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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

I buchi neri della vita

di Stoppiglia Giuseppe

I nomi dimenticati della spiritualità

«Gesù non insegnò una mistica dagli
occhi rivolti altrove,
non una mistica dagli occhi chiusi,
bensì una mistica dagli occhi aperti,
una mistica dell’assoluto dovere di
cogliere la sofferenza altrui».
J. B. Metz

Isabella, attivissima e sorridente al Piccolo bar in via Passalacqua, ogni mattina mi serve il caffè. Nelle pause concesse dalla clientela, in modo informale cerco di farle qualche domanda, magari per avviare una conversazione. Lei, inesorabile, mi dà sempre risposte dirette, brucianti.

Il senso della vita? «Un circolo vizioso: si lavora per mangiare, si mangia per lavorare, si dorme per alzarsi, si veglia per riposare». Uomo e donna? «Sono pari in tutto, tranne che nella forza fisica». La politica? «Non ci capisco niente: non posso avere opinioni su quello che non so».

L’amore vero? «Sarebbe bello poterci credere, forse può anche esistere».

Carina, svelta, due occhi azzurri, pieni di luce. Al rientro da quattro giorni di ferie, le chiedo: come va Isabella? «Malissimo! Ieri sera i nervi non hanno retto e ho perso il controllo. Ho risposto male a un cliente e poi mi sono messa a piangere. Domani vado dal medico, vedremo!».

L’indomani Isabella non c’era. Si sentiva la sua mancanza dietro il banco. «È malata di nervi, da molto tempo» – dice, con tono indisponente, una signora appollaiata sullo sgabello.

«No, signora! Isabella è intelligente, capace, buona, sensibile». «Non è vero, non sta bene con la testa – ribatte lei con arroganza -, ha fatto male a interrompere il trattamento e mettersi a lavorare qui».

Cara e dolce Isabella. Non abbastanza stupida per non porti dei problemi, per non soffrire e reagire. Anche se il tuo, è male di vivere, male di pensare, sei etichettata, sei bollata con il marchio della malattia mentale e colpita dagli scherzi pesanti dei clienti.

Per quanto tempo hai sorriso Isabella? Ed è bastato uno scatto, uno scoppio di pianto… Quanto umano dolore!

«Gli uomini non sono cattivi, sono matti», rispondeva il vescovo Natale Mosconi ai miei dubbi di giovane prete. L’umanità è, almeno, molto sciocca, aggiungevo con garbo.

Ci stavo pensando nell’andare per commissioni sul marciapiede di viale Monte Grappa, tormentato dallo sgomento e dall’inquietudine, al dolore umano di Isabella, racchiuso in quelle sue invocazioni o implorazioni di soccorso a Dio o alla Madonna. Vedo, però, che se passa una nonna (o un nonno), una mamma con un bambino piccolo nel passeggino, sempre qualcuno sorride al bimbo, che sia bianco, nero o cinese.

Basta questo per sapere che l’umanità sciocca non è perduta. Basta questo perché Dio (che vede bene quanto è sciocca) le sorrida e le perdoni tutto, persino le stupide mode o anche molto peggio. Ho sorriso pensando come i folli a volte sanno ciò che occorre ai sani. «Rabbi Moshe Lob diceva: «Perché mai sarà stato creato l’ateismo? Anch’esso ha la sua elevazione nell’atto di pietà. Poiché quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora tu non devi piamente raccomandargli: Abbi fiducia e rivolgi la tua pena a Dio, ma devi agire come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo, tu solo»» (Martin Buber).

Per ore, in attesa davanti al confessionale

Il bel viso sorridente e l’alta figura, chiusa nella talare, irradiavano una forza silenziosa. «Un battito d’ala e lanciate la vostra anima sulle strade del mondo. Non chiedete amore alle creature, ma ponetevi disarmate a fianco di chi è debole, solo e sofferente».

Alla sete di assoluto di Amelia, le parole di padre Alberto scendevano fresche come acqua viva. Amelia non si riconosceva nella Chiesa, che le appariva lontana dal modello evangelico, e adesso attraversava pure l’esperienza dell’aridità e dell’assenza di Dio e che padre Alberto la invitava fin d’allora ad accettare come una prova: «Sentire la mancanza di Dio è sempre cercare Dio: e chi cerca Dio l’ha già nel cuore». Per lei era scandalosa l’infedeltà della Chiesa a Cristo e trovava nella cultura e nella filosofia laica altre strade.

Padre Alberto, allora, con pazienza, spiegava che «Gesù non è stato né un pio giudeo, né un riformatore venuto a purificare la religione o il Tempio. Gesù è venuto a eliminare Tempio e religione. Gesù non è neppure un profeta inviato da Dio. Gesù è l’Uomo-Dio, manifestazione visibile del Dio invisibile, l’unico che poteva cambiare la relazione tra gli uomini e il Padre. È stato rifacendosi al Padre, anziché ai padri, che Gesù ha potuto distaccarsi dal mondo culturale giudaico, nel quale era cresciuto ed era stato educato, e dare inizio a un cambio radicale e irreversibile non solo alla storia ma a ogni fenomeno religioso».

Tante ragazze aspettavano per ore davanti al confessionale: i colloqui erano sempre lunghissimi, la voce dolce e suadente di là dalla grata additava mistici percorsi di purezza.

Angoscia e nostalgia

Cosa resta nella nostra miseria, quando siamo privati, come oggi succede, della possibilità di sublimazione mistica della sofferenza, del rifugio nella trascendenza, dell’appello e della speranza in un aiuto superiore? La cultura laica dominante è produttrice di tanta angoscia, come riconosce lo stesso Jacques Monod nel suo fondamentale saggio Il caso e la necessità dove afferma: la concezione scientifica materialista di un universo impietoso e indifferente lascia la vita tutta destrutturata di senso e di valore.

«Abbiamo perduto l’anima» aggiunge lo scrittore americano, premio Nobel per la letteratura, Saul Bellow, «ma resta la nostalgia dell’eterno, il bisogno di una relazione accogliente e di giustizia». Lo stesso ideale eroico, proposto già dal Leopardi, che seppe trasferire la visione postcopernicana in poesia alta e dolente, di un’umanità razionale, affratellata e cooperante nella lotta contro il dolore e il male, è arduo e inaccessibile alla maggior parte degli esseri umani.

Il grido della nostra debolezza è ancora quello di Gesù sulla croce: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Siamo tutti mendicanti di misericordia in queste nostre piccole o grandi città impoverite e stanche.

Fare politica: gli occhi, i piedi

Se la rabbiosa protesta (del resto con giuste motivazioni) che si è manifestata nel voto, non diventa impegno positivo, è solo distruzione della casa comune. Archiviate le vecchie ideologie, resta il criterio principe della politica (finora chiamato destra e sinistra), che si può riassumere nella domanda: operare per sé o per tutti? Non sembra che ciò sia tanto recepito dai partiti tradizionali, i quali non riescono a riproporsi come laboratori aggreganti, capaci di elaborare progetti. Restano macchine elettorali, più a sostegno di persone che di idee, e distributori di posti di potere secondo resistenti gerarchie interne e compensazioni a chi li avesse perduti. È difficile vedere nel Movimento 5 Stelle l’utopia di una dilatazione partecipativa della democrazia, un linguaggio inedito che metta in comunicazione persone, che ridiscuta, senza annullarle, le istituzioni storiche (partiti e sindacati) per espropriare i poteri forti che impongono i propri interessi come necessità di salute pubblica.

Per passare dalla protesta alla solidarietà attiva, forse si dovrà soffrire ancora tanto e di più. Ogni cittadino fa politica e la fa con gli occhi e i piedi in collaborazione tra loro. Gli occhi puntano sull’obiettivo, sulla meta; i piedi sul terreno cercano il passaggio, evitando buche, fango e burroni. Non abbiamo ali. Meglio infangarsi le scarpe che pestare una mina, meglio passi lenti che cadere, tutto ciò, però, non scusa e non giustifica mai, chi, con i pretesti più diversificati, non vuol muoversi. Gli occhi guardano sia l’ideale, sia il terreno accidentato. Il piede va, bene o male, dove l’occhio guarda. La politica senza teoria e utopia è cieca, così l’occhio senza gli umili piedi rasoterra non si avvicina alla meta. Spesso oscilliamo tra il solo guardare lontano e il solo pestare il terreno.

Dalla fine del mondo una parola di coraggio

Con l’arrivo di Papa Francesco dalla «fine del mondo», abbiamo visto affacciarsi, in un orizzonte molto ampio, una nuova epoca, una sfida che si apre alla Chiesa e non solo.

Dopo i primi gesti che hanno dato indicazioni chiare di rendere la Chiesa più umana e meno burocratizzata, ho sentito pronunciare parole che mi hanno colpito in profondità e che aspettavo da cinquant’anni dalla voce del Vescovo di Roma: «Quanto vorrei una Chiesa povera per i poveri». Alla conclusione del suo pontificato, problematico e discutibile, lo stesso Benedetto XVI ha affermato che la Chiesa è del Signore e non del papa. Questo implica un ripensamento profondo del ruolo, una priorità coraggiosa alla ricerca di sintonie evangeliche prima che curiali.

Ha chiesto, cioè, di prestare l’attenzione principale al soffio dello Spirito e poi al mantenimento della struttura. Un coraggioso rinnovamento culturale che Papa Francesco ha già avviato con determinazione e con scelte chiare.

La fatica di imparare

In un piccolo paese, adagiato a fondo valle, tra monti e colline, bello e ribelle, vive un’umanità dall’animo schietto, fortemente orgogliosa di sé, indipendente e civilmente aperta, riservata, liberale e confidente.

In questo particolare paese, nascosto tra boschi di castani e di ulivi, spinto alle aperture, ma non immune da contrasti, un prete dotto e caro, considerato e parimenti deprecato dalle varie istituzioni, ospite di un locale, esente dall’IMU, teneva conversazioni evangeliche al periferico volgo di una piccola parrocchia.

Una sera, a una domanda appropriata e cortese, in deroga al suo spirito accogliente, un po’ stizzito, ma senza un preciso nesso causale, forse depresso quanto deciso, rispose: «Ho perso occhi e tempo su questi e altri libri…».

Già, ha perso ciò che… possedeva!

Al che uno del volgo, mescolato ai presenti, dal rude carattere nostrano, gli rispose con puntiglioso rispetto: «Lei ha potuto perdere occhi e tempo per la sua vocazione; noi non abbiamo potuto, e ancora non possiamo, metterli sulla nostra».

Forse quella sera quel prete imparò qualcosa di nuovo, non scritto nei libri. E noi con lui. Insegnare è imparare assieme, ma imparare è più difficile che insegnare.