Se Dio ha bisogno dell’uomo…

La giustizia e la pace non sono un privilegio di pochi

«La vita che scorre in silenzio diventa
un racconto con pause, capitoli,
punteggiature, personaggi…».
(F. Sanvitale)

«Dio è il Dio della libertà.
Egli, che possiede
tutti i poteri per constringermi,
non mi costringe.
Egli m’ha fatto partecipe della sua libertà.
Io la tradisco se mi lascio costringere».
(Martin Buber)

Sfida e aggressività

È una persona apparentemente tranquilla. Vive sola e per la strada è raro vederla accompagnata. Gentile, disponibile, saluta tutti con un sorriso, ma lo sguardo, il contorno delle gote svelano l’amarezza e la malinconia.

Scorgendole le dita fasciate le dico con premura forse indiscreta: «Anch’io tollero poco i detersivi, bisognerebbe adoperare sempre i guanti». «Non si tratta di questo – risponde. «È autolesionismo, autopunizione. Mi scortico le mani, i piedi, non so come ho evitato sinora un’infezione… È un impulso autodistruttivo irresistibile, come mangiarsi le unghie. Ne ho parlato ad un amico psicoterapeuta, mi ha raccomandato le solite pastiglie antiansia, calmanti, sonniferi. Un’amica psicologa mi ha detto che è un atto di sfida, una forma di trasgressione, di aggressività repressa.

Altri sintomi? Ancora più spiacevoli: non riesco a curarmi, farmi la doccia, lavarmi i denti… La casa la tengo abbastanza pulita e in ordine con grande sforzo, ma per tutto quello che riguarda la mia persona fisica è un disastro: non mi spoglio, non cucino, non mi preparo la tavola; rimugino sensi di colpa, di fallimento…».

Francesca o dell’interiorità

«Il rapporto col corpo è per me la cosa più problematica» – mi dice Francesca. «Perché sono donna, quindi dipendente dall’immagine riflessa nello specchio, non proprio benevolo, dell’altrui sguardo. Non so se sono il mio corpo, col mio corpo, nel mio corpo. Lo avverto come un limite, una prigione da cui vorrei evadere. I ritmi del corpo mi ossessionano. Più vorrei dimenticarmene e più le necessità biologiche mi occupano, mi disturbano. La civiltà del benessere sensuale, del benessere corporeo mi dà la nausea: mi sembra sprecata tanta attenzione, tanta attività diretta solo alle voluttà del cibo o del sesso. Le occupazioni rivolte al lato esteriore della corporeità mi paiono, nei loro eccessi, ridicole: le sfilate, un business che si pretende arte, la moda che più è alta più s’allontana dai bisogni reali. Non è moralismo il mio, credimi, piuttosto un senso di rivolta contro l’irrazionalità dei modelli sociali, che ci impediscono di crescere dentro, di accorgerci dell’anima, della bellezza spirituale».

Omologazione dello spirito

L’aspetto più grave e più profondo del processo di globalizzazione che segna il nuovo ordine mondiale è quello che penetra nella stessa identità delle persone e dei popoli, provocando l’omologazione degli spiriti. La conseguenza è di portare alla convinzione che esso non ha alternative.

Momento culminante dell’espropriazione culturale è l’interiorizzazione da parte dei popoli dominati, dell’identità e dei valori dei dominatori, il riconoscimento della loro superiorità e l’accettazione della dipendenza come “normale”.

Quello che caratterizza la colonizzazione culturale è che essa si mantiene occulta perché penetra non solo nella coscienza, ma anche nell’inconscio collettivo. Così si occultano le radici di quella cultura del fatalismo che soffoca qualsiasi progetto alternativo.

A tale proposito, sembra che nella macchina dell’evento del grande giubileo prevalga proprio la “logica del mondo”. Si sa di spese folli, di manifestazioni colossali e straordinarie. Noto una specie di squilibrio tra la riproposizione di una chiesa trionfale e quella che è la Chiesa invisibile, spirituale, segreta.

Personalmente mi schiero con coloro che chiedono un giubileo di giustizia, di uguaglianza: perché in fondo il trionfalismo, l’apparenza potente e gloriosa non fa che dividere l’umanità, non è certamente un cammino di pace. Oggi sarebbe più opportuna la via dell’umiltà, dell’ascolto dell’altro.

I segni dei tempi:

il denaro

Vedo l’Italia un paese fragile. Fragile ecologicamente (alluvioni, terremoti, ecc.), economicamente (godiamo di una prosperità falsa), culturalmente e religiosamente.

La fragilità della nostra religiosità penso stia proprio nel fatto che non è storica, non risponde alle esigenze imposte dalla storia: i cosiddetti segni dei tempi sono trascurati. Eppure il Concilio aveva detto che i segni dei tempi sono la voce di Dio nella storia, sono quello che Dio vuole oggi, che non voleva nel 1800 o nel 1900.

L’ostacolo principale? Lo vedo proprio in questo sistema che definiamo comunemente della globalizzazione, ma che è al servizio della società neoliberale.

Esso è la riproduzione speculare di quello che è il sogno di Dio, e cioè l’unità degli uomini, del genere umano, raggiunta non già attraverso la via della fraternità e dell’amore, ma attraverso quell’idolo, dal quale Gesù dice di guardarci: il denaro. Eppure Gesù è stato chiarissimo: o Dio, o mammona.

La società neoliberale ha fatto una scelta così chiara e coerente di realizzare l’unità del mondo attraverso l’unificazione finanziaria (denaro), attraverso l’unità del mercato, che io non riesco a capire come una persona che legge il Vangelo, e cerca di capirlo, possa approvare tutto questo.

Il declino di una

religione “rispettabile”

Ci siamo coalizzati per combattere il mondo senza Dio dell’ateismo e abbiamo guadagnato il mondo all’idolo del denaro. Questo mondo idolatra è entrato in casa nostra pacificamente, educatamente, si è levato le scarpe, il cappello, ci ha salutati, si è inchinato davanti a noi, e noi gli abbiamo aperto tutte le porte.

Vuol dire, perciò, che la religione contemporanea chiede poco all’uomo. È pronta a offrire un conforto, ma non ha il coraggio di provocare. È disposta a fornire edificazione, non ha per niente l’ardire di spezzare gli idoli. Purtroppo, il guaio più insidioso è che la religione è diventata istituzione, dogma, rituale; non è più evento. La sua accettazione, infatti, non comporta più né rischio, né tensione. Ha acquistato rispettabilità per benevola concessione della società.

Un grande pensatore ebreo di questo secolo, Abraham Heschel, scrive: «Nulla può sostituire la fede, non c’è alternativa alla rivelazione, non esiste un surrogato dell’impegno. Da tempo la religione è in declino, non perché sia stata rifiutata, ma perché è diventata irrilevante, ottusa, oppressiva, insipida. Quando la fede è totalmente rimpiazzata dal credo, il culto dalla disciplina, l’amore dall’abitudine; quando la crisi di oggi è ignorata a motivo dello splendore del passato; quando la fede diventa cimelio piuttosto che fondamento vivo; quando la religione parla solo in nome dell’autorità anziché con la voce della compassione, il suo messaggio diventa insignificante.».

Se i bisogni soffocano

i valori universali

Abbiamo oggi assimilato una quantità enorme di bisogni e nello stesso tempo ci è stato insegnato a tenere in grande considerazione valori elevati, vedi la giustizia, la libertà, la fede, come interessi privati e nazionali. Cominciamo a chiederci: è il caso di puntare tutto sui bisogni e sugli interessi? Se è vero che esistono interessi condivisi da tutti gli esseri umani, la stragrande maggioranza dei nostri interessi privati e nazionali, così come sono affermati nella vita quotidiana, ci dividono e creano tra noi antagonismi, anziché unirci. L’interesse è un principio soggettivo, che provoca divisione. È l’eccitazione del sentimento, cui s’accompagna l’attenzione prestata ad un qualche oggetto particolare.

Ma possiamo dire di prestare sufficiente attenzione alle esigenze della giustizia universale?

Di fatto, l’interesse per il benessere di tutti è bloccato dall’interesse per il benessere personale, in particolare quando il bene di tutti contrasta coi propri interessi consolidati. Proprio perché il potere degli interessi tiranneggia le nostre esistenze, determinando le nostre prospettive e i nostri comportamenti, noi perdiamo di vista i valori che contano più di ogni altra cosa.

Il passo dal bisogno all’avidità è breve. Chi decide di usare le realtà della vita come strumenti per soddisfare i propri desideri, presto svenderà la propria libertà e si vedrà egli stesso ridotto a semplice strumento. Acquistando cose, diventa schiavo di esse. Sottomettendo altri, perde la propria anima.

Una risposta

per quale domanda

Temo che le nostre menti siano ottuse, grevi e perfino stravaganti. Che cosa potrà infondere in noi o sprigionerà la forza necessaria per correggere la nostra devozione incondizionata a falsi bisogni per scoprire le vacuità spirituali, per allontanare ideali sbagliati e per lottare contro la disattenzione verso l’interiorità reale, sacra, non appariscente?

So bene che l’obiettivo delle nostre tradizioni religiose è riconoscibile nella capacità di dire: «Eccomi». Insegnare alle nostre menti a capire la vera domanda e insegnare alla nostra coscienza di essere presente. Troppo spesso fraintendiamo la domanda; troppo spesso l’appello viene proclamato e la storia registra l’assenza della nostra coscienza.

Dobbiamo sconsolatamente ammettere anche noi che la religione si è adattata all’umore moderno, autodichiarandosi soddisfacimento di un bisogno? Questa concezione, non c’è il minimo dubbio, è diametralmente opposta all’atteggiamento profetico. Dobbiamo stare attenti a non trasformare i bisogni personali in obiettivi, gli interessi nazionali in norme. Occorre fare esattamente il contrario. Si tratta di trasformare gli obiettivi universali in bisogni, di tramutare il comandamento divino in preoccupazione per l’uomo. La religione non è un modo di soddisfare i bisogni propri. È la risposta all’interrogativo: chi ha bisogno dell’uomo? È la consapevolezza del fatto che qualcuno ha bisogno di noi, del fatto che l’uomo è un bisogno di Dio.

L’esperienza della gioia

Chi è abituato a vivere sempre la propria vita nell’uniformità e rinuncia alla propria originalità, alla sua storia personale, non può fare l’esperienza della gioia, non può arrivare alla pienezza del dono che Dio ha promesso a ciascuno di noi.

Conoscere la gioia non vuol dire ignorare la tristezza. C’è una brutta tristezza, che è un vizio, ma ci sono anche ragioni di tristezza, e tante. La gioia è più profonda, come il sereno sopra le nuvole o la calma degli abissi sotto la tempesta.

Neppure l’angoscia esclude la gioia. Questa, infatti, non è un psicofarmaco, che liberi o garantisca dall’angoscia.

Quando il dolore dell’anima morde, fa sembrare perduta ogni possibilità di gioia. Eppure proprio allora si allargano gli spazi interiori, come i polmoni di un neonato si riempiono d’aria col primo pianto. In quegli spazi potrà abitare la gioia, che non trova posto per mettere radici nelle anime non dilatate.

La gioia è rara ed è segreta, anche se in definitiva si comunica. Non esplode, non si esibisce, ma sostiene la vita, come le fondamenta sostengono la casa. È una perla stretta nel pugno, che si moltiplica nello stringersi sincero delle mani.

Pove del Grappa, febbraio 2000