MELQUÍADES
Música brasileira: capitolo 8
L’afflusso continuo di uomini dall’Africa sulle coste di Bahia e Pernambuco per mezzo del commercio di schiavi, permette la nascita di una società in cui, alla fine, i servi riescono a prevalere sui padroni. La vita nelle Fazendas, la promiscuità degli usi e costumi nella famiglia dei coloni, favorì la nascita di una nuova tradizione. Sì, perché le tradizioni non solo si rispettano, a volte nascono. E possono nascere malgrado le intenzioni che danno loro vita.

Mentre le pingui signore, magari arrivate dal Portogallo, ammuffivano nel clima tropicale e si ammalavano di ogni malattia, assumendo il caratteristico aspetto giallognolo di chi ha la morte nel corpo, le mansioni casalinghe erano in mano alle mucamas, le schiave domestiche. Loro territorio esclusivo era la cucina in cui inventarono le delizie che ancora oggi abbondano nella nostra gastronomia. Loro territorio esclusivo era la veranda dove passavano il tempo a spidocchiare i padroni, a grattargli la schiena, a massaggiargli i piedi. Loro territorio esclusivo era la camera dei bambini ai quali dedicavano le cure materne per tutta la vita, occupandosi della loro educazione, raccontandogli le antiche storie africane degli spiriti della foresta, facendoli dormire con le ninne nanne ancestrali, e una volta cresciuti, iniziandoli – umiliate – ai piaceri della carne… a lágrima branca sobre a pele escura, la lacrima bianca sulla pelle scura.
La Senzala invece era la parte della casa in cui vivevano gli schiavi addetti al lavoro nei campi. Una specie di stalla in cui, ammassati come bestie, condividevano i loro dolori fino alla morte che sopraggiungeva in pochissimo tempo. E quando morivano venivano lanciati al fiume. Non si perdeva neanche il tempo di scavargli una semplice fossa, ci avrebbero pensato i pesci e i coccodrilli. Chi fuggiva, veniva braccato fino all’ultimo dal Capitão do Mato, (Capitano della boscaglia) un mulatto liberto specializzato nella caccia all’uomo e che per questo infame lavoro riceveva una forte ricompensa. Molti però riuscivano davvero a scappare, si inoltravano nelle foreste o in zone di difficile accesso, si riunivano in comunità isolate e autosufficienti chiamate Quilombos. Alcuni di queste comunità raggiunsero un tale grado di autonomia da durare fino ad oggi. Il più importante di essi è il Quilombo dos Palmares. Nel 1602, quaranta schiavi fuggiti da una fazenda di canna da zucchero, danno vita a una comunità libera nella Serra da Barriga, le montagne dell’interno dello stato di Alagoas. In poco tempo la sua influenza e il suo prestigio si espande per tutto il nord est. Chi riusciva a fuggire era là che si dirigeva. Schiavi di tutti i gruppi etnici, indios, ma anche bianchi fuorilegge, migliaia di persone. Non si sa che lingua si parlasse nel Quilombo, probabilmente un nuovo dialetto, una lingua franca. Per quasi un secolo il primo territorio libero delle Americhe riuscì mantenne la sua autonomia. Il Ganga Zumba, suo leader indiscusso per vent’anni, arrivò perfino a recarsi a Recife per firmare un trattato di pace con il governatore che impose però alcune condizioni: sarebbero liberi i neri nati a Palmares, mentre tutti gli altri avrebbero dovuto essere consegnati ai loro rispettivi proprietari. Il Ganga Zumba, rifiutò l’accordo. Per venticinque volte in quasi un secolo il Quilombo dos Palmares venne attaccato furiosamente e per venticinque volte riuscì a resistere. Ma nel 1694, le truppe del governo, grazie a traditori prezzolati, invasero e distrussero la roccaforte. Il suo leggendario capo, Zumbí (nipote di Ganga Zumba) preferì suicidarsi a cadere in mano al nemico. Il suo cadavere venne decapitato e la sua testa esposta sull’altar maggiore della cattedrale di Recife fino al suo completo decomporsi: un monito, soprattutto per gli schiavi che lo consideravano immortale.
Ma ormai il seme era stato lanciato. E il suo frutto più importante è quella nuova tradizione nata involontariamente dall’incontro-scontro. Dal desiderio di libertà e la molle vita della Casa dei signori, dalla sofferenza della Senzala e il ricordo di una grandezza utopica che mai sarà.
O samba é a tristeza que balança, il samba è la tristezza che dondola. O samba é pai do prazer, o samba é filho da dor, il samba è padre del piacere e figlio del dolore. Definire il samba è impossibile, dicono anche che sia o grande poder transformador, il grande potere trasformatore. Senz’altro la sua origine è lontanissima dal luogo in cui ha preso forma e in cui si è trasformato in quello che è diventato. Forse il samba è nato da un suono ancestrale, lento, ondulato, prodotto da uno strumento chiamato Berimbau, un arco di bambù, le cui estremità sono unite da una corda di ferro percossa da un bastoncino e modulata attraverso il tocco di una piccola pietra, con una cabaça (una specie di radice tuberosa) a fargli da cassa di risonanza.
Dicono anche che gli dei africani continuarono a vivere nella nuova tradizione religiosa creata nella Senzala: il Candomblé. Gli Orixás, espressione viva delle forze naturali e di ogni sentimento umano, parlano agli uomini per mezzo della musica e della danza. L’antico dio africano, si manifesta nel corpo dei sacerdoti e delle sacerdotesse che ne esprimono la volontà attraverso il movimento, ognuno di essi si fa presente al rito solamente quando viene evocato dal suo rispettivo ritmo. L’esempio che segue è una stupenda lezione sulle diverse pulsazioni ritmiche usate nelle cerimonie del Candomblé.
È in questa forma religiosa che la tradizione si reinventa e allo stesso tempo si preserva. I nuovi santi cristiani si fondono con gli antichi dei africani, i dolori della Senzala con le mollezze della casa grande. L’infinto intreccio ritmico è il punto iniziale della cultura brasiliana e di tutta la sua musica che a partire da qui nascerà e si manifesterà in tutte le sue forme (samba, forrò, maracatù, baião, chorinho ecc) E non c’è musica senza danza. Il corpo è parte integrante di ogni espressione musicale.
E se la musica è parte integrante dell’esperienza religiosa, così lo è anche il corpo: la teologia africana e quella europea si incontrano sugli altari della città di São Salvador de Bahia de Todos os Santos, ogni domenica, soprattutto nella chiesa di Nostra Signora del Rosario degli Uomini Neri.
La celebrazione diventa quindi il momento più importante in ogni comunità. E non solamente la celebrazione religiosa: una semplice incontro tra amici, si può trasformare in roda, in samba de roda. Un circolo in cui lo spazio interno è occupato a turno da chiunque voglia abbandonarsi al ritmo e alla danza. Uno spazio in cui regnano le donne, il Terreiro è luogo in cui si svolgono le danze religiose e profane, il luogo di incontro il cui centro viene benedetto dalla presenza della comunità che in esso si ritrova e finalmente si può riconoscere libera dal giogo dell’oppressione.
La musica fa parte quindi di ogni espressione sociale e artistica. E quando diventa patrimonio compositivo degli autori che a essa si dedicano esclusivamente, nascono i capolavori che danno della musica brasileira quella sua caratteristica unica al mondo. Il padre del piacere e figlio del dolore, desde que o samba é o samba, é assim; da quando il samba è il samba, è così; la musica nata dal ritmo lentissimo di un lamento si trasforma in armonia sostenuta dal pulsare di un unico cuore.

Colui che più di ogni altro è riuscito a coniugare tutti gli elementi della tradizione africana, della canzone popolare, del samba, di tutta la musica antica e futura, è Dorival Caymmi. Dalla voce da baritono lirico, compositore e intellettuale legato ai grandi del suo tempo, insieme a Jorge Amado dà voce e corpo non solo al samba ma a tutto il mondo di Salvador de Bahia de Todos os Santos, città in cui il mare, il vento e la musica, il lavoro, la fame, amore e morte, fanno un tutt’uno. Caymmi la canta ela esalta in ogni strofa. Non ha bisogno di molto, basta una chitarra e la sua splendida voce.
…e todo caminho deu no mar, e tutte le strade mi hanno portato al mare. E quando la chitarra viene usata come un berimbau, perfino morire diventa dolce: è doce morre no mar, è dolce morire nel mare, nelle onde verdi del mare un capolavoro assoluto di semplicità e sofisticazione musicale: la vita dei pescatori cantata dalla voce più bella, dalle parole più tristi. Le sue composizioni sono un paradigma di come musicalmente “non si deve comporre”: musica semplice al limite del puerile, i testi praticamente ripresi da cantilene tradizionali… in un vero capolavoro di sintesi e concisione, quasi un minimalismo ante litteram in cui i vari elementi musicali non hanno bisogno di nient’altro che di se stessi.
Oggi le sue canzoni fanno parte del patrimonio culturale brasiliano. Dorival Caymmi, il cantore di Salvador, delle sue chiese, dei suoi misteri, diventa simbolo della gioia di vivere di una intera nazione che però continua a soffrire di nostalgia, de saudade da Bahia , la Bahia che sta nel cuore di chiunque ci sia stato.
L’eredità musicale e umana di Dorival Caymmi è incalcolabile. Riverito come una specie di santone, una figura di riferimento per tutti, ha vissuto gli ultimi anni nel suo appartamento di Rio circondato dalla famiglia e da amici intimi del calibro di João Gilberto, Tom Jobim e Chico Buarque. I suoi figli hanno seguito le orme paterne trasformandosi in musicisti superbi e di grande sensibilità artistica, lontanissimi, ma allo stesso tempo fatti della stessa sostanza del padre (mi si perdoni la citazione religiosa, ma in questo caso, trattandosi di musica e religione, ci va anche bene) e di cui avremo modo di esaminarne le opere nei prossimi capitoli.
Salvador ha visto la sua musica trasformarsi e adattarsi alle esigenze di un mercato discografico impietoso. I suoi nomi di grande successo popolare contribuiscono, da un lato, a divulgare la città nel mondo, dall’altro, a far scendere a grandi passi la musica brasiliana ai più bassi livelli che mente umana possa concepire. Ma anche di questo ne parleremo.
Negli anni ottanta, un movimento di risveglio popolare e culturale comincia a scavare a fondo per ridare alla cultura Baiana nuove basi che non fossero la facile iconografia, né la nostalgia di un tempo ormai passato. La negritudine diventa una bandiera da innalzare con orgoglio. Nel quartiere negro Liberdade viene fondato il gruppo afro Ilê Aiyê con la finalità fondamentale di creare nel seno della comunità il senso di appartenenza, di essere afro-brasiliani, antichissima e nuova umanità ad affacciarsi nella storia del mondo. La proposta era non solo musicale, ma anche sociale, coinvolgere la gente nelle attività ludico-musicali e professionali che essa stessa poteva e sapeva creare. Oggi, nonostante il successo mondiale, Ilê Aiyê continua fedele ai suoi principi, divulgando la sua musica e il suo modo di essere.
Una storia simile è quella del gruppo Olodum. La carriera internazionale consacrata dalla partecipazione ai concerti e ai dischi dei grandi nomi della musica mondiale (Paul Simon, Sting, Michael Jackson…) non toglie a questi gruppi la loro caratteristica popolare e il loro attaccamento alle radici.
Oggi, il principale nome della musica di Salvador è una delle più grandi voci attuali, Mariene de Castro. Conosciuta prima all’estero che in patria, al suo ritorno dalla trionfale tourné europea, viene finalmente consacrata anche nel suo paese. Con voce grave e potente, recupera le antiche canzoni, ne canta di nuove, mantiene lo stile ereditato dai maestri. In questa, ad esempio, riprende alcune stupende dichiarazioni di amore del maestro Dorival Caymmi a Salvador; per i profani: la parte finale è l’elenco degli ingredienti per fare il vatapá , uno dei piatti principali della cucina afro brasiliana. In quest’altra invece viene stilato una specie di manuale di come comportarsi in una roda de samba.
E siccome Mariene de Castro è bellissima e bravissima la vogliamo vedere e ascoltare ancora: sulle spiaggie di Salvador, circondata dalle sarcedotesse e dalla sua gente, durate la festa di Yemajá, la Regina delle Acque…
Dai lamenti della Senzala ai teatri del mondo intero, la musica nata dal Candomblé, dai riti religiosi, dalle strade di Salvador, dalle feste, dalla semplicità di Dorival Caymmi è la consacrazione, la prova definitiva a favore dell’unione dei popoli e delle genti di cui il Brasile può andarne orgoglioso.
E come si dice a Salvador: Salve a Bahia, Senhor!
Paolo D'Aprile
Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.
