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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

L’odio come un errore

di Poli Michele

L’odio non è l’amore, ma neanche il suo opposto. Gli uomini riescono a disprezzare le donne che amano (o che pensano di amare) credendo (o fingendo di credere) di agire in nome dell’amore. Fin da subito, vediamo che la riflessione sull’odio si può basare su un errato e deviato pensiero. Sono errori che si originano perché colui che pensa e agisce cambia continuamente la prospettiva del suo pensiero, non ragiona a partire da punti e principi fermi, ma si sposta da una posizione all’altra in funzione del suo interesse, come una bandiera al vento. È il meccanismo che regola il gioco dell’odio.

Primo errore

Ci si separa dal sentimento di odio che si sta provando. Chi odia giustifica sempre il proprio desiderio di arrecare danno all’altro; nulla aggiunge o toglie se chi odia pensa di sé stesso che non dovrebbe o non vorrebbe provare questo sentimento, di fatto lo prova, ma si deresponsabilizza, identificando in un altro la causa del suo sentimento. Inoltre, è interessante osservare che l’odio non ha quasi mai un’unica motivazione che lo giustifichi in sé, ma necessita di disparate e molteplici ragioni. Si afferma che nasce per un bisogno di giustizia o per vendicare qualcuno o per interrompere la violenza dell’altro, per fare comprendere a qualcuno/a che il suo comportamento sta arrecando un danno, per reagire a una provocazione e così via. Ma quando giustifico il mio odio come un comportamento naturale, in realtà, mi sto pensando scisso da quella stessa natura che pure la contiene: è nella mia natura odiare, ma io resto fondamentalmente buono, mentre chi odio è irrimediabilmente cattivo, in lui/lei non riconosco neppure una piccola parte di bontà.

Chi odia è profondamente incoerente, ma può esserlo anche chi lo ascolta; infatti se una persona dichiara a uno psicologo o al giudice di odiare e basta, cioè senza addurre nessuna parvenza di giustificazione (siamo di fronte a uno dei pochi e rari casi di coerenza e di identificazione del sentimento dell’odio), con molta probabilità verrà considerato insano o incapace di intendere e di volere.

Secondo errore

Le teorie sull’odio si sciolgono come neve al sole nel momento in cui io stesso divengo oggetto di violenza dovuta a odio. In quel momento è difficile, anche se teoricamente è possibile, accettare che chi mi odia pensi di avere ragione così come io penso sia legittimo giustificare me stesso a odiare. Proprio questa è la banalità del male, ovvero, chi mi sta odiando si sta giustificando e quindi pensa di non arrecare un danno o di avere un valido motivo per farlo. Chi mi odia lo fa proprio perché, come me, crede di affermare il giusto. Le vittime di odio errano alla ricerca della motivazione dell’odio, come ha fatto il popolo ebraico usando una telecamera per scrutare, ascoltare Eichmann, messo a processo per i propri crimini, alla ricerca di un’umanità, ma senza trovare risposte. È inutile cercare di comprendere le ragioni dell’odio studiando gli atti dei violenti, occorre comprendere come nasce dentro di sé, solo così si saprà come nasce dentro l’altro.

Terzo errore

In realtà lavorando con gli autori di violenza contro le donne, al fine di fermarli, ci rendiamo conto che ci sono fattori che facilitano lo scaturire dell’odio dentro e fuori di noi, ma questi, presi individualmente, non sono mai la sola causa e spesso sono difficili da rintracciare perché si radicano in culture diffuse e antiche o sono difficili da riconoscere, proprio perché sono motivazioni per noi incomprensibili. Comunque, per arrestare l’odio occorre riconoscere l’insieme di fattori che lo ha connotato, ma includendo le antinomie. Ad esempio, occorre assumere letture che mantengano tra loro una coerenza, sia se pensiamo che l’autore di violenza sia responsabile sia se lo reputiamo irresponsabile, sia se lo definiamo consapevole sia se lo riteniamo inconsapevole.

L’operatore che non saprà uscire da queste dinamiche tortuose non fermerà l’odio.

Per riuscire, serve una precisa preparazione culturale e personale. Innanzitutto, è fondamentale non fare ricorso al concetto di malattia per spiegare dei comportamenti, come se l’autore di violenza fosse vittima di un’aggressione a opera di agenti patogeni esterni; invece è utile considerare quello che ci accade come frutto di comportamenti che ci vedono protagonisti attivi e passivi nello stesso tempo (il protagonismo è anche nella passività). Occorre pensarci parte dell’ambiente che ci connota e ci definisce mentre noi stessi ci adoperiamo a modificarlo e definirlo. Solo così non relegheremo l’odio e i suoi effetti in una sorta di limbo che, seppure riconosciuto comunque dell’essere umano, trova giustificazione solo nella malattia mentale o nell’atto mostruoso, folle o criminale. Le letture del fenomeno che tendono a rimuovere le cause dell’odio fuori dalla natura umana per attribuirle a un errore, a un disguido della natura, a un’eccezione, finiscono per giustificare anche la violenza sulle donne: pensare la violenza del maschio come un’eccezione rispetto al maschile può essere possibile perché si pensano le donne stesse come eccezioni, ciascuna una variabile irrazionale e di minore valore, rispetto alla razionalità dei maschi, intesa, ovviamente, come universale quindi unica. Insomma, le persone che ci infastidiscono, a torto o ragione, sono vissute come un’aggressione alla propria persona, esattamente come quando pensiamo ai virus e alla malattia, perciò chi si relaziona a noi viene annientato così come quando combattiamo le nostre malattie, anziché cercare di comprenderle. Perciò l’odio, non compreso in prima persona, sfocato dal concetto di schizofrenia e da quello del bipolarismo, che generano astigmatismo cognitivo, negato dal concetto di malattia, che è sostanzialmente una delega ad altri delle mie potenzialità o impotenze, resta padrone indiscusso della nostra rancorosa società sempre in cerca di un nemico.

Per cambiare occorre avere un centro da cui partire. Serve riconoscere che la vita si dà ed è interpretata e vissuta soggettivamente, ma proprio quel filtro soggettivo potrebbe, paradossalmente, costituire l’elemento «universale» che accomuna gli esseri umani, cioè che ci permette di riconoscere noi quali esseri umani tra altri esseri umani. In linea con questa prospettiva, quella che chiamiamo «oggettività» assumerebbe un’interpretazione diversa, rivelerebbe che essa può offrirsi ed essere colta: ogni sé, nell’intento di delineare la propria identità nel mondo sociale e per prendervi parte, inconsapevole di esserne già comunque partecipe per il solo fatto di esserci, alza muri, genera limiti, fonda morali, ma il suo affannoso operato lo fa solo sentire scisso, isolato e, dunque, nuovamente bisognoso di ricongiungersi continuamente con il mondo. Il circolo innescato è vizioso. Invece, dovrebbe arrendersi, semplicemente fermarsi e accogliere quel mondo intessuto di differenze, come quella di genere, che permettono di riconoscerci uguali proprio perché tutti differenti e l’uno dipendente dall’esistere dell’altro. Questi e altri errori ci portano a soffrire del senso di solitudine. La solitudine genera paura. Incapaci di gestire la paura, cerchiamo di placarla attraverso il ricorso alla violenza, all’odio nei confronti dell’altro. Un altro circolo vizioso che dovrà essere disinnescato.

Michele Poli
vive a Ferrara,
laureato in lettere, counselor,
presidente del Centro ascolto per uomini maltrattanti,
fa formazione nelle scuole e lavora in carcere