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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

L’eredità di Chávez

di Ricupero Rubens

Hugo Rafael Chávez Frí­as passerà alla storia perché è stato uno dei primi a percepire che le periferie non si sentivano rappresentate dai partiti tradizionali, data l’incapacità di questi a migliorare la loro vita. Il suo genio ha cercato, tentato di dare espressione adeguata alle periferie, cercando di canalizzare il discredito, la sfiducia dei partiti e delle istituzioni dentro un movimento capace di assicurare la redistribuzione alle classi popolari di benefici tangibili quali la salute, l’istruzione pubblica, la casa, il cibo.

Il momento storico di Chávez è diverso da quello che pregiudicò, ostacolò prima di lui i leader popolari del continente Latino Americano. Egli è il primo a emergere dopo la guerra fredda e la fine del comunismo. Questo e la concentrazione strategica americana in Medio Oriente spiegano il fatto che gli Stati Uniti abbiano subito l’antiimperialismo di Chávez.

Le circostanze nazionali in cui ha operato Chávez contrastano anche con il processo democratico avvenuto in Argentina, in Brasile e in Cile nei primi anni del 1980. Chávez non doveva reagire contro una dittatura militare. Il suo duplice obiettivo da combattere erano i partiti corrotti della democrazia tradizionale e l’ortodossia economica del Fondo monetario internazionale (FMI) concordata dal presidente Carlos Andrés Pérez (1989). La protesta violenta popolare contro il pacchetto del presidente e la sua repressione brutale stanno alla base dell’ascesa di Chávez, giovane ufficiale paracadutista che avrebbe preso il potere (1999).

Le sue priorità erano la rifondazione della Repubblica e una politica economica e sociale di segno opposto al consenso neoliberale. Era necessario, quindi, abbandonare le istituzioni tradizionali attraverso riforme che rompessero i meccanismi elettorali, legislativi e giudiziari che garantivano e mantenevano l’oligarchia al potere.

La rifondazione puntava a reinventare una nuova democrazia, una diretta partecipazione del popolo alle decisioni. La partecipazione si sarebbe realizzata attraverso meccanismi innovativi e l’uso frequente dei referendum: una democrazia diretta, quindi. Una delle conseguenze è stata l’autorizzazione della rielezione del Presidente, che non nascondeva l’aspirazione di Chávez a governare fino al 2031. Scompaiono il sistema di controlli ed equilibri e la possibilità reale di alternanza al potere, che sono le caratteristiche della democrazia rappresentativa.

Secondo Chávez la democrazia diretta sarebbe l’unico modo per trasformare l’economia verso una radicale redistribuzione della ricchezza e delle risorse naturali a favore della maggioranza povera. Per questo sono stati creati più di 20 programmi di assistenza. Gli alti prezzi del petrolio hanno rifornito Chávez dei mezzi necessari per realizzare tale programma, conquistando così l’appoggio di più della metà della popolazione.

Si sono moltiplicate le nazionalizzazioni e gli interventi sulle attività produttive, senza una vera trasformazione delle strutture dell’economia. Nonostante l’ambizioso obiettivo di costruire il «socialismo del XXI secolo», il Venezuela resta una nazione che vive della rendita del petrolio. Quel che è cambiato è la classe sociale, che adesso si appropria della maggior parte della rendita da petrolio.

Il petrolio ha finanziato pure gli aiuti per Cuba, i Caraibi e la creazione dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana. Anche se vi è una certa somiglianza con i principi bolivariani (estensione del modello a tutto il continente), il modello di Chávez non si è dimostrato esportabile per la sua caratteristica legata al petrolio venezuelano.

Dotato di una grande abilità tattica, Chávez è sopravvissuto al golpe del 2002, allo sciopero generale di quell’anno e alla sconfitta della sua riforma costituzionale del 2007. La maggioranza legata a Chávez è indiscutibile, ma l’opposizione si aggira attorno a un buon 40% dell’elettorato, e tutto questo è l’espressione di una società polarizzata e radicalizzata.

La scomparsa di Hugo Chávez non significherà la fine del movimento di una base sociale genuina. È possibile che, in un primo momento, la sua morte generi un effetto di simpatia a favore dei suoi successori. Questo è ciò che sembra essersi verificato nelle elezioni regionali di dicembre, in cui l’opposizione non è riuscita a mantenere tre dei sette governi statali, che già controllava. La sfida del chávismo è legata all’efficacia delle molte riforme che Chávez ha cercato di introdurre.

Eppure, sarebbe un peccato di superficialità sottostimare Chávez perché ha saputo e voluto usare le sue doti istrioniche, ignorando la profonda aspirazione di trasformazione sociale e culturale. L’ascesa dei settori popolari vicini alla soglia di povertà, la loro domanda di dignità e di una vita migliore, continueranno ad alimentare in Venezuela e in America Latina i movimenti sociali e politici. Come la comparsa di un nuovo attore introduce cambiamenti nella posizione degli altri, è probabile che questo di Chávez generi instabilità per decenni.

Non comprendere perché milioni di venezuelani preghino per Chávez, significa ripetere la storia narrata da Ernesto Sabato sulla caduta di Peron nel 1955. Lo scrittore stava festeggiando con gli amici intellettuali e professionisti la fine del dittatore Peron; ma quando entrò in cucina scoprì che tutti i suoi dipendenti piangevano.

Rubens Ricupero
già Ministro delle Finanze del Brasile (1994)