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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Se ne va il più debole e chi resta è la menzogna

di Stoppiglia Giuseppe

Camminare al margine, con giustizia e libertà

«L’egoismo non consiste
nel vivere come ci pare,
ma nel pretendere che gli altri
vivano come pare a noi».
Oscar Wilde

«Ogni atomo di odio
che aggiungiamo al mondo,
lo rende più inospitale».
Etty Hillesum

Sul treno locale, un uomo anziano e sua moglie danno forti segni d’insofferenza. Tre file davanti, una donna straniera sta parlando al cellulare a voce molto alta. Nessuno capisce quello che dice, forse in pakistano o in persiano. Nell’espressione del viso non si nota alcuna preoccupazione particolare, sembra che si stia facendo proprio quattro chiacchiere distensive. Il signore anziano e sua moglie continuano ad agitarsi, finché lui esplode urlando paonazzo: «Basta! La smetta!». Poi, come liberato da un peso, si guarda attorno con fierezza ed esclama: «Non se ne può più di questi incivili!». La donna lo ignora e continua a parlare ad alta voce al cellulare. Gli altri fingono di guardare altrove o di leggere il giornale.

Episodio piccolo e trascurabile, che mostra, però, un tipico conflitto, se non morale, almeno psicologico. Da una parte una donna, non italiana, che strilla al telefono, come fanno tantissimi italiani, senza curarsi di assordare tutti; dall’altra un «cittadino» che non si sa bene se contrariato per il volume della voce o perché a parlare in quel modo sia una straniera (propenderei per questo secondo motivo). Il razzismo sotterraneo si unisce alla comprensibile rimostranza per la maleducazione dilagante. Una sottile linea di confine resta fra i due comportamenti: il secondo si può sopportare.

Proclamare la dottrina non è fare la verità

Chi cerca una chiave di lettura per il dialogo o per lo scambio profondo di idee, deve essere vulnerabile all’ascolto e attento all’apprendimento: parlare e ascoltare per imparare. Il saccente invece avvolge tutte le sue risposte in dogmi rigidi.

Chi vuol dialogare non può insistere su qualcosa che manca nelle due parti ma piuttosto dovrebbe partire da ciò che unisce o accomuna e cioè dall’esigenza insopprimibile della ricerca.

La verità è qualcosa che viviamo, non qualcosa che congeliamo in principi astratti assoluti o in dogmi. Se viviamo dentro la verità, saremo in grado di ammirare persone, a prescindere dall’ideologia che ci hanno mostrato, attraverso la loro vita, la verità della giustizia, della bellezza, della gioia o della generosità.

Questa è una sfida incalzante, urgente anche per le nostre confuse culture politiche, dove si parla di valori, senza definirne il contenuto, dove si discute di lavoro senza dare senso all’attività economica, alla produzione e al consumo, mettendo in chiara evidenza le contraddizioni della modernità.

Guarda e cammina

Ognuno di noi agisce nel sociale o fa politica con gli occhi e con i piedi in collaborazione tra loro. Gli occhi guardano l’orizzonte dove merita andare. I piedi sul terreno cercano il passaggio, evitando buche, fango, immondizia e baratri.

Non abbiamo ali. Le spine sono già migliori del burrone. Molto meglio infangarsi le scarpe che pestare una mina. Meglio passi lenti che cadere.

Tutto ciò non scusa chi non vuol muoversi. Ognuno dovrebbe guardarsi attorno e dare la mano a chi va nella sua direzione. Gli occhi guardano sia l’ideale, sia il terreno accidentato. L’occhio decide più del piede. Il piede va, bene o male, dove l’occhio lo conduce.

La politica senza teoria e utopia è cieca. Ha piedi, ma le mancano gli occhi. Così, l’occhio senza umili piedi rasoterra non si avvicina alla meta. Spesso oscilliamo tra il solo guardare lontano e il solo pestare il terreno, ma se vediamo bene, potremo camminare. Se camminiamo senza vedere, finiamo male.

Nel silenzio Dio parla

La parola autentica e incisiva nasce dal silenzio, ossia dalla riflessione e dall’interiorità e, per i fedeli di qualsiasi religione, dalla preghiera e dalla meditazione.

In mezzo al brusio incessante della comunicazione informatica o alla chiacchiera e all’immaginario televisivo e giornalistico, al rumore assordante della pubblicità, ogni persona che tenta di interiorizzare una fede o condividere un valore deve cercare, sempre, di ritagliarsi uno spazio di silenzio «bianco» che sia – come accade a questo colore che è la sintesi dello spettro cromatico – la somma di parole profonde, e non un semplice buco «nero», opaco di suoni.

Il Dio del monte Horeb si svela a Elia non nei fulmini, nel vento impetuoso o nel terremoto, bensì in una voce di silenzio sottile. La stessa sapienza dei maestri greci ammoniva che il sapiente non rompe il silenzio se non per dire qualcosa di più importante del silenzio. È solo per questa via che sboccia la parola sapiente e sensata.

Noi cristiani non stiamo con gli ultimi

Un bambino etiope, adottato da qualche anno in una famiglia italiana, guardando la televisione vede tra le immagini del telegiornale il ricevimento del corpo diplomatico da parte del Sommo Pontefice. Marmi, guardie, alte uniformi e, al centro dello sfarzo, un uomo vestito di bianco. Fissando il papa il bimbo rivolto al padre adottivo chiede: «Ma è ricco quello lì?».

Resta un mistero inspiegabile della storia comprendere come dalla predicazione scalza ed errante di un uomo, la cui vita finì sul patibolo, siano sorte simili strutture, come possa l’annuncio evangelico aver generato tali mostri.

Cosa c’entra il vangelo con la Santa Sede? Eppure tale struttura, nonostante la sua forza e il suo cinismo, non è riuscita a impedire che risuonasse la voce del vangelo e che la stessa proclamasse la beatitudine degli ultimi!

Se ci fermiamo a guardarci attorno, scopriamo che i cristiani, da molto tempo, non sono più gli ultimi, non vivono, cioè, la condizione di chi è costretto a ripetere in prima persona: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Il vero ultimo è colui che muore come Gesù, non già chi avverte, anche nell’abbandono, che Gesù è al suo fianco.

Da quando la Chiesa ha scelto di essere trionfante, ai cristiani si è chiusa la possibilità di stare dalla parte degli ultimi. Chi aiuta, non è mai l’ultimo. Gesù ha detto, infatti, che alla fine dei tempi il giudizio partirà dalla condizione di chi è stato ultimo nella storia, di chi si è trovato nella parte di esporsi alla possibilità di attendere invano: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (cfr. Mt 25, 42).

Il nostro è un Dio senza nome

Cosa dovremmo fare, dunque, per creare quella relazione, che sia salvezza, tanto invocata e sospirata, per tutti, se non cercare di riconoscere Dio nei volti, e nei silenzi – o nelle grida, che sono molto vicine ai silenzi – dei muti, degli oppressi, dei diseredati, dei violentati, di chi ha fame, di chi ha sete, di chi patisce ingiustizia, di chi si è messo in un angolo, di chi nulla può, in questo mondo, di chi tende la mano, di chi è umiliato, di chi è tradito, di chi è insultato, di chi è calunniato, di chi è piccolo, di chi muore e di chi non riesce neppure a morire?

Lì Dio ci attende. È lì, forse, se ci andiamo, troveremo il Dio dei poveri, il Dio di chi non ha voce, il Dio, come notava il grande mistico Meister Eckhart «che è oscurità sovra essenziale, che non ha nome e non avrà mai nome».

Questo Dio ci insegna a tacere, ad apprezzare il silenzio, ad andare in profondità e a non presumere di conoscere Dio meglio degli altri.

Papa Francesco, la misericordia eccedente

Particolarmente rivelatrice, in questa nostra ricerca, è l’insistenza con la quale Papa Francesco parla sul valore della misericordia, che è l’asse portante del discorso della montagna.

Riferita a Dio, la misericordia indica sempre un’eccedenza. È il superamento della logica per cui alla colpa corrisponde la pena, al delitto il castigo. Con la misericordia entra in scena la dismisura del perdono, nella prospettiva della sovrabbondanza e nell’invito a non considerare la verità come possesso. Ogni valore, per essere tale, deve porsi in relazione con gli altri.

Papa Francesco, un uomo dotato della straordinaria capacità di combinare tra loro la necessità di un forte rinnovamento all’interno della Chiesa e il recupero del messaggio evangelico nella sua genuinità originaria, apre a un futuro che fa leva sulla profezia e non si rinchiude, come spesso è accaduto, nel puro rispetto di una regola morale. Per il credente, infatti, l’essenziale è la fede e non la religione.

La stessa semplicità dei gesti e dell’eloquio di questo papa, arrivato dal sud del mondo, può essere interpretata come un richiamo a non separarsi dall’essenzialità della fede, che si esprime in pienezza solo quando si incardina nel comandamento dell’amore per sé, per il prossimo o, addirittura, per il nemico. Colpisce in lui, oltre alla semplicità dei gesti, l’assenza del pregiudizio antimodernista che molte volte, anche all’interno del cattolicesimo, si è presentato assieme alla valorizzazione del fondamento originario.

Egli dimostra come si possa essere veramente cristiani, senza opporsi al tempo in cui siamo chiamati a vivere, sfuggendo così sia al complesso di subalternità sia alla tentazione di opporsi alla modernità. Un equilibrio difficile da mantenere ma, proprio per questo, tanto più necessario.

La fede è un evento vitale

La fede cristiana non è una sequenza di tesi astratte, ma la proclamazione di un evento che comprende anche un aspetto fattuale, verificabile. Aveva ragione il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, che annotava: «Il cristianesimo non è una dottrina, né una teoria dell’anima umana. È la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo». L’attenzione all’attualità è, perciò, decisiva perché è nell’immediato quotidiano che si deve incarnare la verità evangelica.

Noi cristiani affermiamo, con troppa facilità, di credere nella risurrezione di Gesù, perché ci interessa la nostra risurrezione. Saremmo in grado di credere in Gesù, se ci aiutasse solo a vivere con bontà questa breve vita e se il paradiso fosse tutto in questa vita resa giusta e fraterna?

Siamo buoni per amore o per calcolo? Ci impegniamo nel bene per rendere più buono il mondo di tutti o per «guadagnarci» un paradiso uscendo fuori di questo mondo?

Giustamente si sottolinea il valore di un giudizio sulla storia e sulla vita, oltre la morte. Se non c’è vita ulteriore, allora Dio, l’istanza del bene, è vinto dai fatti.