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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Perdono

di Anderlini Gianpaolo, Khalid Rhazzali Mohammed, Siviero Elide

Nella Torà

Due passi della Scrittura ci aiutano a definire gli attori e i tempi del perdono secondo l’orientamento proprio della tradizione ebraica. Il primo passo: «Se tu dovessi considerare le colpe Signore, Signore chi potrebbe stare ritto? Ma con te è il perdono, affinché tu sia temuto» (Sal 130, 3-4). Il secondo passo: «Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino» (Is 55,6). Dio, che regge e governa il mondo con la misura della giustizia e con la misura della misericordia, è colui che perdona le colpe dell’uomo; solo Lui e nessun altro (né in terra né in cielo), come interpreta la tradizione rabbinica: «Tu non hai concesso a un tuo inviato il potere di perdonare» (Rashi su Salmo 130,4). Pertanto è a Lui, e a nessun altro, che l’uomo, peccatore ma desideroso di mutare la direzione della propria vita, deve innalzare la richiesta di perdono, che nasce non dal timore ma dall’amore ed è resa possibile dal cammino di pentimento e di conversione (teshuvà).

La conversione, il pentimento e la richiesta di perdono non hanno un tempo predeterminato, ma c’è un momento, nel corso dell’anno, in cui il perdono diviene il tratto distintivo dell’agire di Dio, pronto ad accogliere il ritorno dell’uomo: nei dieci giorni, i giorni terribili (jamìm nora’ìm), i primi dell’anno ebraico, che vanno da Rosh ha-shanà (il capodanno ebraico, il primo del mese di Tishrì) a Jom Kippur (il giorno dell’espiazione, il dieci dello stesso mese). E, in quei giorni, Dio perdona le colpe che l’uomo ha commesso contro di Lui, solo queste, non quelle commesse contro un altro uomo, per le quali è necessario un cammino di riconciliazione. Così insegna il Talmud: «Per quanto riguarda una singola persona, quand’è (che può chiedere che venga mutato il decreto che la riguarda)? Ha detto Rabbà bar Abbahu: nei dieci giorni che vanno da Rosh ha-shanà a Jom Kippur» (bRosh ha-shanà 18a).

L’arco di dieci giorni indica un cammino che richiede scelta di campo, impegno, contrizione e volontà di ritornare fino al Signore. Come il peccato e la colpa rompono gli equilibri del creato, in alto e in basso, così la via che conduce al perdono deve essere un percorso che, passo dopo passo, cerca di ricostituire l’equilibrio incrinato. Penitenza e preghiera riaprono la comunicazione fra l’uomo e Dio; la carità spinge l’uomo verso l’altro uomo e porta alla riconciliazione. E così, nell’arco simbolico di quei giorni, all’inizio dell’anno, come per una nuova nascita, l’uomo può porre le basi per ottenere, da un lato, il perdono da Dio, che è sempre pronto a sedere sul trono della misericordia ma che può perdonare solo le colpe commesse contro di lui, e per cancellare, dall’altro, gli effetti negativi che le trasgressioni hanno prodotto su altri uomini.

Ma la storia delle generazioni dei figli di Adamo, dalla cacciata dal Giardino all’abisso della Shoà, pone un interrogativo: Dio non ha forse, Lui pure, da chiedere perdono e può essere perdonato? Un passo della Scrittura ci offre un punto di partenza per rispondere: «Grande con lui è la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (Sal 130, 7b-8). La redenzione, secondo le parole del Salmo, è il prezzo del riscatto che Dio deve pagare per liberare Israele (e l’umanità) in modo definitivo. Il prezzo è alto e il suo peso ha cancellato, se è possibile dirlo, l’onnipotenza di Dio; ora Egli (o meglio: la Shekinà, la sua presenza nel mondo) si è condannato a soffrire con Israele e con l’umanità e tarda, per il peso del dolore, a redimere se stesso e il mondo. Forse perché il Misericordioso non può che perdonare l’uomo, mentre l’uomo può sì amare Dio ed essergli fedele, ma non perdonarlo, a meno che Egli non annulli o non ponga rimedio, qui e ora e ai nostri giorni, a tutto il male che il mondo ha sofferto e continua a soffrire.

Gianpaolo Anderlini, insegnante, scrittore, redattore della rivista Qol


Nel Corano

Il tema del perdono, al-Ghufran, ritorna più volte nel Corano, ma figura come assoluto protagonista nella Sura (capitolo) XL, significativamente nota come al-Ghafir (colui che perdona). «Colui Che perdona il peccato, che accoglie il pentimento, che è severo nel castigo, il Magnanimo. Non c’è altro dio all’infuori di Lui. La meta è verso di Lui» (XL, 3).

Nel versetto citato, il perdono appare come una prerogativa di Dio, non a caso vi si ribadisce che non vi è altro Dio al di fuori di Lui. La severità nel castigo è contemperata dalla magnanimità. Perdonare è un atto che attiene intimamente a quella misericordia di cui Dio dà prova nella creazione stessa. Al-Ghufran quindi riaccoglie nel movimento che porta verso la meta, ovvero Dio stesso, chi smarrendo la via verso di Lui, che non è altra cosa dalla via verso se stesso, si è smarrito.

Così il perdono permea il rapporto di Dio con coloro che credono in Lui e procede unitamente al propagarsi su tutte le cose della sua misericordia e della sua scienza. Infatti, nel settimo versetto, l’invocazione del perdono per i credenti giunge dalle stesse coorti angeliche che celebrano la gloria di Dio: «Signore, la Tua misericordia e la Tua scienza, si estendono su tutte le cose: perdona a coloro che si pentono e seguono la Tua via, preservali dal castigo della fornace» (XL, 7).

L’immagine del fuoco eterno, comune alla rappresentazione più essenziale dell’aldilà riservato ai peccatori, anche nelle raffigurazioni delle altre religioni monoteiste, richiama la severità con la quale in molti luoghi del Corano si ribadisce come il perdono non sia garantito e come la condanna possa essere senza appello. Tale durezza vale soprattutto a sottolineare il grave disordine che il peccato procura a danno della grande adesione dell’uomo e del creato al gesto creatore di Dio.

«Sii paziente, ché la promessa di Allah è verità. Chiedi perdono per il tuo peccato e glorifica e loda il tuo Signore alla sera e al mattino» (XL, 55).

Il perdono va richiesto anche dall’uomo come complemento del suo glorificare e lodare il Signore lungo tutto lo svolgersi del tempo santificandolo. Nel Ghufran quindi la misericordia divina s’incontra con la pietas, per usare un espressione latina, dell’uomo verso Dio, convergenza da cui procede il perdono come modo del rapporto fraterno tra gli uomini.

Secondo la tradizione raccolta da Tabari, a tre mesi dalla sua morte, Mohammad quasi si congeda dal popolo dei credenti indicando compiuto il suo compito. L’emozione che il suo discorso suscita nella folla si traduce in pianto per Umar Al-Khattab, futuro califfo, che intende come ciò significhi l’avvenuto oltrepassamento del punto più alto della parola del profeta. L’episodio corrisponde al contenuto di parte del terzo versetto della quinta Sura: «Oggi ho reso perfetta la vostra religione, ho completato per voi la Mia grazia e Mi è piaciuto darvi per religione l’Islàm. Se qualcuno si trovasse nel bisogno della fame, senza l’intenzione di peccare, ebbene Allah è perdonatore, misericordioso» (V, 3).

Nel momento in cui Mohammad avverte compiersi con la sua opera anche il suo tempo, e quindi coglie la perfezione del suo lascito, fa seguire all’evocazione delle sue leggi, anche quella del possibile capovolgersi dell’Halal (illecito) in Haram (lecito) in caso di necessità, ultimo gesto in cui s’intrecciano misericordia e perdono. Il passo allude al compimento della missione di Mohammad che viene citato a conferma della sua rivelazione come sigillo del ciclo della profezia. Meno spesso si tiene conto delle ultime battute del versetto che propongono come parte della perfezione anche l’apertura delle norme sul concreto mutare delle condizioni di vita in cui essa deve essere compresa e adempiuta.

Mohammed Khalid Rhazzali, sociologo della religione, università degli studi di Padova


Nel Nuovo Testamento

La Sacra Scrittura sottolinea la fragilità dell’uomo peccatore, debitore davanti a Dio, e la grandezza di Dio che perdona e ristabilisce l’integrità dell’uomo caduto. Questo il dato essenziale dell’atteggiamento di Dio che con il perdono dimostra il suo amore verso l’umanità.

Di fronte al peccato dell’uomo, il Dio geloso si mostra come il Dio dell’amore che perdona. Le pagine della Bibbia sono costellate di questa fiducia nel «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà… che perdona le colpe dell’umanità» (cfr. Es 33-34). È un perdono legato al pentimento che riconosce la sua colpa.

Il Vangelo ci mostra un volto nuovo del perdono. Nelle parabole della misericordia (cfr. Lc 15), che ci raccontano della pecora perduta e ritrovata, della moneta perduta e ritrovata, culminanti nel grande affresco del Padre misericordioso, il primo dato che causa il perdono non è il pentimento, ma l’amore. Il figlio prodigo non torna perché pentito, ma solo per fame: si prepara il suo discorsetto per commuovere il padre e viene sorpreso da un abbraccio che soffoca le scuse. Il transfuga viene ristabilito nella sua dignità figliale prima che possa dirsi pentito.

Con questo, Gesù ci mostra una prospettiva totalmente nuova della fede: Dio non ti perdona perché tu sei pentito, ma perché tu possa finalmente pentirti. La conversione a Dio nasce dall’esperienza diretta del suo perdono, che previene i nostri passi del ritorno e ci ricostituisce nella nostra vera identità.

È questo il dato divino del perdono. Per noi perdonare significa non avere più nulla contro l’altro, non serbare rancore. Il perdono di Dio è qualcosa di più e di diverso. Tramite il perdono di Dio, nell’uomo succede qualcosa di assolutamente nuovo. Romano Guardini specifica dicendo: «Perdono non può significare che l’uomo resta peccatore e che nonostante ciò Dio non è più in collera con lui. Non è solo una trasformazione del cuore e dello sguardo divino, che lascerebbe immutato l’essere dell’uomo; l’uomo deve diventare tale che Dio possa compiacersi in lui… Dio con il perdono non compie magie, ma dà all’uomo un cuore nuovo…» (R. Guardini, Le cose ultime, Vita e Pensiero 1997, pg. 51).

Il segno definitivo del perdono di Dio è la venuta di suo Figlio. È per mezzo di Gesù che Dio rivela il suo perdono capace di generare a nuova vita, come avviene nel Battesimo. Con questo sacramento noi siamo immersi nella vita, nella morte e nella risurrezione di Cristo così che in noi abiti Lui solo e in ogni occasione sia la sua grazia ad agire in noi. È in nome di questa assimilazione al Figlio che noi possiamo imparare a perdonare.

Nel Padre Nostro, la preghiera dei battezzati, si chiede: «E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Questo non vuol dire proporre un confronto tra il perdono ricevuto e quello dato, ponendo la nostra capacità di perdono come criterio della misericordia divina: sarebbe impossibile rimanere al cospetto di Dio con la sola forza delle nostre capacità.

L’invocazione del Padre Nostro, invece, suggerisce di vivere in continuità il perdono ricevuto con quello dato. Nella misura in cui tu ti senti perdonato sei in grado di perdonare. In greco il verbo è posto al passato, quasi a dire che questa continuità è talmente vera che il perdono dei fratelli è dato come già avvenuto (per questo alcune traduzioni propongono «come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori…»).

Il cristiano, l’uomo nuovo che si sente perdonato, non può far altro che vivere come il suo Signore e il gesto più eloquente di questa assimilazione a Cristo è il perdono.

Elide Siviero, servizio diocesano per il catecumenato, diocesi di Padova