Gli undici del Putumayo sono innocenti

Putumayo: fiume di confine
tra Colombia ed Ecuador

Le zone di frontiera nazionali sono regioni dove i confini delle cartine geografiche sono insufficienti a cancellare le somiglianze che uniscono i popoli di differenti nazioni. Questo si verifica anche in un angolo del bacino amazzonico, nel bacino di uno dei più importanti affluenti dell’Amazzonia: il fiume Putumayo, che costituisce il confine tra Colombia ed Ecuador. Sulle sue rive si trovano varie comunità abitate da campesinos e indigeni che vivono in una situazione di povertà, violenza ed abbandono.
La riva ecuadoriana è abitata da un alto numero di popolazione colombiana senza documenti regolari, spostatasi per differenti motivi, tra i quali la violenza.
Il dipartimento colombiano del Putumayo è uno scenario complesso e violento, nel quale confluiscono vari fattori: l’esercito, la guerriglia, il narcotraffico e i paramilitari.
La provincia di Sucumbiós in Ecuador, a causa della sua posizione di frontiera e delle immense risorse naturali che possiede, prima fra tutte il petrolio, è considerata zona di sicurezza nazionale, per cui lo stato ecuadoriano ha insediato una forte presenza militare. In tale territorio vivono antiche comunità indigene e migliaia di famiglie che, durante gli ultimi decenni, hanno colonizzato la zona attratte dallo sfruttamento petrolifero e dalla speranza di migliori condizioni di vita.
Il fatto avvenuto nel dicembre 1993 rappresenta una delle prove delle difficoltà comuni per le comunità che vivono ai due lati della frontiera: giustizia, pace e sviluppo.

L’imboscata alla
pattuglia ecuadoriana

I conflitti tra la popolazione civile, i militari e la polizia non sono nuovi. Il 16 dicembre 1993 verso le ore 14:30, nel luogo denominato Peña Colorada, lungo le rive del fiume Putumayo, una pattuglia formata da esercito e polizia ecuadoriana, che stava esercitando azioni di controllo antinarcotico, fu attaccata da elementi delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC). Nell’imboscata persero la vita undici membri delle forze pubbliche ecuadoriane e vennero segnalati due scomparsi.

La risposta:
detenzioni indiscriminate

Tra il 17 e il 21 dicembre 1993, l’esercito ecuadoriano organizzò un’operazione militare per trovare e arrestare i responsabili, ma il risultato fu la detenzione illegale di trenta indigeni, campesinos e commercianti della zona, per lo più colombiani, sospettati di aver partecipato all’imboscata. Gli arresti, peraltro arbitrari, vennero effettuati mentre queste persone svolgevano le loro attività quotidiane: lavoro agricolo, riunioni comunali, ecc.
Le trenta persone furono sottoposte a maltrattamenti e torture. Alla fine, di tutte e trenta, rimasero detenute dieci persone colombiane e una ecuadoriana.

Ancora nuove gravi violazioni
dei diritti umani

Gli undici detenuti rimasero in isolamento tra gli otto e gli undici giorni e durante questo periodo furono sottoposti a tortura fisica e psicologica, privati di cibo, acqua e sonno; costretti a ingerire urina, fango e terra; bendati per lunghi periodi, immobili braccia e piedi; scariche elettriche sugli organi genitali, sul petto, sulle mani e sui piedi; inalazioni di gas, colpi di baionetta; bruciature sulla pelle con creolina (un liquido combustibile); tentativi di soffocamento in acqua piccante; asfissia con buste di plastica; violenze e vessazioni sessuali; bagni in acqua gelida; iniezioni di droga; minacce di morte ai familiari; simulazioni di fucilazione e minacce di lanciarli da un elicottero.
La finalità della tortura era quella di creare documenti nei quali i detenuti si autoaccusavano di aver partecipato all’imboscata del 16 dicembre. L’obiettivo è stato raggiunto in modo parziale: quattro degli undici campesinos resistettero alle torture senza incriminarsi e vennero liberati nell’agosto del 1994, gli altri sette non ce la fecero a sopportare.

Versioni ufficiali e contraddittorie

Gli undici campesini-indigeni vennero poi trasferiti nella città di Quito e presentati attraverso i mezzi di comunicazione come narco-guerriglieri della FARC.
Il ministro della difesa, generale José Gallardo, consegnò gli undici nelle mani della polizia nazionale, affermando che i detenuti “godevano di un perfetto stato fisico e non erano mai stati torturati”. La loro detenzione fu giustificata posteriormente, a livello ufficiale mediante una doppia manovra: da una parte il ministro della difesa, dopo le dichiarazioni iniziali, presentò gli undici detenuti come guerriglieri di finca, ossia come contadini che in determinati momenti avevano usato le armi e partecipato ad operazioni di guerriglia. A conferma di ciò mostrò una videoregistrazione nella quale due dei detenuti si autoaccusavano.
Il governo appoggiò questa versione, qualificando le persone incarcerate come “delinquenti”.
La polizia nazionale, invece, nel suo rapporto investigativo, presentò gli undici detenuti come guerriglieri di colonna, cioè con partecipazione permanente alla guerriglia o addirittura con incarichi militari e in azioni di guerra.
L’accusa di guerriglieri di finca fu montata per rispondere a dichiarazioni pubbliche di portavoci della chiesa di S. Miguel di Sucumbiòs e di organismi per la difesa dei diritti umani che garantivano l’origine campesina dei detenuti.

Nasce il coordinamento

La tortura, la detenzione illegale, l’insabbiamento di prove, costituiscono ancora, in molte realtà latinoamericane, delitti che, nella maggior parte dei casi, rimangono impuniti. A ciò contribuiscono la stessa legislazione, caratterizzata da notevoli carenze legali e il sistema di impunità tipico della polizia giudiziaria latinoamericana. Si aggiunga la mancanza di preparazione e di coordinamento delle organizzazioni che lottano per il rispetto dei diritti umani.
La complessità del caso Putumayo, per le istituzioni coinvolte e, soprattutto per le morti avvenute, rendeva delicato l’intervento degli organismi per la difesa dei diritti umani; non tutti erano convinti dell’innocenza dei campesinos, dopo aver visto la videoregistrazione alquanto credibile diffusa dall’esercito. Ciononostante, di fronte agli evidenti segni di tortura, si rivelava indispensabile un rapido intervento dell’organizzazione, superando la timidezza iniziale e denunciando la tortura e l’isolamento al quale erano stati sottoposti gli undici contadini.
L’isolamento e la tortura, come ben si sa, hanno come obiettivo principale la distruzione dello spirito umano e della psiche; deteriorare la personalità dei detenuti ed intimidire i membri della comunità alla quale appartiene la vittima. Nel caso Putumayo ciò si era verificato in seguito alla tortura: sette degli undici detenuti si dichiararono colpevoli. Ma quale tortura dà la possibilità di chiarire la verità?
È stata la missione carmelitana del vicariato di Sucumbíos, diocesi alla quale appartiene El Putumayo, il cui responsabile è il vescovo Gonzalo López Marañón, impegnato con i settori più emarginati, che ha proposto la nascita di un coordinamento, il più aperto possibile, per affrontare il caso.
Organizzare un lavoro coordinato attorno ad una situazione estremamente difficile è stato l’impegno che ha permesso a venti organizzazioni (movimenti) con obiettivi diversi di unirsi: così è nato il Comitato coordinatore di Chiese, organismi impegnati nella difesa dei diritti umani e ONGs del caso Putumayo, nel quale sono confluiti settori cattolici, ecumenici, attivisti, organizzazioni specializzate sotto l’aspetto legale e della comunicazione o persone disposte ad offrire appoggio e sostegno ai detenuti.

Commissione legale e stampa

Una delle commissioni più importanti è quella legale, che a suo tempo si preoccupò di disegnare il procedimento legale per difendere i sette contadini dall’ingiusta accusa attraverso la minuziosa raccolta di numerose prove che sono andate a riempire ben settecento fogli del processo contro un solo rapporto, quello della polizia che, in definitiva, non è altro che una trascrizione del rapporto militare ottenuto con la tortura.
Si riteneva, inoltre, prioritario affrontare la posizione dell’esercito che era riuscito a convincere la società della colpevolezza dei contadini del Putumayo mediante una metodica ed effettiva campagna attraverso i mezzi di comunicazione.
Allo stesso modo della commissione legale, la commissione stampa stabilì la sua strategia: campagna dei mezzi di comunicazione per far conoscere la verità dei fatti; diffusione del caso a livello nazionale; visita alla zona aperta ai giornalisti internazionali e agli osservatori stranieri; visita alla zona di una commissione della Cancelleria ecuadoriana. Queste iniziative hanno dato notevoli risultati a fronte dell’opinione pubblica iniziale: oggi si conosce il caso e si appoggiano apertamente i contadini detenuti e si chiede la loro libertà.

Nell’agosto del 1994, quattro di loro, precisamente coloro che resistettero alla tortura, vennero liberati, mentre gli altri sette rimasero illegalmente detenuti.
Nel febbraio 1996, nonostante la difesa avesse dimostrato la loro innocenza con più di 130 prove, la tortura e l’isolamento subito, basandosi solo su un rapporto di polizia, i giudici hanno condannato cinque dei contadini a dodici anni di reclusione, a sei anni l’unica donna implicata e a due anni il settimo degli accusati.
Attualmente si sta confidando nel ricorso alla Cassazione, affinché la Corte Suprema possa rivedere la sentenza e riparare gli errori e il danno provocati su queste persone innocenti.