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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Misericordia

di Anderlini Gianpaolo, Khalid Rhazzali Mohammed, Siviero Elide

Nella Torà

La tradizione ebraica, nel definire il rapporto di Dio col mondo da lui creato, individua una doppia articolazione o una doppia misura (middà): la misura della giustizia (middàt ha-din) o della correzione, simile a quella di un padre che guida con mano dura, sicura e inflessibile il figlio fino a punirlo; la misura dell’amore o della misericordia (middàt ha-rachamìm), simile a quella di una madre che dona la vita al figlio e lo protegge con cura in ogni condizione e situazione. Dio è, nello stesso tempo, padre e madre, giudice giusto che nulla lascia impunito, ma sempre pronto a prenderci per mano e ad accoglierci di nuovo al suo cospetto, perché giustizia e misericordia sono entrambe necessarie per mantenere stabile il mondo creato. Racconta il Midrash: «Così disse il Santo benedetto egli sia: se io creo il mondo con la misericordia, i peccatori saranno molti; se con la giustizia, come potrà sussistere il mondo? Ma io lo creo con la giustizia e la misericordia e forse potrà sussistere» (Genesi Rabbà XII, 15).

Al primo posto sta la misericordia: «Buono è il Signore verso tutti, la sua misericordia si espande su tutte le creature» (Sal 145,9), e in particolare all’uomo, nei cui confronti Dio si mostra sempre pronto al perdono: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua benignità, nella tua grande misericordia cancella il mio peccato» (Sal 51,3). Il salmista utilizza due parole volte a esprimere l’atteggiamento misericordioso e compassionevole di Dio. La prima, chèsed, esprime la disposizione ad agire per il bene dell’altro, in modo pronto e gratuito. La seconda, rachamìm, ci mostra la propensione interiore all’amore e alla compassione secondo l’atteggiamento proprio di una madre: la parola rachamìm, infatti, deriva da réchem, “utero”.

Mentre la misericordia-rachamìm è un attributo esclusivo di Dio, che l’uomo può tentare di realizzare solo nella dimensione della fede vissuta e dell’apertura alla speranza, la misericordia-chèsed è un tratto necessario dell’agire sia di Dio sia dell’uomo quando Dio va in cerca dell’uomo e quando l’uomo si pone alla ricerca di Dio lungo il cammino della santità. La tradizione ebraica insegna: «Shimòn il giusto era solito dire: Su tre cose si regge il mondo: sulla Torà, sul culto e sulle opere di misericordia (gemilùt chssadìm)» (Pirqè Avot I, 2). Sullo sfondo di questo insegnamento si ergono le parole del salmista: «Perché ho detto: un mondo di misericordia (chèsed) sarà edificato» (Sal 89,3), a indicarci che come Dio ha creato il mondo con la misura della misericordia e in vista della misericordia, così l’uomo è chiamato a compiere quelle opere (gemilùt chasadìm) che hanno lo scopo di fare uscire l’uomo da stesso per aprirlo all’altro. E in questa apertura, nel nome dell’amore e nella dimensione della gratuità, l’uomo attua e compie il precetto biblico: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18).

Se ci è ordinato di amare il prossimo, questo significa che siamo continuamente chiamati ad abbattere gli steccati e i muri che ci separano per andare incontro al prossimo, ossia a chi è già presso di noi perché venuto a noi e nella prossimità ci interpella. E in questo spazio ci è data la possibilità di portare a compimento, con le nostre scelte e con le nostre azioni, il mondo secondo il progetto di Dio, come è detto: «Misericordia (chèsed) io voglio, non sacrifici» (Os 6,6).

Resta aperta una domanda: chi è il mio prossimo? Qualunque sia la risposta, ogni uomo che voglia camminare sulle orme tracciate dal Signore, deve alzare gli occhi e, osservando quanto Dio ha operato e continua a operare, deve compiere, qui e ora, le opere della misericordia (gemilùt chasadìm). E, allora, come di Dio è detto: «Egli ci trattò secondo la sua misericordia (rachamìm) e secondo la grandezza della sua bontà (chasadìm)» (Is 63,7), così possa dirsi anche di noi, nel nostro rapporto sia con gli altri uomini sia con Dio.

Gianpaolo Anderlini


Nel Corano

Tra gli attributi di Dio quelli di clemente e di misericordioso (Rahman e Rahim) si collocano in una posizione di particolare eminenza e intimità con il Divino. Essi figurano, infatti, nella Basmala, la formula che opera nel rapporto del fedele con la dimensione sociale della parola come santificazione. In essa si chiede che quanto si dirà e si farà sia coerente con la volontà di Dio, colta nel suo aspetto, appunto, compendiato nei due aggettivi. Essi derivano entrambi dalla radice R H M presente nelle lingue semitiche, dalla quale si forma, tra l’altro, il termine Rahim, “utero”, e che estende a tutti i suoi derivati l’effetto semantico che promana dal gesto generoso e illimitato che contraddistingue la donazione materna.

«Credete solo a quelli che seguono la vostra religione. Di’: in verità la guida è quella di Allah: Egli può dare a chi vuole quello che ha dato a voi. [E coloro che da Lui ricevono] dovrebbero forse polemizzare con voi, davanti al vostro Signore? Di’: In verità, la Grazia è nelle mani di Allah, che la dà a chi vuole. Allah è immenso, sapiente» (III, 37).

La misericordia, quindi, rappresenta il moto per eccellenza divino, quello che si ritrova costantemente nell’agire di Dio, quando crea, a ogni respiro, il mondo intero, sia quando sanziona i comportamenti che si discostano dall’armonia e dalla giustizia che coincidono con il suo volere, anche in questo caso mantenendo la massima disponibilità ad accogliere chi si ravveda e torni all’accordo con le sue leggi.

«Di’: O Miei servi, che avete ecceduto contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. Allah perdona tutti i peccati. In verità Egli è il Perdonatore, il Misericordioso» (XXXIX, 53).

E alla misericordia di Dio si fa riferimento nella preghiera, quando si considerano i limiti e le imperfezioni dei comportamenti umani, contando però sulla forza del soccorso divino, capace di collocare anche quelle insufficienze all’interno della sua potenza ordinatrice.

«Allah non impone a nessun’anima al di là delle sue capacità. Quello che ognuno avrà guadagnato sarà a suo favore e ciò che avrà demeritato sarà a suo danno. Signore, non imporci ciò per cui non abbiamo la forza. Assolvici, perdonaci, abbi misericordia di noi. Tu sei il nostro patrono, dacci la vittoria sui miscredenti» (II, 286).

Significativamente nell’Aya (versetto) che segue, Dio si manifesta nel creare come nell’esercitare la misericordia. Il gesto è lo stesso e a questa sovrabbondanza di bene il credente può affidarsi con tutto il suo essere.

«Se domandassi loro: “Chi ha creato i cieli e la terra?”, certamente risponderebbero: “Allah”. Di’: considerate allora coloro che invocate all’infuori di Allah. Se Allah volesse un male per me, saprebbero dissiparlo? Se volesse per me una misericordia, saprebbero trattenere la Sua misericordia?» (XXXIX, 38).

La salvezza del credente nella vita e oltre la vita è pertanto affidata alla misericordia divina. Ciò non significa che il suo comportamento coerente con la volontà divina sia irrilevante, ma che esso non può venir concepito come una somma di benemerenze il cui calcolo finale produca meccanicamente un esito. Si tratta invece di aderire con l’insieme della propria vita al movimento della misericordia divina che la rende possibile e che nella sua generosa ricchezza solo può salvarla.

«Signor nostro, non lasciare che i nostri cuori si perdano dopo che li hai guidati e concedici misericordia da parte Tua. In verità Tu sei Colui Che dona» (III, 8).

Bab ar-Rhama, la porta della misericordia, è un’immagine che ritorna frequentemente nella meditazione mistica musulmana, indicando la soglia oltre la quale i limiti umani vengono radicalmente oltrepassati dal dono divino, soglia in prossimità della quale è bene che il fedele stia, disponendosi a compiere quel passo che varcata la porta lo fa accedere, in virtù della misericordia, al paradiso.

Mohammed Khalid Rhazzali


Nel Nuovo Testamento

Il tema della misericordia è letteralmente il fulcro attorno al quale ruota tutto l’annuncio del Nuovo Testamento. Gesù Cristo è colui che viene a rivelarci la misericordia del Padre. Le parole stesse con cui egli dà inizio alla sua vita pubblica nella sinagoga di Nazareth ne affermano la portata, quando citando il Profeta Isaia dice di sé: «… Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). In questa citazione il Cristo omette la parte di Isaia (cfr Is 61,1-2) che parlava anche del giorno della vendetta di Dio. Gesù rimane solo sul versante della misericordia e questo scandalizzerà gli astanti. È Gesù Cristo che realizza la profezia sulla misericordia di Dio (hesed,in ebraico), è Lui il segno concreto della misericordia del Padre, per cui ora per noi cristiani essa non è più soltanto qualcosa che ci viene elargito, ma Qualcuno che ci viene donato.

Nel Nuovo Testamento compaiono vari termini che richiamano questo aspetto: eleos che denota il sentimento di intima commozione, di compassione (quella che prova Dio per Elisabetta nella sua sterilità, come raccontato in Lc 1,58: «I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei»). Oiktirmòs che è la compassione per le sventure del prossimo, capace di consolare, come ne parla Paolo: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione… » (2Cor 1,3). E infine il termine splanchna che vuol dire sconvolgimento delle viscere: è usato per raccontare la commozione profonda di Gesù (cfr Mc 1,40-41: «Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”») o per definire il sentimento del buon samaritano che si ferma accanto al malcapitato perché mosso a compassione (cfr Lc 10,33), o per mostrare ciò che prova il padre misericordioso davanti al figlio prodigo che torna (Lc 15,20), dove la commozione è lo sciogliersi della misericordia.

La misericordia indica, quindi, aver pietà per i miseri. Considerando che ognuno di noi è una povera creatura davanti a Dio, è a ciascuno di noi che si può applicare la serie di parabole sulla misericordia che Gesù racconta al capitolo 15 di Luca: la parabola della moneta persa e ritrovata, della pecorella perduta a ritrovata e quella del padre misericordioso. Ognuna di esse racconta la cura per la ricerca e la gioia per il ritrovamento. La misericordia allora, per il vangelo, è la gioia stessa di Dio che vede i suoi figli morti ritornare in vita (cfr Lc 15,32).

Gesù Cristo, sacramento della misericordia del Padre, cioè segno visibile del suo amore verso gli uomini, si manifesta nei nostri giorni attraverso la Chiesa e i suoi sacramenti. È interessante leggere tutta la serie di orazioni che costellano la veglia pasquale, cioè la liturgia nata per amministrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana ai catecumeni. Una di esse recita: «O Dio, volgi lo sguardo alla tua Chiesa, ammirabile sacramento di salvezza, e compi l’opera predisposta nella tua misericordia: tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo…». La Chiesa quindi mostra al mondo la misericordia di Dio e osa cantare: «Felice colpa, che meritò di avere un cosi grande Redentore…» (Preconio della Veglia Pasquale). Vivendo con questa gioia le liturgie, i cristiani possono dire, con assoluta confidenza nella misericordia di Dio, queste parole di san Francesco di Sales: ««Nel giorno del giudizio preferisco essere giudicato da Dio che da mia madre».

Elide Siviero