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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il mondo ha bisogno di amicizia

di Stoppiglia Giuseppe

Dall’identità alla contaminazione

Un fratello è maltrattato,
e tu guardi da un’altra parte?
Grida di dolore il ferito,
e tu rimani in silenzio?
La violenza si aggira
e sceglie la prossima vittima,
e tu dici: «Essa però mi sta risparmiando,
è meglio fingere di non vedere».
Ma che Paese, che tipo di gente è questa?
Quando in un Paese
si diffonde l’ingiustizia
bisogna che qualcuno si alzi e reagisca.
Se non c’è nessuno che si alzi e reagisca,
è meglio che in un grande
incendio o terremoto
il paese scompaia prima
che venga la notte.
Bertolt Brecht

«Ditemi tutta la vostra esperienza
e io vi dirò la mia…».
T. Turulli

Mi chiedo perché sono stato così duro al telefono con una persona che mi aveva dimostrato tanta tenerezza e bontà. Quando si è fragili e vulnerabili, è così facile sentirsi feriti e incompresi, proprio da coloro in cui riponiamo più fiducia, aprendo il nostro cuore!

Mi è capitato con Andrea, che cercava di darmi buoni consigli, di darmi serenità, di mettermi in pace: mi sembrava di non sentirlo sulla stessa lunghezza d’onda. Così sarò sembrato io a Paola: non perché sordo al suo problema, ma perché tranciavo giudizi e prediche come un esorcista o, peggio, come Donna Prassede, senza umiltà. Questo succede quando non c’è l’ascolto, la condivisione tacita, il silenzio dell’amore.

Riprendo tra le mani un foglio a quadretti, datato 2001: «Ieri mi ha preso una voglia matta di sentire la tua voce – mi scrive Giovanni -. Sei lontano, eppure, così tanto amico. Avevo il batticuore, come fosse stato un amore segreto. E mi sono detto: che faccio se non c’è? Poi la tua voce limpida e chiara, forte e sicura e tante cose da dire e da ascoltare. La pace, infine, che mi hai lasciato dentro e la gioia, che mi fa battere il cuore, per un nuovo amico su cui contare».

Diceva Umberto Saba: «Il mondo, tutto il mondo, ha bisogno di amicizia».

Riscoprire le parole, scoprire l’amicizia

Come molte altre parole che incontriamo, anche la parola relazione appartiene a quelle che hanno subito un tale logoramento, nell’uso comune, da rappresentare quasi il contrario.

Oggi «relazione» è un termine abusato: si parla di pubbliche relazioni, di relazioni d’affari, di rete di relazioni, di necessità di vere relazioni importanti.

Perfino quando la relazione viene riferita al rapporto amoroso tra un Io e un Tu, essa assume soltanto il significato di una configurazione geometrica e mai di una «sostanza» rilevante nel cercare di capire su che cosa costruiamo le fondamenta della nostra vita.

Se l’Io e il Tu, infatti, si trovano agli estremi di un segmento, può esserci connessione spaziale, ma non c’è «relazione». Così, ciascuno permane nell’identità autoreferenziale che caratterizza il mondo contemporaneo, dove la parola è ridotta a suono vocale.

Tutte le volte che la parola perde la sua natura espressiva e diventa suono privato, si allontana dalla verità, proprio perché la verità è dialogica e affettiva.

La verità è bontà. Solo la bontà è vera. È vero ciò che è buono verso l’essere e la vita. Il male è vero solo nel senso che c’è, esiste. Esiste come falsificazione del vero. Dire e fare la verità è dire e fare il bene. Un atto è cattivo perché va contro il bene. La verità si vive, non si possiede.

«Quando ci interroghiamo sulla nostra identità – scrive, a proposito, Pietro Barcellona – ciò che desideriamo sapere è se siamo degni di essere amati e se siamo, a nostra volta, capaci di amare. Il riconoscimento dell’attitudine a essere amati e ad amare che si costituisce in profondità, trasforma l’ansia dell’interrogante in una relazione affettiva feconda».

Per cercare di capire cosa significa in profondità la parola «relazione», occorre avere la fortuna, come in parte è capitato anche a me, di sviluppare molte relazioni, nessuna delle quali oserei definire amorosa, in senso stretto, ma tutte profonde, perché si è trattato di incontri esclusivi e ineffabili tra due anime. Uno spazio, in cui si istituisce un misterioso rapporto fra un uomo e una donna, fra loro e Dio.

Si crea relazione umana quando si espongono animo e sentimenti, perché non ci può essere relazione senza rischio, come ci dice l’esperienza e come ci insegna la psicologia o meglio ancora la filosofia del dialogo e dell’alterità.

Esporre il proprio corpo è meno che esporre animo e sentimenti. Se questa offerta è accolta, nasce una relazione, un’amicizia. I nostri contatti personali sono moltissimi, nel tempo e nello spazio, ma le amicizie non possono essere altrettante.

Un mistico musulmano afferma che non si deve avere molti amici, perché non si può essere fedeli a tutti. È un limite da accettare, ma basta vivere qualche vera amicizia per essere aiutati a essere giusti con tutti.

C’è un passo, tratto da una lettera di Michel de Montaigne, che recita così: «Il termine «amicizia» non basta per indicare la relazione alla quale una forza irresistibile, misteriosa, mediatrice di unione, ci conduce. Ci cercavamo primi di esserci visti e per quello che sentivamo dire l’uno dell’altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quello che, si sente dire, per una volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi».

Stefania

Sono tanti anni che non ho notizie di Stefania. Ho scritto e telefonato a una comune amica, ma non ne sa niente. Ignoro l’indirizzo della madre, il cognome, la città in cui vive. Mio Dio, come vorrei non averla delusa!

Ricordo la sua bella intervista, pubblicata su una rivista, la fiducia enorme che riponeva in me, l’entusiasmo che metteva in ogni cosa.

Mi piace pensarla in Perù o altrove con le associazioni umanitarie (Medici senza frontiere, Emergency, Cuamm, ecc..). Non era fatta per la routine ambulatoriale dei paesi opulenti. Era attratta anche dall’arte, dalla letteratura, dal giornalismo: stava, infatti, prendendo una seconda laurea, umanistica, appunto. Era straordinaria, giovane, aperta, sensibile e bella, troppo forse.

Ricordo i nostri incontri alla biblioteca universitaria della città straniera cui mi introdusse. La sua storia era un percorso eccezionale, con mille risvolti: l’amore tenero e protettivo per la mamma, la ricerca del padre, il bisogno di valorizzazione intellettuale e d’interazione affettiva.

Mi aveva dato, in sua assenza, la chiave dell’appartamento, ampio e confortevole, che condivideva con un’amica, perché io potessi avere uno spazio silenzioso per scrivere e studiare.

Non dimenticherò mai il suo abbraccio casto e gentile, una volta che aprii il mio animo sofferente e inquieto alla sua sensibilità. La sua partecipazione fu totale, incondizionata, vera, perché la sua attenzione era sempre rivolta ai problemi degli altri. Non era, però, solo la solidarietà di un’amica o la condivisione affettuosa di un dolore, faticoso da elaborare, ma era molto di più.

Voleva aiutarmi a fare quello che lei stessa avrebbe voluto: vivere intensamente la gratuità, rompendo la dicotomia fra l’attività professionale da una parte e il servizio ai deboli e ai poveri dall’altra.

Stefania mi guardava negli occhi. Azzurro di fronte all’azzurro, intensità come in una scarica elettrica dell’alta tensione, un brivido e un abbraccio. Essere due persone e un’anima sola, non confusa e caotica, ma capace di istituire un dialogo, in cui le parole diventano ardenti come il ferro fuso, che può assumere tutte le forme.

L’amore degli occhi

Molti psicanalisti o commentatori per descrivere questo rapporto, forse alluderanno a una relazione pericolosa tra maestro e allieva e non riusciranno mai a capire che l’amore degli occhi, che si guardano, non ha niente a che vedere con i rapporti carnali. Se l’azzurro chiama un altro azzurro ciò che accade è nell’ordine della fisicità spirituale e non già della sessualità, vivisezionata da chi si diletta con le patologie degli altri.

Ci eravamo conosciuti per caso, per caso ci ritrovammo. Lei in me aveva visto colui che va di notte, portando la lampada accesa, a servizio non solo di chi la porta, ma anche per rendere meno buia la strada di chi lo sta seguendo. Un detto arabo dice: «Quando incontri uno sconosciuto, non aver paura, potrebbe essere un angelo». L’angelo è sempre portatore di un messaggio, di un annuncio.

Ci siamo trovati e fermati assieme per cogliere lo sguardo dell’immigrato, scoprirne l’annuncio. Era uno sguardo che bucava le ombre di un mondo, il nostro, vuoto di umanità. Un mondo assente, chiuso in un autismo dilagante, patologia che isola dalla realtà e chiude nel perimetro circoscritto dell’individualismo. Abbiamo capito, per questo, che «relazione» può diventare una parola chiave per fare giustizia di tutte le parole vane che piovono sulle nostre teste da un sistema ormai ammalato di troppe idolatrie.

Un esercizio nuovo

Cominciare a parlare con gli occhi è un esercizio che si può fare senza ricorrere a medici, farmaci o consiglieri filosofici. Ci si accorgerà che guardare un’altra persona negli occhi non è una cosa così spontanea e semplice come sembrerebbe. Siamo troppo abituati ad abbassare la testa per non guardare in faccia chi ci sta di fronte.

«Tutti i nostri modelli culturali – aggiunge Pietro Barcellona – dall’educazione alle relazioni affettive familiari, sono costruiti su un modello idolatrico della gerarchia dei saperi, non sulla reciprocità della comune partecipazione all’esperienza dei sentimenti profondi e al tentativo di trasfigurarli in parole significative per entrambi i parlanti».

Un ritorno al senso autentico della relazione, come vera e propria svolta nell’autocomprensione dell’essere umano, non può che passare attraverso una critica di tutte le dottrine che attribuiscono, a chi le possiede, un potere sull’altra persona.

È molto triste accorgersi d’essere mancato alle aspettative di persone autentiche, generose, come Stefania. Enorme è la responsabilità che abbiamo verso gli altri, verso chi crede in noi.

Per questo la relazione non può essere distinta dall’amore e lo spazio interiore non può che consistere nella fluttuazione del sentimento di fraternità amorosa che unisce le persone in questo «luogo» apparentemente inafferrabile.