logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Giustizia

di Locci Adolfo, Khadija Dal Monte Patrizia, Siviero Elide

Nella Torà

«La parola ebraica tzedakà, deriva da tzedek – giustizia, per cui, questo atto è solo la cosa giusta da fare». Con queste parole ho concluso l’articolo del numero precedente nel quale ho cercato di illustrare il significato di un’azione sociale che impegna tutti indistintamente, autorità e semplici cittadini stabili o di passaggio.

La giustizia di cui parliamo adesso, è quel principio che in ebraico si esprime con la parola mishpat.

Se la tzedakà è un’istituzione che si propone di riparare una cattiva condizione sociale, magari solo ereditata e per la quale non si ha responsabilità dirette, il mishpat è strumento necessario per prevenire che si verifichino situazioni di disagio e indigenza provocati volontariamente dagli esseri umani.

Nella Torà sono enunciate una serie di norme chiamate mishpatim; questi principi hanno lo scopo di regolare i rapporti tra individui, l’osservanza dei quali garantisce uguaglianza, diritti e pari dignità a tutti. Il garante è lo shofet, il giudice, che ha la responsabilità di essere arbitro tra le parti in causa con onestà e imparzialità: «Non deviare il diritto dell’indigente quando è in processo. Allontanati dalla menzogna, non condannare a morte l’innocente e il giusto, poiché Io non assolverò il malvagio. Non accettare doni corruttivi, poiché la corruzione acceca coloro che vedono chiaramente e falsano le parole dei giusti. Non angustiare lo straniero, voi conoscete bene l’animo dello straniero poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto» (Esodo 23,6-9).

Nel Deuteronomio Mosè riprende questi precetti e li ripete alla nuova generazione che sta per costituire una nuova società nella terra della promessa: «Porrai dei giudici e dei funzionari di giustizia in tutte le tue città… per ogni tua tribù e giudicheranno il popolo con giustizia. Non deviare il giudizio, non avere riguardi e non accettare doni corruttivi, poiché la corruzione acceca coloro che vedono chiaramente, e falsa le parole dei giusti. La giustizia, la vera giustizia seguirai…» (Deuteronomio 16,1820).

La tensione verso la giustizia, l’educazione all’adempimento dei propri doveri e, di conseguenza, il vedere riconosciuti i propri diritti, sono concetti che sono stati sviluppati anche nelle formule delle preghiere. Nella preghiera quotidiana dello “Shemonè Esrè” (diciotto benedizioni), una benedizione è dedicata alla giustizia: Fai tornare i nostri giudici come erano in antico e i nostri ministri come in origine. Allontana da noi l’afflizione e la tristezza e regna su di noi Tu solo, Signore, con clemenza e misericordia, sii pietoso verso di noi nel giudicarci. Benedetto sii Tu o Signore, Re che ami opere di giustizia e diritto.

Questa formula si riferisce al ristabilimento della giustizia completa, requisito fondamentale per il ritorno della presenza divina e per la nostra redenzione: Quando il diritto non dispone più di un sostegno in terra, Dio si allontana, al contrario quando la giustizia è validamente sostenuta, la fiducia in Dio si consolida (Talmud Babilonese, Sanhedrin 7 a).

La vittoria sull’ingiustizia e la violenza, sulla tirannide e l’intolleranza, possono allontanare da noi “il dolore e l’affanno”: se vedi una generazione tormentata dalle sofferenze, va e considera con cura i giudici, infatti è loro la responsabilità di tutte le minacce che si abbattono sull’universo (Talmud babilonese, Shabbat 139 a).

Quando la giustizia sarà amata e resa nello spirito degli insegnamenti divini, gli uomini vivranno senza angosce e con fiducia verso i loro giudici e le loro autorità.

Adolfo Locci, rabbino capo comunità ebraica di Padova


Nel Corano

La giustizia nella rivelazione coranica appare prima di tutto riferita a Dio, fa parte del Suo ineffabile Essere, Egli è Al-’Adil, Il Giusto…

«Invero Allah non commette ingiustizie, nemmeno del peso di un solo atomo. Se si tratta di una buona azione, Egli la valuterà il doppio e darà ricompensa enorme da parte Sua» (IV,40).

La giustizia di Dio è collegata alla Sua misericordia, essa talvolta predomina per riequilibrare l’ingiustizia degli uomini, poiché Dio non vuole la corruzione della terra, come ad esempio nel diluvio universale: «Se li facessimo oggetto della misericordia e allontanassimo la miseria che li affligge, certamente persevererebbero alla cieca nella loro ribellione» (XXIII,75).

«Disse [Noè]: “Signore, aiutami, mi trattano da impostore”. Rispose [Allah]: “Ben presto se ne pentiranno, è certo!”. (XXXIX,41).

Però è sempre la Sua misericordia a prevalere verso il mondo, «con il Mio castigo punisco chi voglio: ma la Mia misericordia abbraccia ogni cosa» (VII,156), l’instaurarsi definitivo della giustizia è rimandato al Giorno del Giudizio, anche l’essere giusto appare più riferito alla condizione finale o a una grazia di Dio ai suoi “ravvicinati” che a quella terrena: «In verità i giusti saranno nella Delizia, e i peccatori nella Fornace in cui precipiteranno nel Giorno del Giudizio, senza potervi sfuggire» (LXXXII,13-14).

«Se una grazia del tuo Signore non lo avesse toccato, sarebbe stato gettato sulla riva deserta, reietto. Poi il suo Signore lo scelse e ne fece uno dei giusti» (LXVIII,49-50).

All’essere umano è chiesta una giusta misura, l’equità potremmo dire; in molti versetti la giustizia umana viene declinata in situazioni puntuali, specifiche, “storiche”. Secondo le possibilità individuali e sociali l’uomo deve agire con giustizia, verso se stesso, verso gli altri e con ciò che possiede: «… ai ragazzi oppressi e agli orfani dei quali dovete aver cura con giustizia», «…e riempite la misura e date il peso con giustizia. Non imponiamo a nessuno oltre le sue possibilità». Giustizia è anche rifuggire dalle semplificazioni e dalle tentazioni razziste: «O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione» (V,8).

L’essere umano è fragile, frettoloso dice il Corano, per questo ha bisogno di strumenti: la bilancia, perché la giustizia si nutre anche di misure e la Scrittura che contiene le rivelazioni divine che fanno da guida: «Invero inviammo i Nostri messaggeri con prove inequivocabili, e facemmo scendere con loro la Scrittura e la Bilancia, affinché gli uomini osservassero l’equità» (LVII,25).

La responsabilità della giustizia nel mondo incombe su ogni essere umano, essa è fatta di misericordia, ma anche di lotta contro l’ingiustizia; l’indulgenza e la pazienza sono le migliori disposizioni per non cadere negli eccessi e quindi andare al di là dei propri diritti: «Tutto ciò che vi è stato concesso non è che godimento effimero di questa vita, mentre quel che è presso Allah è migliore e duraturo; [lo avranno] coloro che credono e confidano nel loro Signore… coloro che si difendono quando sono vittime dell’ingiustizia. La sanzione di un torto è un male corrispondente, ma chi perdona e si riconcilia, avrà in Allah il suo compenso. In verità Egli non ama gli ingiusti. Chi si difende per aver subito un torto non incorre in nessuna sanzione. Quanto invece a chi è paziente e indulgente, questa è davvero la miglior disposizione». (XLII,36-43)

Patrizia Khadija Dal Monte, teologa membro del consiglio direttivo UCOII


Nel Nuovo Testamento

Il termine “giustizia” fa pensare a un ordinamento giuridico fatto di leggi. Nel Primo Testamento questo vocabolo ha più una connotazione morale che giuridica: un giusto giudice evoca un giusto comportamento e una giusta legge divina. La giustizia umana consisteva nell’osservanza integrale di tutte quelle norme donate da Dio all’umanità. L’uomo fa continuamente esperienza del proprio limite, si vede cioè incapace di vivere nella giustizia, come dicono i salmi: «Nessun vivente davanti a te è giusto…»: ne viene che questo termine non possa mai essere disgiunto dalla misericordia. È solo perché Dio è misericordioso che l’uomo può entrare nella giustizia.

Vediamo allora che nella Scrittura la giustizia non equivale al legalismo, ma è unita sempre a una relazione di amore, a un contesto in cui le forze umane sono sostenute da quelle divine. L’uomo riconosce che solo Dio è giusto. Nasce così l’invocazione, l’anelito messianico che sale a Dio dall’umanità incapace di salvarsi da sola: «Stillate cieli dall’alto e le nubi facciano piovere il Giusto: si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia» (Is 45,8).

Per i cristiani la risposta a questa supplica è Gesù Cristo: è Lui il Giusto che dona la giustizia. Essa ha più il tono della confidenza in Dio che quello dell’osservanza dei comandamenti, come ci racconta la parabola del fariseo e del pubblicano, detta da Gesù proprio per coloro “che presumevano di esser giusti” per la loro osservanza delle leggi: «…Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini… Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18, 9-14).

Tutto questo però non esime il cristiano dall’impegno. Gesù è molto esigente: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). Egli osa proporre la Legge dalla sua angolatura e chiede di superare l’atteggiamento legalistico. Non basta l’osservanza di un precetto: bisogna entrare in una nuova relazione con Dio che sappia colorare di Lui tutti i nostri atteggiamenti. Il senso della nuova proposta di Gesù non è quello di annullare la Legge, ma «dare compimento» a essa (Mt 5,17), cioè entrare dentro il suo significato più profondo: «Avete inteso che fu detto agli antichi… Ebbene io vi dico… » (Mt 5, 21ss). Qui Gesù rafforza il significato della Legge antica. Molto di più di un confine rassicurante fatto di precetti, la vita cristiana è l’ingresso in una dimensione nuova in cui la Giustizia di Dio non è più qualcosa da osservare, ma Qualcuno da seguire: Gesù è al nostra Giustizia perché è Lui che ci giustifica.

Nel linguaggio cristiano non si può parlare di Giustizia senza parlare di giustificazione: «Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (Rom 5,1ss). Solo Lui può strapparci con il Battesimo dal regno del peccato che si oppone alla Giustizia, per farci entrare nella nostra terra promessa che è la vita e l’amore di Dio («…voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù», Rom 6,11ss). Gesù ci rivela che la Giustizia di Dio ha il suo fondamento nella Legge dell’amore. Ecco perché l’unico comandamento che Gesù, nostra Giustizia, ci ha donato è: «Amatevi gli uni e gli altri…» (Gv 13,34).

Elide Siviero, Servizio diocesano per il catecumenato, diocesi di Padova