il Dio dei filosofi che ha fissato le cose, ma il Dio di Gesù Cristo. Il Padre che vuole che si spezzino le catene. Le catene possono essere spezzate e l’uomo è chiamato a farlo: ecco l’annuncio del vangelo. Se vogliamo, possiamo afferrare la macchina che ci stringe nella sua molla. La molla di questa macchina è l’egoismo, l’amore di sé portato al limite. È possibile spezzarla, purché ci decidiamo a vivere secondo un’altra legge.
C’è una possibilità che sorpassa davvero ogni ragione, quella di far propria la condizione degli altri, assumere in sé il destino dell’altro.
Solo l’amore è capace di fare unità nella pluralità senza violenza. E in questo modo ci introduce in una nuova comprensione del rapporto con l’altro.


Per non essere fagocitati nella totalità

Italo Mancini, che è stato un lucido e profetico interprete di questo fenomeno, afferma sulla scia del filosofo ebreo E. Lévinas, che è ormai giunto il momento di abbandonare la logica occidentale, tutta incentrata prima sull’essere e poi sull’io, per riscoprire invece la logica più biblica del volto.
Infatti, sia l’essere che l’io sono stati concepiti come due totalità capaci di fagocitare tutta la pluriforme ricchezza della vita. Il primo ha dominato incontrastato tutta l’antichità e il medioevo. Ad esso si è sostituito l’io dall’epoca moderna fino ai giorni nostri, sempre però sotto il medesimo segno: l’identità unificatrice e totalizzante che esclude il confronto e la valorizzazione della diversità, intesa come apertura all’altro.
Per spezzare questo cupo e chiuso orizzonte è necessario ripensare la dimensione dell’infinito. Se la totalità esprime il sogno di disegnare un mondo in cui tutto viene sistemato e conosciuto dall’uomo, ricordare l’infinito richiama provocatoriamente l’impossibilità di esaurire tutta la realtà entro gli schemi umani che la pensano. Ciò che è interessante in questa riflessione è che il rimando ad andare oltre gli schemi, all’infinito, venga dal volto dell’altro, che con la sua estraneità provoca e invita ad uscire da sé.


L’accoglienza del volto

Troviamo qui riproposto il tema tanto caro alla postmodernità della salvaguardia della diversità e della tolleranza, che si riconduce in fondo al problema del come realizzare la giustizia. La proposta di Lévinas è centrata, infatti, sull’accoglienza ad ogni volto, “perché è volto, ancor prima che sia bello o brutto, sano o malato, dallo sguardo benigno o ostile”.
Tale logica del volto può essere un’utile fondazione per impostare i rapporti all’interno della società multietnica che i recenti e massicci movimenti migratori stanno provocando. Essa inoltre ci ricorda il mistero di cui ogni uomo è portatore, al di là dei concetti in cui forzatamente lo si voglia far rientrare.
La nostra razionalissima cultura si è trovata improvvisamente contraddetta da assurdi che non presentano possibilità di soluzioni. La fame in un mondo ricchissimo, le guerre nel mezzo di una opinione che proclama in tutti i toni la pace, il razzismo e le opposizioni etniche dentro progetti politici di unificazione, la distruzione delle riserve della Terra, operata da una capacità progressiva di possedere l’uso di queste riserve. Tutto questo ha portato alla fine della filosofia, il fenomeno che è il senso stesso della nostra epoca (Lévinas).
In base a questa grande amicizia per l’uomo, non dobbiamo chiedere a nessuno le credenziali: “sei dei nostri o no?”, “sei del gruppo o no?”, “sei cattolico o no?”. Se ne siamo capaci, il nostro primo dovere è di ascoltare. Se non siamo liberi dai nostri schemi consolidati, non sentiamo niente.
In realtà, non dovremmo interrogarci sul senso della vita, poiché siamo noi ad essere interrogati: siamo chiamati a rispondere alle domande che la vita ci pone. E saremo in grado di rispondere soltanto assumendoci la responsabilità della nostra esistenza.

Pove del Grappa, 30 novembre 1997