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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La nuova Lima: città di emigrati

di Mora Lazzarini Mosé
“Si ricostruiranno le vecchie rovine…”.
(Isaia 61,4)

Le diverse denominazioni di Lima “regale”, Lima “città giardino” conferite un tempo al carattere signorile della capitale del Perù, non rispondono alla città che contiene più di 7 milioni di abitanti, caotica, multietnica, punto di approdo dell’emigrazione interna.
Nella città di Lima confluiscono le tre grandi regioni del paese, che sono la culla di culture e popolazioni diverse, distinte per condizioni economiche:
· in primo luogo la costa che dà sull’Oceano Pacifico, una fascia larga e angusta di valli, spiagge e deserti, dove si fermarono gli africani, obbligati a lasciare la loro terra durante il dominio spagnolo, ed è la zona da dove furono cacciati gli antichi abitanti della costa peruviana verso le Ande;
· segue la “sierra” (la montagna), la seconda regione, che è la distesa della Cordigliera Andina, il punto centrale della società incaica;
· infine, la “selva” (la foresta), la regione amazzonica, dove le comunità dei nativi coesistono con le nuove città principali dedicate al commercio.
I principali flussi migratori si sono verificati nelle regioni della costa e della sierra, formati in particolare dagli uomini e donne del campo che, poco a poco, si videro costretti a partire per mancanza di terra, per fame e per la necessità dell’educazione. Però sono gli emigranti andini, con la loro forte particolarità culturale e sociale, che hanno cambiato il volto di Lima e, in particolare, quello delle classi popolari urbane.

Il primo impatto
Senza dubbio il flusso migratorio dalla “sierra” a Lima non ha avuto le stesse caratteristiche in questi ultimi decenni. Fino a 20-30 anni fa, l’emigrante tipico arrivava da solo alla capitale. Doveva cercare di arrangiarsi come poteva e, in alcuni casi, era ricevuto da un conoscente o parente. Per integrarsi doveva assumere atteggiamenti diversi, indifeso non poteva contare sull’appoggio di chi stava in condizioni uguali alla sua, ma era spinto ad incontrarsi con le diverse istanze socializzanti della classe popolare: “Quando arrivai a Lima per lavorare nella casa di un signore che mia sorella conosceva… era una situazione diversa… era uno scontro… culturalmente era tutto diverso. E io ho cominciato a cambiare molto. Al principio mi vergognavo di parlare “quechua”, di essere come ero; cercavo di imitare i padroni della casa, di essere come loro. Ero confusa, cercavo di imitarli in tutto, nel vestire, nel modo di parlare, di comportarmi, e a volte arrivavo a ripudiare i miei compaesani, ripudiavo il “quechua”” (Lucy, 26 anni, nata in Huànuco).
Sembrerebbe proprio che durante il processo di inserzione o adattamento alla città, il sentimento predominante sia l’ostilità verso la persona dell’emigrante e della sua identità: “All’inizio si passa per molte cose. Un “provinciale” è disprezzato e a volte questo è duro. Io dicevo: parleranno così perché sono della città” (Ramòn, 42 anni, nato in Huancavelica).

Inserimento parentale
In seguito si nota una differenza nel processo. L’arrivo in massa, non più individuale o isolato degli emigranti, forma la generazione dei “clubes de residentes” e di tutto un ambiente provinciale che accoglie l’ultimo arrivato. L’emigrante attualmente arriva a casa del fratello, del cugino, del parente più stretto che già possiede una propria casa o la sta costruendo.
Culturalmente, il mondo che incontrano questi emigranti è più vicino a quello che lasciarono. Nel quartiere dove arrivano è possibile che i vicini provengano dallo stesso paese e questo permetterà di aprirsi uno spazio nelle feste tipiche che ciascun “pueblo provinciano” mantiene con fervore e partecipazione.
In questo modo lo sradicamento non sarà tanto grande, e potrà conservare parti importanti di se stesso, nella sua integrazione alla vita della capitale, che continuerà ad essere dura, perché non smetterà di essere povero e sfruttato, però meno negato della sua identità etnica e culturale.

Grande fermento
Il “barrio popular” (quartiere popolare), il “pueblo joven” (letteralmente popolo giovane, sono i quartieri periferici) rendono possibili migliori condizioni di integrazione culturale: questo per l’origine comune dell’invasione e la difesa della terra e la necessaria unità per ottenere in forma collettiva i servizi pubblici necessari e di base. Gli abitanti di un “pueblo joven” necessitano della propria unità e organizzazione per autofinanziare l’ottenimento dell’acqua, la luce, le strade e i marciapiedi. Con il tempo si organizza anche la lotta per estendere il percorso delle diverse linee di trasporto pubblico, che uniscono i diversi “barrios” al resto della città. Si lotta per la costruzione di scuole e di centri medici che possano soddisfare alle necessità in loco. I primi anni dell’esistenza di un “pueblo joven” si vivono partecipando a continue assemblee, elezioni dei dirigenti e celebrazioni dell’anniversario dell’invasione del terreno. Si soffrono in alcune occasioni violenti scontri con la polizia, quando cerca di scacciare gli abitanti di un terreno conteso.
In questa convivenza si dà inizio all’incontro di diverse culture, dove ciascuna apporta il proprio specifico per il bene comune. Un fatto interessante è l’adozione generale dei lavori comunitari, organizzati come succede nelle comunità campesine, nelle forme di divisione del lavoro, e tutto questo celebrato come una festa: “Tutte le opere le abbiamo fatte in comunità. Mentre gli uomini stavano costruendo i condotti per le fogne, le donne preparavano il mangiare o alcune bibite, così anche i bambini aiutavano a trasportare cose… e tutti lavoravamo” (Ramòn).

Il filo tenue della speranza
Nonostante la profonda crisi, la miseria, la fame, le forti pressioni individualistiche, nei quartieri popolari di Lima non tutto è disgregazione, delinquenza o morte. C’è vita, voglia di vivere con speranza, allegria e creatività. Con loro assistiamo alla configurazione di una cultura popolare e una disposizione a difendere la propria identità apprendendo a usare elementi comuni senza perdere la particolarità: “…adesso il “provinciano” sente l’orgoglio di essere un “serrano” (della “sierra”, la montagna)… adesso canta e grida dovunque e dice “yo soy serrano”” (Maria, 54 anni, nata in Ancash).
Così, dagli spettrali sobborghi periferici di Lima, il grido del profeta Isaia si fa realtà: “Costruiranno le loro case e le abiteranno, si nutriranno del frutto del loro lavoro e non ci sarà lo straniero dominatore perché già ci fu un tempo di invasione e massacro inutile”.
Su questa strada si costruisce un’identità nuova, una nuova cultura.

Mosé Mora Lazzarini
Missionario Comboniano