logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Troppe le cose che non vorresti vedere? È tempo di aprire gli occhi

di Stoppiglia Giuseppe

«Primo servizio che si deve al prossimo
è quello di ascoltarlo…
Chi non sa ascoltare il fratello, ben presto
non saprà neppure più ascoltare Dio».
Dietrich Bonhoeffer

«Amami quando meno me lo merito,
perché è il momento in cui ne ho
più bisogno».
Proverbio cinese

L’angelo del freddo

L’inverno è la stagione dell’angelo del freddo. È un angelo invisibile che, nei mesi invernali, scende a difendere dall’assideramento tutti i rifiuti umani della Terra. Veloce come il vento, trasparente come il cristallo, silenzioso come la grazia, compie, senza volto e senza nome, la sua missione. 

L’inverno è nemico del povero più della stessa fame. La mancanza del tetto e del vestito è più dura della mancanza di pane. L’angelo non arriva a difenderli tutti, spesso qualcuno rimane fulminato sotto i ponti o sulle scalinate delle chiese.

Per quelli che restano, con tanti giorni spietati davanti, per i bambini lividi dal freddo, per le donne cui nemmeno il pudore consente di coprire bene una sfigurata bellezza, per gli uomini senza lavoro che non sanno dove tenere le mani, per i vecchi ormai trasparenti che non trovano posto dove posare i piedi, l’angelo continua ad alimentare l’inconsapevole coraggio dei disperati e ad amministrare il miracolo quotidiano.

Nessuno l’ha mai visto, chiamato per nome o ringraziato. Nemmeno i poveri, per i quali è stato creato. Un giorno lo conosceranno, amico sconosciuto di tutte le loro notti invernali, disperate o rassegnate e sarà una delle sorprese del paradiso.

Capiranno allora che egli era lo scalino della chiesa dove, coperti di stracci, hanno passato le notti d’inverno. Che era l’arcata del ponte sotto il quale si sono raggomitolati per ore di notte, mentre l’acqua taceva, per non svegliarli, nel suo crostone di ghiaccio. Capiranno chi era stato a salvarli dalla morte per tanti giorni e notti interminabili.

L’angelo non fa venire il sole quando è nuvoloso, non ferma la neve quando scende, come non scioglie l’acqua quando gela, non ferma il vento e il nevischio quando spazzano il cielo e la terra.

Egli fa qualcosa di più, alimenta il miracolo nella squallida carne dei poveri. La rende insensibile più che può ai rigori invernali, ne accende più celermente il sangue, pur così povero di globuli rossi, anche se le calorie dovrebbero, a rigore, nascere da una minestra calda.

Così i poveri, sotto le mani invisibili dell’angelo, continuano a patire il freddo, ma, in genere non ne muoiono, né buscano quelle malattie che tutta la gente «normale», se vivesse la loro vita, prenderebbe in un momento.

La gente dei termosifoni, della strada, dei liquori e delle pellicce non capisce questo miracolo dei poveri, perché, probabilmente, non ha tempo per pensare all’angelo del freddo.

Davanti all’assurdo di poveri così resistenti, quella gente se la cava dicendo: «Ah, loro ci sono abituati». Non conoscendolo, chiama banalmente abitudine un angelo vero e proprio. Perché, anche se i medici me lo confermano, io, all’abitudine dei poveri al freddo, non ci credo proprio. Preferisco credere all’angelo e che quell’abitudine è frutto del suo miracolo.

Non si tratta di un pensiero poetico, ma è un pensiero, una certezza d’amore. Sia pure con un certo egoismo, ho bisogno di credere all’angelo del freddo, proprio io che il freddo non lo debbo mai patire.

Ho bisogno di pensare a lui nel tepore della mia camera, per poter prendere sonno senza essere divorato dai rimorsi. Ho bisogno di vederlo almeno col cuore, mentre – veloce come il vento, trasparente come il cristallo, silenzioso come la grazia – fa anche la mia parte, cullando una per una le vittime sconosciute dell’inverno.

La coperta di un’ipocrita, crudele normalità

Ci sono giorni in cui si fatica a riprendere il cammino, e notti in cui ci si sveglia più volte, oppressi da un senso d’inutilità e di smarrimento, con la netta percezione di non riuscire a tenere la rotta con la sola serenità della ragione.

Osservo con angoscia che stiamo vivendo, negli ultimi anni, una sorta di ritorno a un cinismo crudele (rivolgersi ai sentimenti oscuri), al disprezzo dell’altro (il diverso visto e vissuto come l’opposto), alla fredda durezza del cuore.

Una durezza che fa spazio a rancori e risentimenti (quasi più nessuno ospita o visita un’altra persona come gesto gratuito). Una durezza del pensiero che diventa ragione strumentale, potere e appropriazione, una durezza del bisogno e dell’interesse, senza desiderio e senza sogno. Siamo di fronte alla durezza dei confini culturali, in mezzo a identità chiuse.

La situazione culturale, morale e religiosa si sta deteriorando, spesso fino a perdere ogni sensatezza. Lo spazio per una ricerca intellettuale, filosofica, scientifica, storica o artistica, ispirata a un reale spirito di verità, è diventato sempre più esiguo, a tutto vantaggio dello spirito di parte e del perseguimento del proprio utile, di potere o mercantile che sia.

Con raccapriccio possiamo constatare che, dalla caduta del muro di Berlino, un poco alla volta, si sta restituendo alla guerra la funzione regolatrice dei rapporti di forza. Se non si è ancora arrivati a riconoscere alla guerra l’onore di un tempo, ci si sta, però, assuefacendo all’idea della sua necessità, in nome di idealità ancora più astratte e fantomatiche di quelle per cui ci si è follemente battuti nella prima metà del novecento.

«Sembra di vivere in una «normalità» sociale e culturale ipocrita e feroce – scrive il filosofo Roberto Mancini – per cui i poveri, i mendicanti, i lavavetri, gli stranieri, i rom, le prostitute, gli «irregolari» di qualsiasi specie vanno perseguitati. Questa «normalità» non combatte la povertà, ma combatte i poveri. Non combatte la marginalità, ma gli emarginati. Una «normalità» che non coglie il valore dei giovani, né quello dei vecchi, perché gli uni li affronta con la polizia, gli altri li mette negli ospizi».

Il mito del creditore

L’ipocrisia e un opportunismo viscerale sembrano essere gli elementi costitutivi della nostra società, dove l’egoismo è chiamato libertà, la distruzione della natura è chiamata progresso, la resa dell’uomo al denaro è chiamata società di mercato. Dove il singolo ha perso l’idea del limite e interpreta la libertà come assenza dai legami di rapporti sociali e affettivi. Vive il mito del creditore. Non sente, cioè, nessun debito verso la memoria e le vecchie generazioni. Rivendica solo diritti sul futuro, entrando in rapporto con gli altri solo attraverso calcoli razionali per combinare l’utile reciproco. Risultato? Una società senza amore che non è in grado di offrire radici alla politica come arte collettiva di tessere una convivenza giusta per tutti, una società fatta di discontinuità, di tante storie, senza una sua storia.

«Non una società, ma un accrocco di branchi: ognuno con proprie leggi non condivisibili, ognuno ostile all’insieme che è la nazione… I branchi hanno il sopravvento in una società che non sa più riconoscere il bene comune e i cui capi ne ripropongono l’ideologia di sopraffazione e di impunità» (Barbara Spinelli, La Stampa, 1 febbraio 2009).

Anche la Chiesa, in un momento così oscuro, manda segnali contrastanti, a volte incomprensibili. La nostra Chiesa sembra soffrire di emicrania, ma è solo un sintomo, dentro deve esserci qualcosa di malato, di grave, una crisi vera e temo lunga.

I grandi papi del Rinascimento italiano sono tornati. Si prospetta, dopo che il Vaticano ha ristabilito la messa tridentina e tolto la scomunica ai lefebvriani, una tensione fra la chiesa conciliare, ecumenica e il centralismo papale irreformato.

I lefebvriani, accontentati, passeranno ora a contestare la dottrina ecclesiologica del Concilio Vaticano II, mai accettata. La chiesa conobbe già nel 1400, dopo la «cattività babilonese» di Avignone, una lunga crisi analoga, emersa nei concili di Costanza e di Basilea, che vollero profonde riforme comunitarie.

Fu il tempo degli ultimi antipapi, del conciliarismo che si concluse con la vittoria del centralismo papale, ma lasciò irrisolti i problemi (anche di pluralismo) che portarono allo scisma protestante.

La rivolta dell’anima

In una situazione culturale ed ecclesiale simile o si resta sgomenti, o si ha il coraggio di liberare l’anima. Se l’anima si risveglia, niente e nessuno riuscirà a soffocarla, perché la rivolta contro l’ipocrisia inizia per ciascuno dentro di sé.

Aspettiamo, con fiducia, la nascita di persone capaci di farsi portare dall’amore fino ai confini dell’umano, lì dove l’ultimo è lasciato solo. Ed è in quel confine che s’incontra Dio, il Nascente.

Il Cristo, il Vivente, lo scopre chi conosce la compassione, chi affronta le cause della sofferenza, chi, battendosi per la giustizia, genera liberazione. Dio diventa Presenza nelle esperienze di salvezza, di liberazione dal male, dalla paura, dalla morte definitiva. «Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (Isaia 25,8).

Ho giurato a me stesso di non cedere alla depressione e nemmeno alla rabbia per il trionfo attuale della menzogna e dell’intolleranza. Se la crisi economica ha indotto i popoli benestanti a girare le spalle al futuro, peggio per loro! Nel passato troveranno soltanto la parte peggiore di se stessi!

Non è una consolazione, sarebbe troppo magra, ma è un modo per non pensarci e parlarne meno. Occorre resistere, e per resistere è necessaria anche la profezia.

I poveri non hanno, per ora, la tentazione di guardare indietro, e tanto meno di tornarci. Saranno loro a farci maturare. Sotto una baracca inondata dalla pioggia, anche la crisi economica diventa lontanissima.

«La Bibbia – mi scrive p. Chico Capponi dal Brasile – insegna che l’umanità va adagio a imparare, ci vuole il suo tempo e potrebbe non essere questo il momento di chiedere di più. Se in Italia amano Berlusconi sarà perché gli italiani si identificano più con i rozzi buffoni di corte che con il civis che noi immaginiamo e sogniamo».

Puoi astenerti dalla sofferenza del mondo?

Accettare se stessi e accogliere la temporalità sono due atti tra loro intimamente legati. La dilagante incapacità odierna di rappacificarsi con il proprio invecchiare è segno incontrovertibile di una società alienata e alienante.

Oggi tutto sembra rivolto a esaltare il presente. L’egemonia del carpe diem pare non avere smentite. Si tratta di un’illusione, dell’atteggiamento per cui occorre vivere nell’ora, tentando invano di isolarla dal prima e dal dopo.

Tutti sanno quanto sia vano cercare di riempire quel che non si può trattenere: non è possibile raccogliere l’acqua versandola in un setaccio. Si può vivere in pienezza il presente solo se lo si accetta come un passaggio, mentre la sfida disperata del carpe diem sta nello sforzo di vivere il presente come un tutto perennemente insidiato dalla precarietà. Per vivere il senso del presente occorre prestare attenzione a quanto è appena stato, evitando di cancellarlo a colpi di spugna. Ci si scopre immersi nella temporalità, ma non ce ne si sente travolti.

Fra chi non si appiattisce sul presente e pensa al futuro, il rischio, però, è quello di abbandonarsi al lamento e alla rassegnazione. Che cosa possiamo fare, oggi?

Con gli altri possiamo fare molto, come sempre è accaduto nella storia. E se gli altri non ci sono o non ci stanno, si può sempre cominciare a costruire se stessi, perché il futuro sarà inevitabilmente per ciascuno di noi come lo abbiamo costruito e non come lo vorremmo, sognando o come lo attendiamo, aspettando.

Siamo in una storia che cammina e che rivendica il suo ritmo, storia fatta da persone che «dal profondo gridano… Terra benedetta, terra bruciata… Quando passa la notte, spunta l’alba e diventa nuovo giorno» (Salmo 130).

È il grido che arriva dal Sud (i tanti Sud del mondo), il grido che arriva dal basso, dal di dentro, dalle donne, soggetti che hanno sempre gridato e dettato il ritmo, quello che mantiene la fiamma della lotta e della sfida contro ciò che non ha voglia di cambiare o di andare avanti, anche per paura.

Trovo il tema della Festa di Macondo del 2009, Quando ci sono nel mondo troppe cose che non vorresti vedere, è il momento di aprire gli occhi, in una sintonia fragorosa con quanto scrive Franz Kafka sulla sapienza dell’amore: «Puoi astenerti dalla sofferenza del mondo, sei libero di farlo e risponde alla tua natura, ma forse proprio questo astenersi è la sola sofferenza che potresti evitare».