Babele, la cultura dell’immagine, il viatico illusorio di un rassicurante mito

Una favola
“Budda raccontò una parabola: un uomo che camminava in un campo si imbetté in una tigre. Giunto ad un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciavano a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!”.
[da Centuno storie Zen]

“Per quanto tu cammini e percorra ogni strada, non potevi raggiungere i confini dell’anima, tanto è profondo il suo logos (essenza)”.
[Eraclito]

Ricordi
Da qualche tempo riemerge, di tanto in tanto, alla mia memoria un ricordo dell’infanzia: il pianto di mio padre al ritorno dalla campagna. Una grandinata aveva distrutto il raccolto della nostra vigna.
Ero rimasto come pietrificato. Era un uomo forte, papà, saldo, vigoroso come le sue solide mani di contadino. Ed anche ironico. Come spesso i poveri. Ma il mio cuore irrigidito di bimbo si sciolse subito perché la mamma l’avvolse con un grande abbraccio e gli asciugò le lacrime con baci. Non seppi quello che gli mormorò. Il gesto però parlava da sé.
Sì, l’ho imparato da piccolo: anche gli uomini forti piangono quando la sventura si abbatte con la voracità degli avvoltoi, felici di straziare, a poco a poco, la carne dell’esistenza. Da allora ho intuito, sul momento oscuramente, la sacralità delle lacrime che prorompono dal soffrire. Perché dicono la dimensione tenebrosa della condizione umana, che avvilisce la vita nell’insignificanza: il dolore è inumano.
Ha fisionomie purtroppo senza numero questa maledizione.

Lacrime silenziose
Volti doloranti, perché il corpo è aggredito da una malattia. Volti straziati dalle ferite dell’anima, che non trova pace. Volti attoniti dei delusi dalla vita. Volti amareggiati degli scoraggiati che si sperimentano incastrati in un vicolo cieco. Volti disperati di chi è logorato da una solitudine senza rimedio. Volti angustiati dei vinti, le mani sanguinanti per i cocci di un impegno finito nel nulla.
Volti spezzati dei perseguitati, degli oppressi, dei calpestati dai loro simili. E volti… volti sofferenti per cento e mille ragioni. Lacrime accompagnate da sussulti, grida, mozziconi di parole. E lacrime silenziose. Forse le più atroci. Gridano la disperazione con la potenza di un silenzio che non si attende più alcuna consolazione.
Sacralità delle lacrime. Perché rivelano la dimensione tragica dell’esistenza che ci affanniamo a nascondere sotto l’eccitazione attivistica, o una valanga di chiacchiere, o di parole altisonanti, vuote come ogni retorica. Sacre da accogliere, con la riverenza che ti è chiesta di fronte al mistero.
La speranza è che le nostre lacrime siano raccolte con l’immediatezza della tenerezza di mamma. Atroce quando cadono nel silenzio di un angolo della stanza….
Faceva la cameriera a Vipiteno, in un alberghetto di quelli non troppo chic. Il sabato sera scendeva in discoteca, a sentire la musica e a fare qualche giro timido con i soldati di passaggio. Una volta (le avevo chiesto una forbice, era all’asse da stiro, tra mucchi di biancheria da tavola e da camera), d’improvviso, scoppiò in lacrime dirotte e così venne fuori la sua storia. Il bambino ed il padre ricco, che non dava un soldo, dopo averla piantata e la nonna poveretta che s’era fatta forza per tenerla, col piccolo innocente, a testa alta. “Ho gli occhi rossi? Giù, non dica niente”.
A tutti vorrei dire il tuo coraggio, dolce ragazza-madre di Vipiteno, e la vergogna dell’uomo che ti tolse il fiore dei tuoi liberi vent’anni!

Due questioni intrecciate
Se fossi sacerdote a Rio de Janeiro, o nel Messico, sarei un teologo della liberazione. Invece ho a che fare con persone dell’Italia ed europee. Nella città da cui provengo, nonostante ci siano problemi sociali e razziali, la sofferenza è essenzialmente psicologica: dipendenza, servitù, eteronomia. Nella nostra società è sempre più difficile tenere liberi spazi in cui gli uomini possano sentirsi compresi. La pressione a fare, lavorare, rendere, essere perfetti, cresce continuamente. Gli uomini e le donne sono diventati tutti parte di un processo produttivo: ma valgono qualcosa prima di tutto come persone. Sincerità, bontà, valori umani valgono molto più delle cifre della produzione e delle vendite. Visto che viviamo in un mondo comune, le domande del terzo mondo non possono più essere separate dalle questioni che riguardano il primo mondo. Per questo credo che le questioni psicologiche e sociali costituiscano un’unità. Vorrei proporre l’altro lato della teologia della liberazione: non è possibile liberare la società se non si libera l’uomo. Non si può liberare l’uomo, se non liberandolo dagli intrecci, dal coinvolgimento in strutture disumane. Si può fuggire alla durezza della realtà, occupandosi soltanto e unicamente di se stessi… in questo caso la psicoterapia diventa fine a se stessa. Oppure ci sono persone che fuggono nell’impegno politico per non conoscere ed affrontare se stessi. Proiettano i loro sentimenti poco chiari nelle strutture sociali. È una cosa, questa, non poco pericolosa.

Dal simbolo all’immagine vuota
Se ipotizziamo un mondo materialmente ordinato, il sentimento dell’angoscia, della mancanza del proprio valore, della mancanza di senso, sarebbero dei sentimenti che ancora di più tormenterebbero l’uomo.
Gandhi sapeva che la non violenza poggia sulla libertà dall’angoscia: finché gli uomini avranno angoscia e paura saranno violenti. Il genio di Gandhi consisteva nel fatto che vedeva la dimensione psicologica unita con la dimensione politica e rivoluzionava entrambe le dimensioni in base ad una convenzione religiosa.
“Quando la proliferazione delle cose materiali diventa la misura del progresso del vivere, quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di sé, vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve essere ritenuta narcisistica”.
[A. Loven]
Ormai le nostre città sono diventate un “labirinto di immagini” e noi viviamo in una società stregata dalle immagini, ma che ha perso il senso del simbolo.
L’immagine della realtà si sostituisce alla realtà stessa. È questo l’aspetto idolatrico presente. L’idolo nasce quando l’uomo non si dà divieti, non accetta e non si fissa limiti: allora egli vuole tutto, subito, accanto a lui e senza tenere conto degli altri.

La seduzione del Grande Fratello
L’idolo è una forza che perverte l’uomo, gli fa imboccare e percorrere strade di morte in cui egli, lo sappia o no, arriva a perdersi.
In momenti di passaggio da un assetto socio-politico ad un altro, di instabilità sociale, di crisi del principio di autorità, di incertezza etica e anche di crisi delle religioni storiche che lasciano spazio al diffondersi di un religioso selvaggio e sincretistico, sorge il bisogno di trovare un’immagine che fondi e rinsaldi l’identità collettiva e personale: l’idolo svolge questa funzione rassicurante.
La disgregazione che affligge tanto l’individuo quanto la società (si pensi alla crisi dell’istituzione familiare) non costituisce, forse, il terreno adatto per una risposta forte, che ricompatti valori ed istituzioni in frantumi, o almeno che si presenti con questa immagine?
Nell’idolo, il divino si identifica con un volto familiare, con un manufatto umano. L’idolo abolisce la distanza con Dio e nega la sua alterità: l’idolo è un divino personalizzato e reso inoffensivo, è costruzione umana, è “dio e immagine dell’uomo” che protegge la città, che rassicura la comunità, che in esso riceve identità e che da esso è liberata dalla paura e destinata alla felicità.
Ma la paura e la tristezza sono proprio le due emozioni fondamentali che il narcisista rimuove, presentando un’immagine perennemente sicura di sé e sorridente perché partecipe, anzi detentore, della felicità che promette agli altri nella sua opera di seduzione, per ottenere il potere!
Per questo la politica arriva spesso a suscitare idoli: il Grande Fratello, il Grande Timoniere, l’uomo di cui c’è bisogno devono essere divinizzati: fatti dei, essi scongiurano il divino o, più volgarmente, il destino.
“L’idolatria dà la sua vera dignità al culto della personalità, quella di una figura familiare, domestica del divino” [J. L. Marion].

Verso la Babele sorridente
dell’omologazione

Dalla frammentazione del tempo negli innumerevoli tempi giustapposti e incalzanti, imposti dai frenetici ritmi sociali, dalla scomposizione analitica del corpo fino alla sua riduzione a capo feticcio, operata dal linguaggio pubblicitario della società dei consumi, dall’atomizzazione della società sorge un bisogno di unità.
Il rischio è quello idolatrico di Babele, del totalitarismo. Nella spersonalizzazione dei rapporti la distanza dal potere può essere abolita da un volto familiare, che entra nelle case di tutti grazie a quel potente distributore di immagini che è la televisione.
Ma, soprattutto, è questa abolizione della distanza, che la televisione provoca, che può innestare una sua strumentalizzazione idolatrica, al fine, cioè, di conquistare consenso e potere.
La fine delle ideologie, spesso assunte a sistemi idolatrici, non ha cancellato i bisogni e i problemi a cui esse cercavano di rispondere. Il rischio, ora, è quello di dare risposte ugualmente idolatriche, seppure di altro segno e in un’altra forma.

Il seme di una grande separazione
Io dico, però, che la primavera è nascosta in questo inverno. Proprio al di dentro dell’animo giovanile, che ascolto con devozione ed umiltà, c’è il seme della ripresa, perché al di dentro del loro negativismo si trova, come sempre in ogni generazione, la nascita della loro libertà interiore, la possibilità di essere parola nuova nel mondo.
Mai nasce uno spirito libero, capace di chiamare “sepolcri imbiancati pieni di ipocrisia” i saggi del suo tempo, tronfi solo dell’altrui silenzio e di una vecchiezza che scambiano per segno del divino (Mt. 23,27), se non vive nella sua carne una grande separazione. Poiché questa voglia di essere parola nuova freme nell’animo di ogni ragazzo non ancora spento dalle nostre minacce di abbandono, nel loro animo c’è una voglia irresistibile di spezzare lacci, di oltrepassare norme, di individuare possibili gesti iconoclastici.
Non è che non sentano il rispetto di tutto ciò che è degno e venerato dai secoli, ma più forte è il bisogno di andare avanti, di scoprire cosa c’è dietro la siepe, di non contentarsi di facili certezze che sanno di oppio dei loro spiriti.
Il dilagare del tag (quegli illeggibili segni) sui muri, vagoni ferroviari, autobus, metropolitane, ci ricorda che con un nuovo universo occorre fare i conti.
Provvidenzialmente, ci ammonisce che la colpa di averli fatti nascere, questi giovani, non si estingue con i soldi, ma solo prendendoli in considerazione e costruendo un mondo dove ci sia soprattutto posto per loro.
Pur sapendo quanto può condurre lontano una voglia selvaggia di rottura (e quanta gente c’è ancora “sulla strada” e con niente in cuore), ci domandiamo chi deve dire ai grandi di questo mondo che sotto il loro perbenismo si annidano crimini ed ingiustizie, che impediscono una vera, dignitosa pace tra i popoli e l’avvento di una civiltà dell’amore?
Non c’è da avere paura delle nubi minacciose o delle tempeste invernali. Come il mondo non ebbe paura di quelle ombre che coprirono la terra quando il giusto crocifisso ci lasciò soli e ci sembrò che ogni luce avesse abbandonato l’umanità.

Pove del Grappa, 5 maggio 1998