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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La cosa che non ti ho mai detto

di Stoppiglia Giuseppe

Se le parole diventano maschere

«L’egoismo non consiste La folla, una pattuglia, il margine
nel vivere come ci pare,
ma nel pretendere che gli altri
vivano come pare a noi».
Oscar Wilde

«Ogni atomo di odio
che aggiungiamo al mondo,
lo rende più inospitale».
Etty Hillesum

La folla, una pattuglia, il margine

La folla si assiepava sul grande piazzale di fronte alla Basilica di Monte Berico, in attesa dei fuochi d’artificio. Accosciata in terra a ridosso della balaustra, c’era una ragazza, visibilmente in preda a un forte malore, mentre due balordi e un’altra ragazza, evidentemente «fatti» anche loro, l’attorniavano senza darle soccorso.

Alla gente attorno, il gruppo sembrava invisibile: solo due signore commentavano, alquanto scandalizzate, tenendosi a debita distanza.

Intervenni d’impulso. I due balordi mi dissero subito, minacciandomi brutalmente, di pensare ai fatti miei. Protestai con veemenza perché non si doveva lasciar morire la ragazza per overdose.

Senza perdere tempo, telefonai alla polizia e a tutti i numeri reperibili del Pronto Intervento. Mi risposero abbastanza male; più tardi, però, arrivò una pattuglia. Due infermieri con barella si avvicinarono velocemente al gruppo e parlamentarono con i due balordi, dato che la ragazza, in stato di totale incoscienza, non era in grado di decidere nulla.

Con mia somma meraviglia e costernazione, prima che potessi rivolgere la parola ai soccorritori, la pattuglia fece rapidamente dietrofront e sparì nella notte. Inutili le mie proteste al telefono: mi risposero seccati che non si può imporre un trattamento a chi non è consenziente. Come si poteva lasciar morire una ragazza, in mezzo alla gente, in un angolo della piazza, sequestrata dagli stessi «amici» che l’avevano portata in quel posto e che cercavano solo di non aver grane!

Li investii furibondo, chiedendo le loro generalità e documenti, ma, temendo d’incappare nella legge, i due balordi e l’altra ragazza, in un baleno sparirono trascinando chissà dove, a corpo morto, la povera infelice. Impossibile rintracciarli nella folla intenta a godersi lo spettacolo dei fuochi della Madonna dell’Otto.

La misericordia dell’albero

Prima dei suoi frutti, prima dell’ombra al viandante, prima dell’ossigeno ai viventi, un albero compie la più nobile funzione per gli spiriti attenti. Con le sue fronde, come una bandiera, come voce e vita di profeta, mostra la direzione del vento, rende visibile l’invisibile spirito che passa nel vento, e che ora spira sul tuo capo. L’albero con le fronde è anche immagine della misericordia umana.

Misericordia vuol dire far propria, prendere nel proprio cuore (avere a cuore) la miseria di chi sbaglia. Se la misericordia pervade e cambia lo sguardo dell’umanità, riusciremo a guardarci come siamo, a guardare la nostra ferocia, la nostra avidità e la menzogna che, a volte, ci confonde. Che siano turpi e malvagie le nostre azioni personali, o quelle di altri, fa davvero tanta differenza?

Senza misericordia non riusciremo mai a guardarci con verità. Con la misericordia può arrivare la possibilità di vedere noi stessi e gli altri, come siamo, senza mai perdere l’amabilità. La famosa frase per cui a pensar male si fa peccato, ma si indovina sempre, è demoniaca, perché ha gli occhi solo per il male, e non più l’attesa del bene. Vede il male in tutto e gli concede spazio nel mondo. È il peccato contro lo Spirito Santo.

Doposcuola sull’autobus

Nel primo pomeriggio di un giorno di scuola, al segnale del campanello, uno sciame di giovani si riversa in strada e dilaga per le vie del Centro Studi, a Bassano del Grappa. A frotte attraversano la strada, scompaginando il ritmo frenetico del traffico. Forse ci si accorge dei giovani solo quando ci intralciano il passaggio! Sembra una moltitudine di individui soli che, in un silenzio assordante, attraversano il deserto.

Chi di noi adulti è disposto, umilmente e silenziosamente, a farsi loro compagno di viaggio? Eppure i nostri giovani, oggi, se li tocchi un po’ nell’umano, li scopri molto carichi e creativi. Nonostante la varietà dei consumi personalizzati, privi di un linguaggio per comunicare e incapaci di narrare il mistero che li abita, molti di loro cercano di assaporare il gusto di vivere.

Salgono sull’autobus (diretto a Padova), spintonandosi. Si interpellano usando insulti e ridono. Alla prima fermata due maschi cercano d’impedire di salire a una signora anziana, mentre alcune ragazze li incitano «lascia giù la vecchia». La signora riesce a salire e resta contro la porta chiusa, schiacciata dal muro delle loro schiene. Li invito a spostarsi, fanno finta di non sentire, cerco i loro occhi e sorrido, abbassano i loro. Non provo rabbia, solo preoccupazione, un sentimento che li imbarazza. Lasciano un po’ d’aria alla signora e riprendono con gli insulti reciproci come per tenersi in contatto e a far muro contro il resto del mondo. Una ragazza tace, mi guarda, non riesce a sottrarsi e produce una risata che le riesce malissimo.

Il turpiloquio e l’insulto sono diventati, nella lingua parlata dall’adolescente, una specie di eloquio criptato, i cui significati non sono governati neppure dai soggetti stessi che li usano. Sembra che in loro tutto si esprima per un rabbioso conflitto, non si sa con chi e per che cosa, se non con gli esseri che, occasionalmente, attraversano il loro spazio vitale.

Una comunicazione distorta

Chi non possiede questo linguaggio, per educazione o perché ne è vittima, spesso resta in silenzio a segnalare una sconfitta personale.

Un linguaggio diventato, ormai, insignificante, rozzo e violento, anche perché quello imposto a scuola (un elenco infinito di nozioni e ragionamenti preconfezionati) gira a vuoto, senza far presa sul mondo, diventato quindi incomprensibile.

Un mondo che non si può prendere, né accarezzare o ascoltare, intuire, utilizzare, odorare, aspettare, pensare. L’incapacità a comprendere il mondo diventa l’interdizione ad abitarlo, a percepirlo, ad amarlo, a sentirlo dentro quella contiguità dei sensi, che imparano a ricreare le condizioni di accoglienza per il corpo/pensiero che lo abita.

Deprivare le parole del loro significato, farne delle armi pericolose e pericolosamente camuffate, è un modo per costruire una moderna Babele, non fondata sulle differenze linguistiche, ma sull’insignificanza delle lingue ai fini della comunicazione.

Il linguaggio violento e disaffettivo, infatti, impedisce la libertà espressiva, costruisce distanze e solitudini, rende poi i ragazzi e le ragazze prede della gentilezza manipolatoria del mercato, che li blandisce e li coccola, o del giovanilismo complice degli adulti. Noto in loro come si stia concretizzando quanto, nel 1975, scriveva Pier Paolo Pasolini in Lettere Luterane, un libro per molti versi profetico, il quale, rivolgendosi a un immaginario ragazzo napoletano, affermava che i figli avrebbero pagato le colpe dei padri, la più grave delle quali, sarebbe stata quella di credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.

Cosa fosse/sia l’amicizia ieri/oggi

La morale di ieri, con l’aiuto della legge, sacrificava la persona all’istituzione. Quella pervasiva di oggi sacrifica o almeno pospone l’amore all’individuo. L’amore è attrazione e possesso, naturalmente passeggeri, oppure sentimento e stima, volontà e dedizione, che sanno diventare amicizia. Sarà forse l’amore una relazione superiore, felice persino nella sventura?

Che valore ha l’amicizia (non quella finta tra chiassosi solitari), nella nostra civiltà?

Accettiamo che l’amore abbia dei costi personali, solo così capace di sostenere tutte le vicende di una vita, fino a diventare imperdibile pace profonda, oppure lo pensiamo solo come acquisto di precaria felicità?

Chi si ricorda che l’amore è più forte della morte, che neppure la morte vincerà? Che specie di figli nasceranno da unioni ignare di ciò? L’arte indispensabile della relazione umana, nonostante il proliferare di psicoterapeuti e di guru, quanti la conoscono, la testimoniano, la pensano e la insegnano?

Ci sono relazioni autentiche, ma non c’è una cultura condivisa che le interpreti e le sostenga come è necessario. Nella società opulenta, serenità, pace, felicità, sono i beni più rari, frustrazione e rabbia sono malattie endemiche.

Quando la casa brucia

Sappiamo immaginare una società umana sotto il dominio dell’economia, sotto il mitragliamento a tappeto, dei media commerciali? Che cosa sopravvive di noi umani? Siamo anche noi generi di consumo?

Domande facili e ripetute, ma le risposte sono e restano difficili. Saranno anche chiare, ma, temo, spaventose. Lo spavento, come il fuoco in una casa, obbliga e impegna a muoversi e agire, senza lasciarsi paralizzare dalla paura.

Nessuno ignora che la vita familiare e sociale, la politica, l’economia, la gestione dei beni comuni siano realtà complicate e non si possano risolvere con un appello morale e la segnalazione di un principio giusto e bello.

Occorrono, invece, esperienze, competenze! Sorgeranno difficoltà prevedibili e imprevedibili, resistenze oggettive e personali. Le soluzioni che si raggiungeranno non saranno mai splendide, senza ombre e impurità. Molto dipende dal tipo di relazione che gli uomini e le donne costruiscono tra di loro.

Prima che un dovere, la relazione è un diritto, una dignità nostra e di tutti, che chiede di essere rispettata, difesa negli spazi educativi e nella scuola.