MELQUÍADES

Articolo di Paolo D'Aprile

Música brasileira: capitolo 17

Eppure lui ci è riuscito. Non ha l’inventiva musicale dei suoi maestri, né la capacità strumentale di un musicista medio. La sua non è quella che normalmente si considera una “bella voce”. I suoi dischi non vendono a milioni. Non fa musica popolare di facile accesso, anzi, tutt’altro: con gli anni le sue composizioni sono diventate sempre più ostiche e difficilissime da canticchiare come invece lo erano quelle di tanti anni fa. Eppure ci è riuscito. Esiste un vecchio filmato in cui, sul palco, lui, giovanotto alle prime armi, ancora studente di architettura incentivato dagli amici a partecipare ad uno dei tanti festival di quell’epoca, vincitore suo malgrado, viene presentato ai grandi riuniti sul palco: Pixinguinha, Dorival Caymmi, Donga, Cartola, Jacó do Badolim e tutta la crema del samba che fece la storia della musica brasiliana che, serissimi, sembrano rendersi conto dell’evento epocale, la nascita di una nuova generazione “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Il nostro, timidissimo, quasi chiedendo scusa, stende la mano. Pixinguinha lo abbraccia con una generosa pacca sulla spalla, Donga vuole cantare con lui il suo samba, la prima registrazione discografica del 1917. Mi piace pensare a questo momento come un simbolico ma vero passaggio di consegne, un po’ come la frase di Giuseppe Verdi a Carlos Gomes: questo giovanotto comincia da dove finisco io. E così fu. Anzi no. Fu molto di più, ma molto di più davvero.

Chico Buarque | foto di Marcelo Freixo, CC BY 2.0

Francisco Buarque de Hollanda, detto Chico Buarque o più semplicemente Chico! Figlio di una illustre famiglia di intellettuali (il padre, Sérgio Buarque, è uno dei più grandi studiosi brasiliani, autore di libri fondamentali di storia e antropologia) fin da piccolo entra in contatto con il mondo della cultura erudita. La sua casa, frequentata da artisti e poeti, possiede una immensa biblioteca. Gli piace suonare la chitarra, così, senza passione. Gli piace comporre, così, per passatempo. Sono gli amici che si accorgono del suo talento e lo incentivano. Vince il primo festival a cui si presenta. E da subito diventa un pezzo di storia contemporanea del suo paese e della sua gente. Tutti ci ricordiamo “La banda” portata al successo da Mina. Ebbene, è sua, è la prima canzone del primo disco. A partire da quel pezzo – una allegoria della fugace felicità – le canzoni si fanno via via più dure, scavano a fondo nell’incosciente collettivo, in quel desiderio di libertà soffocato a forza dal regime militare. 

E il regime lo caccia via, in esilio. È troppo pericoloso. Le sue canzoni piene di allusioni alla repressione sono sulla bocca di tutti. E quando non parla di questo argomento, parla della vita miserabile dei più umili, di quelli che non hanno voce e che probabilmente non ascolteranno né canteranno mai le sue canzoni. Tra le tante, scelgo “Construção”, Costruzione.

È la storia di un muratore. La sua vita grama e la sua morte: una delle tanti morti sul lavoro, quasi un suicido: ubriaco sulle impalcature, finisce sull’asfalto “atrapalhando o tráfego ” intralciando il traffico. La musica drammatica, l’arrangiamento quasi da colonna sonora cinematografica, esaltano la maestria compositiva: ogni strofa finisce con una parola con l’accento sulla prima vocale: Tráfego, sábado, público… e ad ogni ripetizione di frase, l’ultima parola viene sostituita da un’altra usata in una strofa precedente o successiva.
Morreu una contramão atrapalhando o tráfego.
Morreu na contramão atrapalhando o sábado.
Morreu na contramão atrapalhando o público.

È morto in contromano intralciando il traffico, intralciando il sabato, intralciando il pubblico. E questa è solo una strofa! La canzone finisce poi con una frase ripetuta come un mantra, un modo di dire che la gente del popolo, la gente semplice, gente come il muratore morto, dice con grande frequenza:
Deus lhe pague. Che Dio te ne renda merito, che Dio ti benedica. Basta fare una gentilezza qualunque, aprire la porta a una signora, raccogliere un oggetto caduto, dare una semplice informazione: Deus lhe pague. La canzone invece ringrazia  “la terra dura per dormirci sopra”… “il certificato per nascere e la concessione per sorridere”… “per lasciarmi respirare, per lasciarmi esistere”… “per la pinga scadente che ci date, per lo smog che dobbiamo tossire, per le impalcature da dove dobbiamo cadere”… “per le mosche che ci mangiano vivi, per la morte che finalmente ci redimerà” Deus lhe pague, Dio te ne renda merito, Dio ti benedica. Gridato in quel modo… non è ironia, è una minaccia. 

Così come non fu per niente ironico uno dei samba più popolari, cantato in ogni manifestazione di piazza repressa nel sangue Apesar de você. Nonostante Te. Una lunga invettiva contro il regime: nonostante Te, domani sarà un altro giorno e pagherai in doppio, e con gli interessi, ogni lacrima versata di questo mio soffrire.


Tornato dall’esilio, Chico Buarque raccoglie il desiderio democratico, i sogni delle donne, la solitudine di un paese che conferma ogni giorno la frase di un famoso libro che non c’è bisogno di tradurre: em uma terra radiosa vive um povo triste , ma che apesar de você, nonostante te

È questo uno dei samba-enredo più belli della storia. Dice che questa notte ogni strada del città vecchia tremerà di emozione, perché attraverso il nostro sambare si ricorderà che proprio qui passarono i nostri antenati, che proprio qui i loro piedi sanguinarono, e che con il loro sangue queste strade sono state lastricate. Chico Buarque parla de “i tuoi figli che vagano perduti per i continenti” (gli esiliati), racconta che “in un tempo infelice dormiva la nostra Patria, madre distratta” (nell’inno nazionale, la stessa patria viene chiamata Madre Gentile) e alla fine invoca lo stesso Dio perché venga a rendersi conto di persona “Meu Deus, viene a vedere da vicino una città a cantare il girotondo della libertà che si chiama carnevale” nonostante Te, Apesar de você, apesar del tuo ordine CALE-SE, “passeremo mascherati da schiavi e da napoleoni negri…”. 

Contemporaneamente al suo impegno politico, immergendosi nel ruolo di autore-poeta, scruta nell’anima femminile e scrive canzoni che vanno al di là del solito tema d’amore. Scrive come se fosse una donna, una specie di io-femminile che tutti ci portamo dentro ma siamo incapaci di esprimerlo, o meglio, di ascoltarlo. La donna che per amore perdona il suo uomo per tutto, per averla picchiata, per averla abbandonata, per tutte le sue malefatte, per le mille domande, e alla fine “ti perdono perché mi chiedi perdono, ti perdono por ti trair… ti perdono per AVERTI tradito!”

I testi, uniti a una musica semplice e languida, dicono quello che tutti vorrebbero dire ma non ne sono capaci. E tutto questo nei primi due o tre dischi. 

Un altro splendido ritratto femminile: la donna abbandonata che si è rifatta una vita e vorrebbe tanto che il suo ex la vedesse adesso, “voglio guardarti negli occhi quando ti accorgerai che senza di te sto benissimo e sono felicissima…e quanto adesso sono amata, quanti uomini mi hanno amato più e meglio di quanto mi amavi tu”.

Chico Buarque, cantore dell’anima, della solitudine e dell’ingenuità della madre che aspetta suo figlio e il figlio arriva: “e mi fa un sacco di regali, mi porta pure una bellissima borsa e con tutto dentro, con pure i documenti di identità per potermi identificare”. Ancora oggi nella favelas molta gente è senza alcun documento, senza alcun registro anagrafico e aspetta il ritorno del figlio che mai più arriverà…
O meu gurí, il mio bambino. La mamma ne racconta le vicissitudini, e quando ne vede la fotografia sul giornale, dice: “me lo aveva detto che un giorno avrebbe fatto successo” senza rendersi conto che il suo bambino è stato ucciso dalla polizia, dai giustizieri, dai gruppi di sterminio, dalle milizie… Come spesso succede, le melodia più bella, le parole più tristi. 

La carriera musicale di Chico Buarque attraversa gli anni sessanta, i settanta, gli ottanta, i novanta… arriva al duemila, ai nostri giorni. Certo, oggi i dischi si diradano molto, così come i concerti. Ma intanto scrive libri stupendi, colonne sonore, spettacoli teatrali. Le melodie diventano rarefatte, molli, languide, ma le armonie sempre più complesse i cui versi raccontano i paesaggi della sua città in una lenta ninna nanna.

Sembra che il vecchio guerriero si sia ritirato in altri lidi. Viene perfino richiamato all’ordine da Criolo Doido, come abbiamo visto nel capitolo precedente, e lui ringrazia, sorride e ubbidisce, il vecchio sambista ritornaacenda o refletor, apure o tamburim aqui è o meu lugar, e eu vim” accendi i riflettori prepara i tamburi, questo è il mio posto e sono tornato.

Gli intenditori avranno certo notato l’apparente semplicità della melodia -invece complicatissima- sostenuta da accordi e modulazioni degne di… degne di…
Degne del “meu mestre soberano” il mio maestro supremo, Antonio Carlos Brasileiro Jobim, ossia Tom Jobim. In questa canzone testamento, Chico Buarque, in ritmo di
baião, rende omaggio alla musica brasiliana, ad ogni suo musicista che ha contribuito a renderla ciò che è. La canzone comincia con una dichiarazione genealogica di appartenenza al Brasile: mio padre era paulista, mio nonno pernambucano, mio bisononno mineiro (di Minas Gerais), mio trisnonno baiano, fino a nominare come maestro supremo, appunto, Tom Jobim. Continua poi con un elenco di tutti i musicisti descrivendone in una parola la funzione e le qualità, come se fossero prodotti medicinali: contro la tristezza usa Dorival Caymmi, contro la malattia Jackson do Pandeiro…; e così vengono nominati, a cominciare da Tom Jobim, passando per Pixinguinha, tutti gli altri, la maggioranza dei quali sono stati ricordati in queste umili pagine. Una canzone testamento, una dichiarazione d’amore alla musica, una speranza nei giovani: Evoé jovens à vista, Salve ai giovani in vista; e un omaggio anche a se stesso “estou na estrada há mutos anos, sou um artista brasileiro” Sono sulla strada da molti anni, sono un artista brasiliano. Un verso che pecca per l’eccessiva modestia. Avrebbe dovuto dire: “Sono il più importante compositore e poeta della storia della musica del mio Paese”… “sono andato oltre alla facile ironia e critica dei costumi di Noel Rosa, ho costruito melodie e armonie immerse nella tradizione popolare come neanche Tom Jobim o Dorival Caymmi sono riusciti a fare”…  “Sono il più grande artista brasiliano di tutti i tempi”. 

A noi non resta che ringraziarlo e con lui tutti quelli di cui abbiamo ascoltato le composizioni, le canzoni, le melodie. Ma la storia non si ferma. La capacità musicale brasiliana di rinnovarsi ha dell’incredibile. Basta farsi un giro per locali e i teatri, basta fermarsi ad una roda de samba, ad una roda de choro; è sufficiente ascoltare gli strumentisti, le nuove canzoni, i nuovi autori per capire che apesar de você, nonostante questo mondo di plastica in cui viviamo, apesar de questo universo mercantile costruito sulle prigionia dell’abbondanza, sulle trappole della felicità a buon mercato, sulla minaccia mortale dell’omologazione globale, apesar de você, possiamo dire anche noi come Chico Buarque: Evoé, jovens à vista.

VIVA O BRASIL

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Paolo D'Aprile

Paolo D'Aprile

Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.