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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Empietà

di Anderlini Gianpaolo, Khalid Rhazzali Mohammed, Siviero Elide

Nella Torà

La tradizione ebraica non definisce il concetto di empietà, ma descrive e stigmatizza le azioni dell’empio, ovvero la sua condotta di vita volta a operare il male e a sovvertire l’ordine fissato da Dio secondo verità e giustizia. La via dell’empietà è la via del caos, del disordine e della violenza, come insegna il profeta Isaia: «Gli empi sono come un mare agitato che non può calmarsi e le cui acque portano su melma e fango» (Is 58,20). E questo fango inonda la terra e sale al cielo, perché la via dell’empietà si proietta contro gli altri uomini e contro Dio.

Sulla terra l’agire dell’empio si contrappone all’agire del giusto e determina uno stato di sofferenza che vede soccombere i deboli (i poveri, gli orfani e le vedove, secondo il linguaggio biblico) e che snatura la retta e giusta via dell’umana convivenza, fondata in primo luogo sul rispetto della dignità umana. Il profeta Ezechiele ci indica quale è il cammino che l’empio è chiamato a compiere per cambiare vita e ristabilire l’ordine sovvertito: «Se dico all’empio: Morirai, ed egli desiste dalla sua iniquità e compie il diritto e la giustizia, rende il pegno, restituisce ciò che ha rubato, osserva le leggi della vita, senza commettere il male, egli vivrà e non morirà» (Ez 33,14-15). Tre sono gli ambiti in cui si manifesta l’agire dell’empio che annulla le regole del diritto e della giustizia: il campo economico, che richiede il rispetto di regole di equità; l’ambito sociale, che richiede di vivere senza calpestare i diritti del prossimo; le regole morali, garantite dalla Parola fedele di Dio, che esigono di non fare cadere l’umanità nel caos indifferenziato di un mondo senza princìpi.

Come insegna il Salmo, l’agire degli empi investe anche il rapporto ascendente e la malvagità diviene empietà che investe e assale il cielo: «Fino a quando gli empi, Signore, fino a quando gli empi trionferanno? Sparleranno, diranno insolenze, si vanteranno tutti i malfattori? Signore, calpestano il tuo popolo, opprimono la tua eredità. Uccidono la vedova e lo straniero, danno la morte agli orfani. Dicono: Il Signore non vede, il Dio di Giacobbe non se ne cura» (Sal 94,3-7). Non solo il mondo è ridotto a preda e la vita a merce, anche Dio cade nella rete degli empi i quali dichiarano l’incompetenza di Dio a scrutare le cose del mondo e a intervenire per mutarle. E, se è vero che l’empio vive in questo stato di superbia e di arroganza, come afferma il Salmo: «L’empio nella superbia del suo volto non cerca (Dio)» (Sal 10,3), la sua colpa più grave sarà quella di costruire un mondo non solo senza Dio, ma soprattutto altro da Dio, distorto e deviato perché non riconosce altra via che quella della propria ingordigia, della propria avidità. Quando l’uomo non ha più davanti ai suoi occhi il timore di Dio (cfr. Sal 36,2), ogni opzione è possibile, lungo la via del bene o, soprattutto, lungo i sentieri del male, e tutto, nel tempo delle generazioni dei figli di Adamo, nel tempo in cui «Dio non fa né bene né male» (Sof 1,12), tutto è nelle mani dell’uomo e della sua libera scelta. Così insegna la tradizione rabbinica: «Rabbi Jannaj dice: Non sono nelle nostre mani né la tranquillità degli empi, né la sofferenza dei giusti» (Pirqè Avot, IV, 15). L’essere empio di un uomo o il suo essere giusto non si misura dalla sua tranquillità o dalle sue sofferenze, ma dalle sue azioni. Nella quotidianità della vita nessuno è completamente empio o del tutto giusto; si cammina sempre sul filo, pronti a volte a cedere al male e altre a combatterlo e dipende sempre e solo da noi, dalle piccole azioni alle grandi scelte, decidere quale strada percorrere. L’importante è, quando si è sul margine o si precipita nel baratro dell’empietà, conservare davanti agli occhi una scintilla, anche fioca, di timore dei Cieli, per potere continuare a scorgere la luce che ci farà ritrovare la via del ritorno.

Gianpaolo Anderlini, insegnante, scrittore, redattore della rivista QOL


Nel Corano

«Se ci fossero altre divinità oltre ad Allah nei cieli e sulla terra, tutto sarebbe distrutto. Gloria a Dio, il Signore del Trono al di sopra di tutte le empietà» (XXI, 22).

Si potrebbe sostenere che il complesso delle nozioni che nel Corano convergono nel campo semantico di empietà, descrivono un movimento disordinante e distruttivo, che si oppone intrinsecamente al gesto creatore e armonizzante di Dio. L’affermazione dell’unico Dio a fronte dei molti dei del politeismo, costituisce in sé un atto, che potremmo definire, ricorrendo all’espressione latina, di pietas. Un atto con il quale aderiamo profondamente all’operato divino.

L’empietà, quindi, è la negazione dell’espandersi coerente nella vita dell’uomo, dell’atto più propriamente divino e, pertanto, essa confligge con il volere di Dio, pervertendone la creazione con comportamenti che fanno risorgere un politeismo idolatrico, ad esempio, attraverso l’importanza assoluta accordata ai beni mondani:

«Di’: “Se i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli, le vostre mogli, la vostra tribù, i beni che vi procurate, il commercio di cui temete la rovina e le case che amate vi sono più cari di Allah e del Suo Messaggero e della lotta per la causa di Allah, aspettate allora che Allah renda noto il Suo decreto!”. Allah non guida il popolo degli empi» (IX, 24).

Nel versetto appena citato, è chiara la contrapposizione tra l’adesione incondizionata a Dio e il legame con i molti beni terreni. Si tratta di un contrasto di ordini simbolici. Aderire a Dio comporta il coglimento di una dimensione superiore e il ritornare a trascurarla a favore delle divinità dell’avere e delle passioni costituisce una forma di grave ipocrisia: «Gli ipocriti e le ipocrite appartengono gli uni alle altre. Ordinano quel che è riprovevole, proibiscono le buone consuetudini e chiudono le loro mani. Dimenticano Allah, ed Egli li dimenticherà. Sono loro, gli ipocriti, a essere empi!» (XXXII, 67).

Il gesto di chiudere le mani, così contrastante con la clemenza e la misericordia che sono attributi per eccellenza del Signore dei Mondi, sintetizza gli aspetti essenziali dell’empietà che appunto consiste nell’ostacolare il tradursi della fede in retto comportamento e, soprattutto, in cooperazione attiva con la generosità di Dio.

L’empio, quindi, è colui che malgrado l’evidenza del messaggio divino ipocritamente procede prescindendo dalla sua essenza: «Forse il credente è come l’empio? Non sono affatto uguali» (XXXII, 18).

Nell’empietà si ritrovano i comportamenti che alterano la creazione avviandola al caos e che si traducono in tutte le forme in cui l’azione umana appare, in quanto non timorata di Dio, rigida, violenta, contraddittoria, spietata, fonte di sofferenza e di ottusità. Da questo si può risalire a come la fede faccia tutto uno con l’atteggiamento concreto del credente, con il senso dell’effetto del suo agire cospirante con l’impulso divino, un atteggiamento di pietà in cui l’obbedienza e l’originalità intellettuale e affettiva del singolo vengono a coincidere.

Mohammed Khalid Rhazzali, sociologo della religione, Università degli studi di Padova


Nel Nuovo Testamento

Il termine “empietà” designa l’atteggiamento spirituale opposto alla “pietà”. Non è una parola astratta o generica, ma concreta e sempre legata al comportamento umano. Nella Scrittura non si parla di empietà ma dell’uomo empio, della persona che vive secondo la logica dell’empietà. San Paolo ne parla così: «L’uomo di empietà che si innalzerà al di sopra di tutto e si proclamerà Dio» (Ts 2,3).

L’empietà è il disprezzo di Dio e della sua legge, il tutto con una sfumatura di sfida e di ostilità: è una forma di idolatria. Gli uomini empi sono coloro che si sostituiscono a Dio perché dominati dalla logica del peccato e della ribellione, come raccontano i fatti del diluvio («La terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza» – Gen 6,11), o dall’autonomia decisionale come mostra il racconto della torre di Babele («Venite costruiamoci una torre che tocchi il cielo…» – Gen 11,4).

In entrambi i casi abbiamo una situazione in cui l’uomo vuole fare da solo, sostituirsi a Dio, sfidarlo, toccare il cielo per detronizzarlo.

Nel Primo Testamento, ripetutamente, si descrive l’amara sorte dell’empio che va in rovina: basti pensare all’esordio del Salterio nel quale il primo salmo chiosa in questo modo: «La via degli empi andrà in rovina…» (Sal 1,6b). Gli empi sembrano prosperare in questa vita ma la loro sorte finale è tristissima.

Questo sembra raccontarci in vari modi che il male ha in sé la sua fine, l’empietà ha in se stessa la sua morte. L’empio non vede oltre, non ha lo sguardo che si apre. Chiuso davanti a Dio rimane ripiegato su stesso e come una piantina senza sole è destinato a perire, a non vivere, a morire.

C’è una frase che reputo ancora più terribile in tutta la Scrittura per dirci cosa sia l’empietà e quale ne sia il retaggio finale: «Nel cuore dell’empio parla il peccato, davanti a ai suoi occhi non c’è timor di Dio, poiché egli si illude con se stesso nel ricercare la sua colpa e detestarla» (Sal 36). In questo salmo il peccato è visto come una realtà malefica che abita dentro il perverso e lo ispira dettando in lui la sua legge. L’empietà non è solo vivere nel peccato, ma rimanere in esso come unica, detestabile ma inesorabile, possibilità di vita. L’empietà è la disperata autoesclusione dalla salvezza che consiste proprio nel “ricercare la propria colpa” e non vedere via di scampo perché il male è inevitabile, dominatore assoluto della propria vita, dittatore esclusivo della propria esistenza.

Gesù, nel Nuovo Testamento, offre la possibilità d’uscita da questa terra di schiavitù: anche se l’empietà ci stringe d’assedio perché il peccato abita in noi, Egli sa bene che ogni uomo è peccatore e nessuno può dirsi giusto davanti a Dio.

Egli si propone come colui che è venuto a cercare i peccatori: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma a convertire i peccatori» (Lc 5,32).

L’empietà non è più una realtà definitiva, perché a essa si sostituisce la salvezza che porta alla conversione. Gesù viene a chiamare proprio gli empi, coloro che non vogliono Dio, che sono arrabbiati con Lui, che guardano la propria colpa e si sentono incastrati in essa, come raccontava il salmo 36. San Paolo dice chiaramente «Cristo è morto per gli empi» (Rom 5,6). Tutti gli uomini sono empi ma diventano giusti per grazia.

La tentazione di fare a meno di Dio sarà sempre in agguato, ma con il Battesimo il cristiano non è più sotto la tirannia dell’empietà e può scegliere tra il bene e il male.

Il Battesimo «significa una liberazione non dalla possibilità di peccare, ma dal regno del peccato e dal vivere secondo i suoi condizionamenti» (L. Hartman). Il Battesimo non ci dice che non pecchiamo più ma che finalmente possiamo non peccare più, e così sfuggire all’empietà.

Elide Siviero, Servizio diocesano per il catecumenato, diocesi di Padova