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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La ricerca dell’Invisibile

di Stoppiglia Giuseppe

Cercatelo tra i vivi e non tra i morti

Una coppia di nostri amici ghanesi, mussulmani, ha due bambini: Adam, che fa la quarta elementare e Nidal, la seconda. Vivacissimi e intraprendenti. Si fanno svegliare presto al mattino per vedere l’alba e stanno allevando due caprette. Parlano l’italiano molto meglio dell’inglese e dell’arabo. Adam un giorno mi dice: «Un mio compagno di scuola sostiene che nel pane e nel vino della messa ci sono corpo e sangue di Gesù. Io non ci credo». Mi guardo bene dal contraddirlo, però aggiungo: «Vedi, Adam, nella torta che la tua mamma e il tuo papà hanno preparato per la festa del tuo compleanno, non c’erano solo la farina, la crema, lo zucchero, il latte, la marmellata, la frutta, le uova, c’era anche la loro amicizia, il loro affetto, la loro tenerezza per voi e per tutti noi. Nella torta c’era qualcosa di loro che non si vedeva». So che i teologi non sono d’accordo, ma che si accontentino!

Incerta indagine inquieta

Commovente, dentro a un processo educativo all’Invisibile, è il dialogo fra David Maria Turoldo e un suo amico, dichiaratamente noncredente. «Fratello ateo, nobilmente pensoso alla ricerca di un Dio che io non so darti, attraversiamo insieme il deserto. Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi, liberi e nudi, verso il nudo Essere, e là, dove la Parola muore, abbia fine il nostro cammino, oltre la foresta». «Essere credenti vuol dire «essere dei cercatori», non già «avere delle risposte» – scriveva Ernesto Balducci – Uno che crede veramente in Dio, è sicuro che non può dimostrarlo. Credere in Dio significa cercare, fare domande senza chiudersi in nessuna risposta già data. L’altra faccia della fede è l’incertezza, è l’inquietudine, è la possibilità che si apre come ventaglio perenne dinanzi alla coscienza e non è la risposta data e ferma come la formula di un catechismo da ripetere a memoria».

Noi non possiamo oggi essere minimamente credibili – a tutti i livelli, non solo a quello della fede – se non riprendiamo l’atteggiamento della ricerca. Dio non può venire dimostrato con argomenti cari alla ragione, ma è conosciuto nell’esperienza di amare gratuitamente. Se qualche volta posso fare questo, se qualcuno lo fa a me, è perché Dio c’è e vive in noi, più vivo di noi. Non si dimostra con un teorema e non si nega con un teorema. Non occorre che lo chiamiamo Dio o in altro modo. Basta che la vita sia creazione libera e attiva di una relazione buona.

L’ultimo ventennio italiano

In Italia, in quasi tutti gli ambienti (pubblici o privati, politici o religiosi, scolastici o lavorativi), ci si può trovare di fronte a situazioni o a relazioni vissute con molta asprezza, pessimismo e polemica. Le ragioni di tutto questo? Sono tante, ben fondate e in parte anche condivisibili. Nell’ultimo ventennio l’asse Berlusconi-Lega ha spaccato il paese, ha abbassato l’asticella del buon gusto, ha desertificato il cervello di due generazioni di telespettatori, ha impedito un’elaborazione collettiva, ha cancellato il senso dell’autorità e dello Stato (già molto scarso), sdoganando alla fine un tipo di leadership fascista, razzista, incompetente, ipocrita e ignorante. Si è creato, così, un clima di antagonismo improduttivo e superficiale, dove, nell’assenza di una condivisione di valori, un individualismo sfrenato e una corruzione sistematica hanno reso sterile qualsiasi individuazione o costruzione di obiettivi collettivi, portando gli italiani alla paura dell’altro, e, senza la speranza e la gioia dell’accoglienza, al fatalismo e alla depressione.

Rancore, cura, operosità sono tre macro categorie con le quali leggere l’attuale società italiana. Ognuna è il risultato di quel passaggio fatto a scavalco del secolo. Una specie di postfordismo anomalo ci è toccato, dopo la caduta delle grandi fabbriche, con l’affermarsi del «capitalismo molecolare», molto diffuso e molto chiuso, squassato dalla globalizzazione e incapace di capire (troppo piccolo in ogni dimensione) che la partita (politica ed economica), si stava trasferendo dalle fabbriche alle reti (stradali, autostradali, portuali, aeroportuali, informatiche, ecc.).

Una deriva sociale e religiosa

Questa società è rimasta frastornata e impaurita sia dalla frantumazione dei rapporti, sia dai fenomeni nuovi (vedi l’immigrazione, l’assenza di spazi condivisi, di luoghi di riferimento e di partecipazione). Nasce così una nuova mappa che definisce le società. Non più, quindi, capitale e lavoro (con in mezzo lo Stato), ma concetti diversi (flussi, luoghi, territori), quasi evanescenti, ma reali. Un’enorme speculazione sulle materie prime (flussi) che colpisce popolazioni africane e sudamericane (luoghi) e nel mezzo i territori affamati. Queste vicende politico-economiche generano nella società nuove comunità interclassiste, che abbiamo chiamato i rancorosi.

Gli anti-immigrati, i no-global, gli indignati, i disoccupati, gli imprenditori scottati dalla globalizzazione. «Quelli della cura»: il volontariato, le cooperative sociali, le comunità terapeutiche, l’associazionismo, la scuola. Gli operosi: quelli che sono per. Una categoria vasta e indefinita, ma perno indispensabile per costruire un domani. A costoro serve riconoscersi, sentirsi e farsi sentire, discutere, parlare, riflettere, progettare. Perché, se non si progetta, arriva il flusso che si porta via anche la memoria.

Nella Chiesa stessa stanno avvenendo dei cambiamenti significativi. Si sta sviluppando un miscuglio sconcertante di tendenze religiose mercantilistiche, miracolistiche, trionfaliste, e, in qualche parte, intimiste. Siamo ben lontani dalla concretizzazione delle comunità, secondo la visione del Gesù Liberatore. Tuttavia, quando celebro, faccio conferenze, dirigo incontri, guardando le persone in faccia o negli occhi, noto una tensione e la sete di ascoltare e di parlare del vangelo, delle vie della giustizia. Atteggiamenti e comportamenti che fanno tenerezza e ripagano delle delusioni nel constatare che questa nostra Chiesa è molto attenta a costruire sé stessa su modelli ancora clericali e formali e non sulla profezia. Sono sicuro che finché la gente cerca di capire il pensiero di Dio con questa passione, si può sperare.

Il deposito della Chiesa: morale o vangelo?

Purtroppo essere oggi cristiani significa, nella mentalità comune, condividere una fede che ha nel magistero ecclesiastico il suo punto di riferimento dottrinale ed etico. Questa dottrina e questa etica si ispirano al vangelo? Pare proprio di no a giudicare dai fatti e da quei cristiani che affermano di credere in Dio e non nella Chiesa. Si è fatta strada, ahimè, sia nel senso comune della gente, sia nel linguaggio mediatico, la convinzione, sbagliata, che alla Chiesa interessi sostanzialmente solo la questione etica e che l’etica sia l’essenza del suo messaggio. Non solo ciò è sbagliato, ma è falso. La Chiesa ha, infatti, come suo scopo prioritario e fondamentale predicare il vangelo a tutti. Senza di esso sarebbero, infatti, vani tutti i suoi sforzi per formulare prescrizioni etiche corrette.

La Chiesa non ha il compito di far crescere il senso etico nella gente, anche se esso la riguarda da vicino, ma è quello di far risplendere il vangelo, che è perdono, misericordia e capacità di perdonare agli altri: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (Mt 5,14). Al di fuori di questa prospettiva non si comprende come l’etica interessi alla Chiesa.

I cristiani e la proposta leghista

Mi chiedo come mai la proposta leghista, chiaramente estranea alla fede cristiana e apertamente contraria al Concilio Vaticano II, trovi così largo sostegno tra i cattolici e sia vista con simpatia anche da una parte della gerarchia cattolica. Ci sono varie parole evangeliche che chiedono di amare chi non ci ama: «Date senza attendere restituzione / C’è più gioia nel dare che nel ricevere / Perdonate le offese settanta volte sette, cioè sempre / Rendete bene per male». E possiamo continuare: sii cortese con chi è scortese, saluta chi non ti saluta, sii generoso con chi è avaro, sorridi a chi ti guarda male, aiuta chi non ti aiuta, ricorda chi ti dimentica (senza farti insistente). Parole incompatibili con la Lega: una forza politica «totalizzante» che non riconosce altri al di fuori di sé e difende modelli culturali e politici che producono o sanzionano l’esclusione di persone, gruppi sociali o aree territoriali.

L’inquinamento delle radici

Franco Pizzolato, docente alla Cattolica di Milano, conclude uno studio sul rapporto tra Chiesa e Lega, affermando, in sintesi: «Con la caduta delle ideologie e con l’esaurimento di quel patrimonio che i cattolici italiani avevano costruito nella società del nord di una sensibilità solidale nella vita della nazione, la Lega, grazie alla massa pagana della DC e ai «praticanti saltuari», ha potuto operare lo sdoganamento dell’individualismo delle aree cattoliche del nord e l’ha assolto ricorrendo al valore identitario della tradizione religiosa, mentre sarebbe stato difficile raccordarlo alla realtà della fede vivente». Questa società a mano a mano che produceva ricchezza e si svincolava dall’antico legame relazionale della solidarietà, perdeva sempre più i contatti con le radici cristiane e procedeva a sostituire i valori di quelle con la logica del benessere individuale.

Pensare a una relazione sociologica come fa la Lega, con la Chiesa (parroci, religiosi, istituzioni parrocchiali) e credere che basti a supplire l’assenza di un serio confronto con la fede (i fondamenti dell’etica cristiana, l’essenza della carità) denota un grande deficit di evangelizzazione in queste regioni cattoliche del nord Italia. Un’evangelizzazione che ha puntato troppo sul recupero del senso religioso attraverso il sacro e non attraverso la via dell’uomo vivente, che del sacro ha bisogno, ma lo deve trovare, soprattutto oggi, dentro le proprie fibre. In altre parole, ha privilegiato la via delle strutture e delle leggi a quella della formazione delle coscienze.

Signore dove abiti? Venite e vedete!

Gesù non è venuto al mondo a fondare una religione, ma a rivelare la profondità sacra della pura religiosità. Emerge come necessità profonda dell’uomo, in ogni tempo e in ogni cultura, l’interrogativo sul significato della vita e di orientare la propria vita in una dimensione di senso. Ogni giorno cogliamo piccoli o grandi indicatori che esprimono un bisogno di religioso, di sacro, di simbolico nei ritmi vorticosi della vita. L’autentica spiritualità è, quindi, legata al processo che genera lo sviluppo di tutte le potenzialità umane e ricerca di nuovi stili di vita.