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Associazione MACONDO

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Brasile: Lula, la politica e le elezioni

di De Vidi Arnaldo

Sono molti gli amici che chiedono il mio parere su Lula (Luis Inácio Lula da Silva).

Di fatto Lula è oggi un simbolo del Brasile, accanto al pallone e al carnevale.

Le Comunità Ecclesiali di Base brasiliane già dagli anni ’70 hanno lavorato a migliorare la situazione sociale del Paese. Ma hanno capito che una trasformazione piena si sarebbe ottenuta qualora il potere fosse passato nelle mani di persone socialmente sensibili, magari nelle mani di un figlio del popolo. E a questo si sono impegnate.

Il sogno si è avverato nel 2002: Lula – figlio di migranti «nordestini» e con il solo titolo di studio di tornitore meccanico – vince le elezioni e assume la presidenza della Repubblica.

Attese e perplessità

Va detto che la svolta non era facile, a causa della globalizzazione neo-liberale che impone a tutti i Paesi un programma di estrema destra, votato alla crescita della ricchezza, noncurante delle persone e dell’ecologia. Ma si pensava che il Brasile, essendo un paese ricchissimo, potesse sfidare la logica del neoliberismo con una politica socialista. Lula non ha adottato il socialismo. All’inizio, perché col suo fiuto politico l’ha considerato rischioso: poteva conferirgli un’immagine di demagogo simile a Chavez; e sarebbe costato ricatti alla nazione.

Furono molti i militanti del suo partito a dire che Lula si mostrava troppo cauto. Lui si difendeva dicendo che era presidente del Brasile non per rivoluzione ma per elezione democratica e quindi doveva attenersi al gioco democratico (e… ai condizionamenti imposti dagli alleati).

Ho perfino ascoltato, recentemente, questa frase: «Lula è morto, e sopravvive un presidente del Brasile chiamato Luiz Inácio da Silva», affermazione estrema ma motivata. Si direbbe che il candidato del Frente Popular del 1989 non sia l’attuale presidente della Repubblica. Quel candidato voleva la partecipazione della società civile organizzata nella definizione delle politiche del governo, senza escludere il dialogo aperto con i settori sociali scontenti; voleva che il Brasile superasse le strutture coloniali e marcasse presenza in posizione non subalterna nel sistema economico internazionale; voleva la revisione del sistema fondiario con la riforma agraria; voleva sbarrare gli interessi economici e finanziari dei magnati e rilanciare la produzione; era determinato a mettere fine al clientelismo in politica. Il presidente di oggi non vuole nessuna di tali cose.

Reazioni interne

Di fronte a Luiz Inácio Lula da Silva e al suo governo registriamo quattro «correnti».

La prima corrente è la maggioranza silenziosa, favorevole a Lula, che gode della previdenza sociale. Questa corrente poco reagisce, poco manifesta; ha peso politico nel periodo elettorale.

La seconda corrente è quella dei settori conservatori (latifondisti, impresari, gerarchie politiche e militari) che per ragioni inconfessate vorrebbero un Presidente allineato con il neoliberismo. Per la verità questa corrente, in ribasso, ha terzerizzato o subappaltato ai media l’azione politica. Oggi sono i grandi media tradizionali – giornali, riviste e Tv – la vera avanguardia d’opposizione. Essi accusano il Presidente di tutti i mali del paese.

La terza corrente, critica ma rispettosa, è formata da persone e gruppi che credono nella proposta politica di Lula e del PT (Partito dei Lavoratori): vi credono sinceramente, cioè senza interessi immediati, perché non sono dentro all’apparato statale.

La quarta corrente è una dissidenza della terza: persone e gruppi che credevano nella proposta di Lula, ma oggi non vi credono più. Il punto critico cruciale è stato percepire che questo governo non farà la riforma agraria.

Analisi personale

Quando Lula appare nel piccolo schermo si ha l’impressione di una persona che si sente a proprio agio; ha imparato il mestiere e tratta i problemi con disinvoltura, nonostante abbia registrato due sconfitte: il Supremo Tribunale nel 2007 ha accolto la denuncia contro i politici (del PT, ma non solo) coinvolti nella megatruffa dei «mensalíµes – grosse mensilità»; e il parlamento ha bocciato la proposta di prorogare la CPMF (Contribuzione Provvisoria sui Movimenti Finanziari, quasi una Tobin Tax).

Lula sa che non si può prescindere dal capitalismo votato alla produzione (e anche quello speculativo-finanziario?), ma ritiene che esso sia una tigre che si può cavalcare e che offre, di fatto, un posto stabile al Brasile nell’economia globalizzata.

Il primo mondo ha accelerato il consumo energetico con la tecno-scienza; ha imposto la «cultura» del mercato globale e del consumismo; ha comandato il libero flusso dei capitali; e definisce come meri «effetti collaterali» la devastazione generalizzata del pianeta, la crescente disuguaglianza sociale, il flusso dei capitali al 96% orientato alla speculazione o finanza (e solo al 4% investiti nella produzione). Tale sistema perverso ha estremo bisogno di due cose: (1) beni, cioè fonti energetiche, materie prime e alimenti e (2) paradisi speculativi.

Il Brasile sta offrendo sul mercato i beni più appetibili, tenendo anche presente la crescente domanda che viene dalla Cina e dall’India: soia, carne, prodotti forestali, zucchero, alcool, minerali, ghisa… e perfino acqua. Qualcuno critica tale Brasile «colonia di lusso».

Politica economica neoliberista

Il Brasile, a cominciare dal governo Collor, ha deciso di attrarre capitali stranieri con interessi alti e garanzie anticrack. In Brasile gli investitori lucrano di più e rischiano di meno: un «ossimoro» in economia. Il Brasile e la Cina sono oggi i paesi preferiti per investire, viene poi l’India e solo al quarto posto gli Stati Uniti. Dal momento che i capitali vengono, si potrebbe esigere il loro investimento nel settore produttivo, per garantire la crescita e il livello occupazionale. Il governo brasiliano, però, ha rinunciato al controllo sulla Banca Centrale e non ha la volontà politica di obbligare gli investimenti nella produzione.

Lula ha tergiversato prima di dire un «basta» al comandamento neoliberale di privatizzare. Il governo brasiliano ha privatizzato perfino la Vale do Rio Doce che lavora col sottosuolo del Paese. Si tratta di una compagnia strategica che opera in 14 Stati, possiede 9 mila km di ferrovie e dieci porti, ed è presente nei cinque continenti. È stata privatizzata per 3,3 miliardi di reali, mentre ne valeva almeno 100. Dopo che fu alienata, in soli tre mesi ha reso ai nuovi padroni più di quanto è loro costata!

Oggi nel mondo c’è una forte domanda di energia alternativa che sia rinnovabile e poco inquinante: per rispondervi il Memorando Bush-Lula prevede una produzione massiccia di etanolo, ottenuto dal mais negli USA e dalla canna da zucchero in Brasile. Oggi il Brasile produce 17,5 miliardi di litri di alcool, ma può arrivare a 110 miliardi (50% del mercato mondiale) sfruttando 90 milioni di ettari coltivabili. Per ottenere tanto terreno pare occorra sviare fiumi e disboscare foresta.

Le cose buone

Fin qui la mia analisi è stata quella di un «cristiano», cioè di un inquieto, perché l’utopia del Regno pungola la realtà sempre imperfetta. Ma se la politica è la dottrina del possibile, dobbiamo riconoscere che i risultati di otto anni di governo danno ragione a Lula, com’è evidente se confrontati con gli 8 anni di Fernando Henrique Cardoso (FHC):

fascia della povertà estrema: FHC 12% – Lula 4,8%;
mobilità sociale (brasiliani che hanno lasciato la povertà): FHC 2 milioni – Lula 27 milioni;
creazione di posti lavoro: FHC 780 mila – Lula 12 milioni;
salario base (minimo): FHC 64 dollari – Lula 290 dollari;
riserve valutarie: FHC passivo di 185 miliardi di dollari – Lula attivo di 239 miliardi di dollari;
tasso di interesse: FHC 27% – Lula 10,75%.

Pareva che Lula ricorresse alle politiche sociali («famezero», «borsa-famiglia»…) per stemperare gli animi. Sorprendentemente, la borsa-famiglia ha cambiato i bisognosi in persone che prendono coscienza della loro dignità e dei loro diritti. Con un massimo di 200 reali (85 euro) al mese a famiglie con più di tre figli e l’obbligo di frequenza scolare, il governo ha liberato milioni di famiglie dalla fame e dall’avidità di datori di lavoro senza scrupoli. In piccole città la borsa-famiglia, più qualche pensioncina, ha stimolato il commercio (specie l’informale) e… creato occupazione. Qualcuno ha parlato di accumulazione primitiva di democrazia.

Lula ha dato incentivi all’agricoltura a livello famigliare, ha investito nel settore energetico e della sanità, ha creato 14 università (FHC nessuna!); ha incentivato le scuole tecniche, aiutato fabbriche in crisi, mantenuto la base delle pensioni; ha migliorato la distribuzione del reddito e ridotto la disuguaglianza sociale; ha favorito maggior accesso della donna nelle politiche pubbliche; ha promosso l’uguaglianza delle etnie, la laicità dello Stato e l’avanzamento nella politica dei diritti umani (per esempio, ultimamente ha chiesto chiarezza sul coinvolgimento dei brasiliani nei casi dei desaparecidos politici dell’Argentina). Oggi il Brasile ha ridotto la tassa di deforestamento; è il maggior allevatore e esportatore mondiale di carne bovina e di pollo; è a livello mondiale tra i maggiori esportatori di prodotti agricoli, minerali, di automobili…

La politica estera di Lula merita un altro articolo. Fu geniale e coraggiosa, prendendo le distanze dalla politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente e dell’UE per l’onda di razzismo…

Lula aveva ragione dicendo che la crisi mondiale del 2008-2009 era per il Brasile una «maretta»: lui l’ha vinta specialmente con programmi di redistribuzione del reddito per creare mercati interni.

È bene ricordare che il Brasile era ostaggio di una classe supponente di latifondisti, impresari, gerarchie politiche e militari, inginocchiata davanti al capitale straniero, producendo miseria, uccidendo campesinos, umiliando i disoccupati… Oggi è uno dei 4 nuovi giganti, con Cina, India, e Russia.

Le elezioni di ottobre

Davanti al quadro di successi, ci si chiede perché Dilma Rousseff, candidata di Lula come proposta di continuità, non abbia vinto le elezioni al primo turno (le è mancato il 4% dei voti). Accenno ai motivi:

• il candidato antagonista, José Serra, rappresentante degli interessi del neoliberalismo, aveva una macchina propagandistica enorme e senza scrupoli. I grandi media, Tv in primis, hanno lavorato tutti per lui, che li aveva foraggiati con denaro pubblico nello Stato di S. Paulo. Questi mass media sono anche quelli che fanno e distorcono i sondaggi;

• nelle regioni meno sviluppate, dove Dilma era largamente favorita, l’astensione è stata quasi del 30% (astensione alta, considerando che in Brasile votare è obbligatorio): gli elettori sono stati dissuasi a votare da disposizioni contradditorie – ottenute da Serra – sui documenti necessari;

• è stata lanciata Marina da Silva, una terza concorrente – del Partito Verde PV – che ha fatto la campagna più costosa, con un jet lussuoso per visitare gli Stati; con parvenza di sobrietà, grazie alla bandiera dell’ecologia, lei ha ottenuto il 20% dei voti, utili e impossibili a Serra;

• c’è stata una campagna diffamatoria calunniosa, sostenuta in parte dalla Chiesa cattolica più tradizionale (Opus Dei, TFP…) e dall’ala fondamentalista degli evangelici. I crimini di Dilma? Aver detto che neanche Dio le toglie la presidenza (una menzogna); essere a favore dell’aborto; approvare le unioni dei gay. Si noti, invece, che Dilma è a favore della vita, contro l’aborto, il cui dibattito nazionale non dipende dal Presidente della Repubblica. Su questi due temi lei, onesta, ha detto che ci sono dei distinguo da fare, e gli oppositori ne hanno disonestamente approfittato. Ci furono vescovi e preti «utili idioti» che hanno fatto la crociata in nome della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile che disse di votare chi è incondizionatamente a favore della vita;

• è sorto un nuovo elettore: internet. Si è constatato che internet ha una forza anti-etica devastante: può articolare campagne diffamatorie e «bombardare-eliminare» i blog avversari. Può inventare scandali che saranno smascherati solo dopo un certo tempo…

Se è vero ciò che disse A. Malraux, che «non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza», si capisce perché Dilma Rousseff ha vinto al secondo turno il 31 ottobre scorso.