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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le nuove sfide della politica

di Stoppiglia Giuseppe

Al mondo serve fiducia e non protezione

«Siamo fatti per la felicità, che è Dio.
Dio è pura felicità ed è questo il motivo della
nostra esistenza.
La religione è l’invito a condividere la
felicità di Dio»
Timothy Radcliffe

«Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la
politica è un tutt’uno.
Non si può amare creature segnate da leggi
ingiuste e non volere leggi migliori».
Lorenzo Milani

Ho preso l’ultima rosa e me la sono portata nella mia stanza. L’ho fatto di nascosto, non me l’avrebbero permesso, era l’ultima bellezza del giardino. Figlia del suo crepuscolo, madre dell’imbrunire, che da domani la metterà a tacere. D’inverno si dorme, si sogna, si invecchia, tutti quanti. Ho preso l’ultima rosa e l’ho messa qui davanti. Io e lei. Non abbiamo più niente da dire, dopo tutto quello che ci siamo detti nella baraonda della primavera. Allora non potevamo non dirci innamorati e appagati. Io e lei, da soli, in questa stanza. Ora, là fuori c’è l’autunno, ottuso e vendicativo, che sta venendo a prenderci per buttarci via. Quest’anno ci porterà delle castagne grosse, buone e sane.

Incontri

Il nonno di Gabriele faceva il restauratore di affreschi e fabbricava strumenti musicali: un artista vecchio stampo. Il padre, ultra ottantenne, distinto, sempre con foulard e zazzera al vento, eccelse nell’arte culinaria di ristoranti famosi, a Milano, Cervinia, Jesolo e Venezia. I figli, ben otto, si sono diramati nelle due direzioni cromosomiche: un fratello di Gabriele è un cuoco rinomato, una sorella si è data alla ceramica, e così via. Solo Gabriele ha assunto su di sé la doppia eredità del nonno: dipinge, infatti, da invasato e cucina egregiamente. La prima volta che l’incontrai fu al «Belvedere», dove serviva ai tavoli. I quadri esposti erano tutti suoi. «Sono i segni della mia pazzia» – disse subito e si mise a parlare di Van Gogh e di Flaubert. Poi ha aperto un piccolo locale, «La mano rossa», in Via Garibaldi a Mestre.

Non so come abbia fatto a incontrare e conoscere Fabio di Marostica, uno chef originale e simpatico, un po’ artista pure lui, se lo vogliamo comprendere senza pregiudizi. Lui ha scelto di aprire e far decollare l’osteria di Pian Grande, Valstagna, sulla strada che sale a Foza, al 17° tornante. In montagna, quindi, e in una zona selvaggia, con un panorama che ti dà sempre un tonfo al cuore, da gustare con lentezza.

Quando passo di lì è difficile per me sottrarmi ai suoi inviti a provare i bigoli con baccalà e verza e le altre specialità che mi offre, felice di inventare nuovi piatti per la pura gioia dell’amicizia. Quando mi scuso per i miei diversi mali, eccolo a offrirmi i consigli della moglie, impegnatissima nella gestione dell’Osteria. Intanto il loro figlio più giovane, il quattordicenne Umberto, mi disegna una caricatura sul tovagliolo di carta e Fabio lo rimprovera per la tecnica troppo grezza dello schizzo.

Cosa sia politica

Passare dalla condivisione ristretta alla condivisione sociale, maturando in umanità, così potremmo definire la parola, politica, la sola vera politica. Sapendo quanto sia difficile, per ciascuno di noi, diventare umani, immaginate quante difficoltà hanno le comunità a compiere questo cammino. Formare quindi una società alla pienezza di umanità è quasi al limite del possibile. La politica implica di accettare di essere attivamente sospesi in un cammino doloroso e a volte tragico, che conosce anche regressioni drammatiche. Non possiamo farne parte in maniera inerte, come uno che viene trascinato, ma lo dobbiamo fare attivamente, perché la politica maturi secondo una dimensione umana.

La causa prima e vera della decadenza dell’odierna vita politica è che essa è gremita di dilettanti presuntuosi. Talvolta chi fallisce in altra professione, crede di poter riuscire nella politica. In altri tempi, per contro, l’iniziazione all’arte della politica era lunga e dura e operava una selezione severa tra quelli che vi aspiravano.

In una fase come questa di grande sbandamento etico e culturale, prima ancora che politico e giuridico, fisserei alcuni punti, per capire cosa significhi diventare prima cittadino e poi credente.

La gratuità del vangelo

La trasmissione del vangelo non avviene per imposizione e il rispetto dell’altro, appartiene, prima che al politicamente corretto, al mistero stesso di Dio.

I cristiani ormai sanno che il pluralismo religioso dell’Europa di oggi e di domani non è una provvisoria sfortuna da cui pregare di essere liberati, ma la condizione concreta entro cui dar ragione della propria speranza. Sanno, insomma, che alla spada sguainata da Pietro, Gesù preferì il cammino verso la croce. Voler di nuovo rendere obbligatorio ciò che è il segno radicale della gratuità, delle braccia spalancate verso tutti, mi appare profondamente antievangelico. La croce è, per il credente, il simbolo eterno di libertà fraterna, il bisogno universale di misericordia.

Come deve essere il mondo, perché venga trasformato dalla grazia? Non contano le previsioni, come non conta la paura. La novità non si deve descrivere né temere. Ciò che di questo mondo deve finire, che urge far finire, finirà, quando e come non importa. Importa non sgomentarci di nessun crollo.

Le strade e la strada

Domani sorgerà ancora il sole. I giorni sono giorni, le stagioni sono stagioni, si rincorrono e quasi si ripetono. Ma ognuna ha il suo colore e il suo profumo, la sua gioia e la sua pena. Tutto s’assomiglia e tutto è così diverso, che la meraviglia ci gonfia ogni giorno il cuore e gli occhi. Ogni generazione, anche la nostra, ha le sue strade di smarrimento e di salvezza, una sua maniera di cercare. La ricerca può anche degenerare e il pericolo è tutt’altro che ipotetico. Sotto i nostri occhi irrompono avvenimenti così spaventosi che la ragione ne è sconvolta al pari del cuore.

Ora, se lungo questa strada non incontreremo nessuno che faccia da testimone a Cristo, lo smarrimento sarà maggiore. Testimoniare non vuol dire predicare il ritorno sulle strade di una volta. Una strada, che è servita un tempo, è rispettabile: ma non è necessariamente per sempre. E allora, invece di perdere il tempo in discussioni, proviamo, coi fatti, che Cristo è il Signore di tutti i tempi, anche dei nostri, e che egli ci guida e che, ancora una volta, sta davanti, perché chi guida non può che stare davanti, oltre ogni nostro sforzo.

Finora abbiamo dimostrato al nostro mondo più sollecitudine che fiducia, più tono di tutela che di salvezza. La tutela non è mai amabile e pochi sono disposti a sopportarla. Il nostro mondo sopporta piuttosto la servitù, qualora lo giustifichi un sogno di potenza e di grandezza.

Nostalgia del passato

La cristianità di ieri ha avuto epoche meravigliose, che accendono ancora la nostra ammirazione: ma se ci adoperassimo a ripristinarle oggi, il pugno di lievito diventerebbe un cippo funerario. Il passato ci insegna come s’incarni nella storia l’ideale cristiano, ma non a rifare la storia sulla stessa trama. Molti sbandamenti odierni non si sarebbero realizzati se non avessimo guardato troppo indietro. Non reputo d’essere arrivato, ma una cosa faccio: pur non dimenticando le cose che stanno dietro, proseguo la strada verso la mèta.

Nel mezzo della rivoluzione più radicale della storia, non c’è che il metodo e il proposito di san Paolo che possa interpretare il nostro impegno.

Mistica del dovere, mistica del superuomo, mistica dell’umanesimo medievalista, mito del demiurgo, sono tutte dighe di fortuna che non reggono all’urto dei popoli in marcia. Ci vuole la novità evangelica, servita da una fede che accetti tutti i rischi dell’andare avanti. La redenzione non ha né surrogati né mezze vie.

Stiamo correndo verso Natale, dove ci troviamo travolti dal mistero dell’Incarnazione. Far nascere Gesù, in mezzo a noi, come ha fatto Maria, la donna che ha vissuto il Mistero di Dio nel proprio corpo, travolta dalla gioia di aver scoperto la Gratuità. Sentite come parla di questa donna, un grande scrittore francese, Jean Paul Sartre: «Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la forma della mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere fra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e ride».