MELQUÍADES
Música brasileira: capitolo 1
In queste pagine cerco di abbracciare la vastità del mondo musicale brasiliano. Ho deciso di non seguire una linea temporale, ma di saltare a piacimento tra il classico e il profano, l’erudito e il popolare. In fondo, la musica è il linguaggio più antico, al di là del tempo e dei generi, dei gusti e delle mode, è il vero linguaggio degli uomini.
Spero davvero di riuscire trasmettere tutta il fascino di questo Paese e di questa gente che da tanti anni mi abbraccia con la bellezza e l’amore della sua arte.

All’inizio degli anni sessanta la musica brasileira era già in piena crisi. Al guardarsi intorno si scopriva al centro delle attenzioni mondiali con i più grandi compositori e interpreti assetati di novità e di esotismo. Tutto era già stato inventato, suonato e ampiamente divulgato. Il mondo intero cantava le sue canzoni, il cinema e l’immaginario collettivo facevano il resto. La musica brasileira rimase attonita a riflettere. Due strade: o andare verso l’ignoto, stimolata dalla sua stessa travolgente creatività; o tornare indietro, alle origini, al “morro”, la favela onde nasceu, là dove era nata.
Le armonie, le melodie, gli arrangiamenti, erano ormai così sofisticati da spaventare per la loro complessità perfino i musicisti più quotati. Gli esperimenti erano già stati compiuti con il più grande successo che un musicista possa immaginare: la riconoscenza dei suoi colleghi. Che fare? La domanda se la ponevano in tanti. La risposta venne data con questa canzone che fin dal titolo la dice lunga sulla crisi esistenziale: Influência do Jazz, Influenza del Jazz. Una grande orchestra jazzistica, un arrangiamento da fare invidia a Duke Ellington, un voce tirata al massimo e soprattutto il testo, le parole: pobre samba meu, volta lá pro morro e pede soccoro onde nasceu, povero samba mio, torna lassù sulla montagna (o morro, la favela costruita sulle pendici dei monti) e chiedi aiuto lá dove sei nato.
E il samba non si fece chiamare. Cominciò una nuova e ricchissima stagione musicale che dura fino ad oggi. La crisi di quegli anni, provocata dalla sua stessa gloria, dalla sua stessa opulenza musicale, nasce qualche tempo prima, quando un gruppo di musicisti della zona sud, della zona bene di Rio de Janeiro, decide di appropriarsi del samba e di trasformarlo in “musica da appartamento” per cantare all’innamorata, di strapparlo al morro e di “civilizzarlo” con le armonie prese in prestito da Debussy e Ravel, dal jazz di Bill Evans e Chet Baker. Ma non per darlo in pasto all’industria discografica, no; semplicemente per poterlo adattare alla realtà di un borghesia che aveva abbracciato il progetto di un paese in piena crescita economica e che, mosso da entusiasmo e una buona dose di incoscienza, decise di incarnare il suo mito fondatore nell’edificazione di una nuova capitale nelle steppe degli altopiani centrali: Brasilia. Il paese in fermento, la borghesia che per la prima volta si vede partecipe dei destini nazionali e conscia della sua forza e della possibilità di ascensione economica, si appropria della cultura popolare e la filtra attraverso quella erudita. Naturalmente non mi riferisco certo ai musicisti, ma al gusto di un’epoca, che sarà ricordata come os anos dourados, gli anni dorati. I musicisti sono tra i migliori che il mondo abbia mai conosciuto e quello che hanno realizzato fa parte del repertorio internazionale. Era il 1959, tutto comincò con João Gilberto e la sua chitarra.
E niente fu più come prima. L’arrangiamento sofisticatissimo su una melodia impossibile… la canzone che comincia in una tonalità minore e che a metà si trasforma in maggiore… E come se non bastasse, nello stesso disco c’era pure un altro brano in cui l’armonia, il ritmo e la melodia difficilissima spaventarono i produttori. Si intitola Desafinado, stonato; cantata con un filo di voce, in controtempo, formando una specie di incontro mancato tra le componenti della composizione… Così nasceva la Bossa Nova, il movimento musicale più rivoluzionario insieme al Be-bop di Charlie Parker.
La Bossa Nova fu una ventata di rinnovamento per la struttura musicale, per il modo come comporre e pensare la canzone popolare. La sofisticazione armonica prendeva il posto della sciatteria e del malcostume, della cialtroneria canzonettistica.

Dice la leggenda che mentre era seduto al solito tavolo di bar, sigarette e birra, arriva il cameriere: Maestro, maestro, venga, la chiamano al telefono dall’America. Tom Jobim alza la cornetta e non ha dubbi, era The Voice in persona: Frank Sinatra. Sì, il grande Frank Sinatra vuole fare un disco con le sue canzoni. È lui, Tom Jobim la figura chiave della seconda metà del secolo XX. Di formazione erudita, sceglie il samba come suo universo. Maestro, compositore, pianista, cantante,
arrangiatore, musicista completo, è sua la canzone più famosa del mondo Garota de Ipanema, La ragazza di Ipanema, scritta al tavolino del solito bar nel quartiere di Ipanema a due passi dalle spiagge di Rio, davanti alla sensuale bellezza delle ragazze che gli passavano davanti. Decine di melodie e di canzoni da lui scritte sono entrate a far parte del repertorio mondiale e sono diventate un po’ il simbolo della musica brasileira e del suo popolo: tristeza não tem fim felicidade sim… la tristezza non ha fine, la felicità sì.
Nel suo ultimo stupendo disco, un vero testamento spirituale, lanciato poco prima della sua morte all’inizio degli anni 90, una canzone dice “o morro veio me chiamar… mandei subir o piano na mangueira… a minha musica não è de levantar poeira mas pode entrar no barracão.” La favela è venuta a chiamarmi, ho fatto portare lassù il mio pianoforte, la mia musica non alza la polvere (nel senso che non è ballabile) ma può entrare nel barracão (il luogo dove si fanno le prove generali della sfilata del carnevale).
La Mangueira è una delle scuole di samba più importanti di Rio. E quell’anno fece la sfilata del carnevale in suo omaggio, con tanto di citazioni di tutte le sue canzoni
Tom Jobim portato in trionfo dal popolo della Mangueria durante la sfilata del 1992, il samba del Morro e la bossa nova che si incontrano nella passerella del carnevale: “Se todos fossem iguais a você, que maravilha seria viver” Se tutti fossero uguali a te che meraviglia sarebbe vivere.
Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim, o semplicemente, Tom. Tom, brasileiro perfino nel nome, se todos fossem iguais a você…
Viva Tom Jobim, viva o Brasil!
Cliccando sui link si accede a Youtube per ascoltare le canzoni citate.
Immagine del titolo in public domain da commons wikimedia
Paolo D'Aprile
Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.
