controcorrente-Madrugada 082

L’unica verità è il dolore

Stoppiglia Giuseppe

La morte del prossimo

«…vivere le cose più che giudicarle,
far parte del mondo immergendosi
in esso
senza cercare di spiegarlo
e di dominarlo…».
Luis Malle
«L’uomo politico pensa
alle future elezioni,
l’uomo di Stato alle future generazioni».
John Rawls

Uomini in fuga

L’uomo dai capelli grigi e arruffati arrancava, pedalando faticosamente lungo la salita. Il conducente dell’autobus rallentò, incerto: allora una mano si staccò dal manubrio e con un gesto rapido, imperioso, diede via libera al sorpasso.

«Ne ha di coraggio il professore! – commentarono i passeggeri – Ormai ha la sua età, è in pensione da diversi anni, va ancora su e giù con la bicicletta, d’inverno e d’estate».

È un vero orso, nel suo genere, quel professore, gentile e bizzarro. L’avevo incontrato più volte, sempre sorridente e cordiale, ma solitario e riservato. S’inerpicava tutti i giorni verso il suo rifugio di mezza costa, sprovvisto di telefono, di internet e della televisione, collocato tra fusti giganti di castagno, con uno spazio erboso ben raso e in perfetto ordine attorno alla casetta. Una volta mi parlò della mamma semicieca che vive sola a Tarvisio, ascoltando letture registrate o la radio. Lui va a farle visita per Natale e in altre rare occasioni. In città deve avere anche una famiglia, moglie e figli, da cui prende le distanze appena può, proteggendo gelosamente la sua eremitica solitudine.

Da studente cantava Bob Dylan e Joan Baez. Gli piace ancora fare musica (insegnava, appunto, musica nella scuola d’arte in città) e camminare di notte in montagna quando c’è la luna. Mi ha raccontato di essere diventato materialista a forza di soffocare tutti i suoi sentimenti e i suoi sogni. Così, adattandosi agli avvenimenti, si è trovato inaridito.

Si tiene puntigliosamente in allenamento, da ecologista intransigente che non ammette mezzi di trasporto inquinanti e riduce al minimo l’uso del combustibile per riscaldamento, fino a sostenere imperterrito temperature glaciali.

Un bel tipo e originale, con quella sua aria divertita e sorniona da monello. Si diverte a mettere in atto qualche trasgressione, ostentando, con innocente insolenza, la rottura deliberata dei tabù perbenisti, linguistici e comportamentali. Un’immagine di sé che costruisce e consegna all’esterno come una difesa, in modo da nascondere, nella finzione del personaggio, la verità della persona. Un gioco terribilmente serio nella sua apparente leggerezza, mirato a occultare dietro narcisistici compiacimenti e scherzose provocazioni, il male di vivere, la voglia di tenerezza, la solitudine affettiva e la disperazione intellettuale di un radicale nichilismo.

Non è una scelta mistica la sua, anche se ne ha il fanatismo. Forse solo in questo modo, isolandosi, riesce a tenersi in equilibrio e in perfetta efficienza fisica. Sono tanti i modi per gestire la propria nevrosi e la propria singolarità. Almeno lui non ne fa commercio come tanti giullari della tribù.

Lo splendore della vita

Le due ragazze mi interpellarono su Giotto, davanti alla Cappella degli Scrovegni, a Padova. Sedemmo, con altri coetanei, sulle panchine del giardino di fronte al gazebo delle bibite, per chiacchierare.

Erano con un gruppo di Verona, guidato dalla loro professoressa. Tutte facce carine, fresche, giovani. Nella penombra, causa l’incipiente cataratta, non distinsi bene i contorni di quello che mi parve un cranio rasato alla foggia punk o skin. La gaffe la feci grossa: «Non saresti più carina con un’altra pettinatura?». «È carina anche così!» mi rimbeccò subito la compagna.

Lei dolcemente sorrise: «È la terapia» – disse. Due occhi immensi, un viso angelico, serena. Il suo nome, Barbara. Cercai di riparare maldestramente, scusandomi. L’abbracciai. C’era intorno a lei un’aura oltre il tempo. Il mistero l’avvolgeva, vivente: ci era entrata dentro. Un atomo solo del suo coraggio valeva tonnellate di tutto il nostro culturame spazzatura.

La prima vittima della guerra, la verità

Sto scrivendo nella settimana di Pasqua. Cristo è risorto, lasciandoci il messaggio evangelico che tutti possiamo risorgere, se siamo in grado di leggere non i segni del sepolcro, ma della storia. La storia è il nuovo tempio laico, dove Dio incontra l’umanità proprio per celebrare un incontro d’amore. Cristo, però, è in agonia nell’umanità fino alla fine dei giorni.

La guerra in Libia mette angoscia nel vedere persone condannate, che vanno a morire. Ho fatto questa esperienza, indelebile, da bambino, all’età di sette anni. Erano dei nemici, ma, fatti vittime inermi, splendeva in loro il diritto assoluto alla vita. Il male della guerra fa sprizzare tutta la luce della vita, tanto più inviolabile, quanto più violata, mentre l’ingiustizia della guerra, estrema disumanizzazione, rivela con forza l’umanità che ci accomuna, un’umanità intoccabile, anche nella figura anonima del nemico.

La prima vittima della guerra, si sa, è la verità. La tempesta di notizie, bugie, propaganda di sé stessi, è parallela alle bombe, da ogni parte. Non credo a nessuna verità armata. «L’unica verità è il dolore» – dice Simone Weil. Troppe cose urlano e più di tutte urla la violenza, anche quando non diventa notizia. La violenza continua a urlare dentro il corpo delle vittime. Come quel bambino afgano che la madre ha trovato, dopo un bombardamento, nascosto in un armadio, con le orecchie sanguinanti, i timpani rotti, reso sordo per sempre da una bomba assordante.

«La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo» (E. Kant), mentre i politici, gli intellettuali o gli editorialisti saccenti non smettono di chiamare la violenza opera di bene. Abbiamo a disposizione per costruire la pace, una grande forza, quella di crearci degli spazi interiori capaci di digerire la violenza senza rigettarla, né rimetterla in circolazione, di metabolizzarla in energia positiva, invece di restituirla come aggressività offensiva e distruttiva.

Il prezzo di questa scelta? È la sofferenza, anche spirituale, presa nelle proprie mani, impugnata come strumento interiore della vita buona da costruire sulle macerie del male. Il risultato? La trasformazione del male in bene, che è l’opera somma della creazione, della redenzione, della bellezza.

Italia mia, benché il parlar sia inutile

L’Italia di oggi, largamente succube della cialtroneria morale e dell’abuso politico canagliesco, ci fa vergognare e soffrire, oltre che per la debolezza ideale e operativa di un’opposizione che offre modelli di alternanza, ma scarse alternative nell’economia e nella pace, alla falsa politica, anche per la complicità ingannevole della gerarchia cattolica.

È un tempo, il nostro, di atei devoti e di religiosi senza fede. Agli opposti estremismi si sono sostituiti, o sommati, gli opposti spiritualismi. L’onda d’urto della caduta del muro di Berlino ha provocato, negli orfani delle ideologie, abbondanti conversioni alla confortante forza dell’autoritarismo ecclesiale. C’è la necessità urgente di laicità che faccia crescere un segno, un’icona degli ideali di tolleranza, di non faziosità, di rifiuto delle fedi e delle ideologie pervasive.

«Alla storia che prevede l’uomo come suo soggetto – scrive Umberto Galimberti – sono subentrati da una parte la tecnica che prevede l’uomo come semplice funzionario e dall’altra il mercato alle cui leggi la condizione umana deve adeguarsi. A differenza della storia, la tecnica e il mercato non hanno altro senso se non il loro rispettivo autopotenziamento, a prescindere dalla maggiore o minore felicità dell’umano, le cui sorti fuoriescono dallo scenario da loro dispiegato».

Questo capovolgimento è avvenuto negli anni successivi alle utopie del sessantotto, dove col termine utopia si intendeva quella forza che muove anime, azioni e sentimenti verso uno scopo, a prescindere dalla sua realizzabilità. Una forza essenziale per dar senso alla propria vita.

«Di questa forza – aggiunge Umberto Galimberti – sono stati privati i giovani di oggi, che sostanzialmente, per questa ragione, si anestetizzano, se non nella droga, spesso nell’inedia e nel disinteresse generalizzato, giustificato dal fatto che nessuno, proprio nessuno, si interessa di loro».

Religione senza fede, cristianesimo senza uomo

L’istituzione Chiesa ha cercato di fronteggiare la crisi nel tessuto della società cristiana, aprendo, però, un solo fronte, quello dell’apologetica e della difesa della verità, sbagliando obiettivo. Aver individuato nel comunismo il male radicale è stato un grosso abbaglio, perché non le ha consentito di capire che il nemico vero era l’opulenza capitalistica che porta con sé il consumismo e la corruzione dei costumi, i quali, a lungo andare, disfano il tessuto sociale, l’attenzione al prossimo, spingendo fino al parossismo, l’egoismo e l’individualismo.

«Il cristianesimo è in frantumi – scrive Arturo Paoli – perché è sgretolato dalla disumanizzazione della società, formata da uomini sempre più dispensati dalla fatica di pensare e conseguentemente di amare. Con la fine dell’ultima guerra (1945) si è iniziato l’accelerato sviluppo della tecnica, arrivata ora al punto estremo, con la morte del prossimo».

È proprio con la morte del prossimo che va in frantumi il cristianesimo dottrinale, quello su cui la pastorale della Chiesa ha tentato di concentrare, negli ultimi trent’anni, con i metodi pedagogici più attuali, il suo massimo sforzo per stimolare le attese dei giovani. Uno forzo enorme, ma fallito. Lo stesso tema “emergenza educativa”, riproposto in successione per vent’anni dalla CEI, è il segno dell’incapacità di reperire idee nuove che solo i giovani possono portare, a partire dalla loro energia, non ancora canalizzata, ma certamente più feconda e innovativa di chi si assopisce sulle proprie idee, vecchie e ormai consolidate, che fungono più da strumenti di sicurezza che da spunti di innovazione. Idoneo e profetico resta il progetto di Giovanni XXIII, che fu quello di incontrare il mondo attuale e rendere la Chiesa una presenza povera e umile.

Se il sale diventa insipido

In questi ultimi giorni abbiamo visto e assistito per televisione a grandi folle di fedeli, accorse a Roma per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Di fronte a simili avvenimenti continua la mia perplessità e si accavallano sempre nuovi dubbi.

È proprio necessario che il vangelo venga gridato sulle antenne (che non sono i tetti da cui Gesù dice di gridarlo), quanto uno dei massimi luoghi di potere in questa società? Che cos’è il vangelo? Cosa propongono oggi i cristiani per trasmettere la memoria di Gesù?

Domande troppo grosse per risposte semplici. Tento tuttavia un frammento di risposta.

Il vangelo vissuto è amare chi non lo merita, perché Dio fa questo con noi. È snobbare la meritocrazia e tutto ciò che appare importante. È dare più di quello che si riceve, rendere bene per male, soffrire piuttosto che far soffrire, farsi carico del dolore altrui. Dare per nulla è creare, essere imitatori di Dio. Si dona perché ci si sente donati a noi stessi (scrive Roberto Mancini). Mentre il male toglie, il bene aggiunge, crea.

Tutto questo avviene nell’intimo. La pace dipende sempre da me, non sono mai scusato se gli altri ora non la vogliono. L’amore va dato senza tener conto del corrispettivo, perché ciò che vale è la relazione umana libera e liberante. La serenità o la trovo nel mio intimo o nessuno me la può dare; soltanto può risvegliarla e liberarla in me chi la emana dal cuore. Quando la Chiesa è una grande folla che galvanizza con la quantità e l’imponenza, restiamo ingannati. Gesù, che lo sapeva bene, ha provveduto a deludere le folle, non le ha cercate.

Quando la Chiesa è folla, è una protesi dello spirito. Sciolta la folla, lo spirito non si regge.

Il cristianesimo non è una dottrina

La forza del numero occulta la nostra personale debolezza, la cui consapevolezza è la condizione prima per vivere l’amore donativo da poveri, non da ricchi superbi. Sicuramente anche le persone che partecipano a queste manifestazioni oceaniche conoscono “fatti del vangelo” che avvengono nel tessuto non clamoroso della vita quotidiana.

Sicuramente in questi concerti mistici risuonano anche parole vere e suggestioni profonde, ma l’importante è educarci ed educare a guardare dentro di sé, attorno a sé, più che verso palchi da cui si rovesciano luci e suoni potenti, dove si può sempre rischiare l’ambivalenza, che è propria del linguaggio mediatico.

Chi non accetta l’incognita dell’incontro con l’altro, non incontrerà mai Gesù, ma il suo dogma e le sue pratiche religiose. Il cristianesimo non è una dottrina, una morale o un ideale di vita. Il cristianesimo è solo una Persona, che si fa conoscere, amare e vivere.

Questo lo si può fare solo attraverso la conoscenza di quello che Lui ha fatto e ha detto. «Non avevano ancora compreso le scritture» (Gv. 20,9).

L’ignoranza delle scritture è, infatti, ignoranza su Gesù Cristo.