MELQUÍADES

Articolo di Paolo D'Aprile

Música brasileira: capitolo 9

Quando in battaglia un generale uccideva più di cinquemila nemici, al ritorno a Roma gli si concedeva l’onore più alto, l’apoteosi del trionfo. Sfilava sotto l’arco indossando la porpora e la corona di alloro, le sue truppe vittoriose attorno, il popolo in festa. Nei secoli, il trionfo veniva concesso al conquistatore di città, regni e imperi. L’ultimo di cui si ha notizia fu la lugubre sfilata nazista nei Champs Elisée di Parigi. In tutte le Americhe il trionfo si trasformò nella cerimonia di entrata del viceré o del governatore della provincia. Pur conservando il suo carattere politico, il trionfo con il Te Deum di ringraziamento e la consegna simbolica delle chiavi della città, diventò una rappresentazione di qualcosa già implicito: il Potere.

Foto di Emanuel Tadeu

Ma il Re è sempre nudo. Si racconta di città addobbate a festa, con le chiome degli alberi decorate con nastri d’oro e fasce colorate e di uomini e donne “senza che fossero coperte le parti che la natura vuole nascondere, como os originais do Brasil” come gli indigeni brasiliani, a rappresentare la purezza delle genti locali. Non più sfilata militare quindi, ma festa di popolo, allegoria, pantomima. 

I testi antichi riferiscono che, una volta attraversata la linea dell’equatore, all’equipaggio delle caravelle veniva permessa una giornata di festa e pazzia chiamata O Mundo de Pernas pro Ar, il mondo a gambe all’aria, il mondo alla rovescia. Era il momento supremo del viaggio, in cui un semplice marinaio, mascherato, prendeva il posto del comandante, in una inversione di ruoli e valori che spesso però poteva costargli la vita. Infatti, nel caso lo avessero riconosciuto, gli ufficiali lo avrebbero buttato a mare. Un istante di festa, rischiosissimo, ma aspettato, celebrato e vissuto intensamente, la necessaria catarsi per un viaggio estenuante. 

É carnaval, é hora de sambar, peço licença ao sofrimento… è carnevale è ora di sambar, chiedo permesso alla sofferenza e poi torno al mio posto… 

Il samba: non un ritmo, ma un specie di sospensione del tempo, un momento unico in cui liberarsi da un mondo che incomprensibile non è, anzi, è un mondo di cui si conosce bene l’immanenza e la estrema potenza. La storia della musica brasiliana è colma di versi come quello che abbiamo appena ascoltato in cui, almeno per un attimo, si chiede una pausa dall’orrore quotidiano.

Il samba, invocazione alla libertà, è l’occasione principale in cui riconoscersi come individui di una comunità: abre as asas sobre mim, apri le tue ali su di me, o signora Libertà, dice un verso di una splendida canzone.

Affermare la propria identità: eu sou o samba, a voz do morro…, sou natural aqui do Rio de Janeiro, io sono il samba, la voce della favela… e sono nato a Rio de Janeiro. È una licenza poetica. Il samba nasce a Bahia e arriva nella capitale dove smetterà i panni rurali, e indosserà con orgoglio quelli di una nazione intera, sou eu que levo a alegria para milhões de corações brasileiros, sono io che porto l’allegria a milioni di cuori brasiliani come dice questa canzone antologica interpretata all’improvviso da Zé Keti .

La tematica non è più il sole e il mare, non più i pescatori, le tradizioni africane. A Rio la musica diviene parte di un pensiero sociale, di una prassi giornaliere, della vita pratica. Trovare un senso alla violenza dell’esistenza, sublimare la sofferenza attraverso l’effimero di una canzone, che è tutto meno…effimera.

Questa stupenda interpretazione a cappella di João Nogueira, è una dichiarazione di intenti: il mio canto è una missione, ha la forza di una orazione e io compio il mio dovere! Canto per annunciare il giorno, per illuminare la notte, canto per denunciare la frusta, canto contro la tirannia…. Il divertimento passa in secondo piano, il samba assume una importanza che trascende la musica stessa.

Arriva il momento che a esso si interessano anche i musicisti bianchi e se ne appropriano divulgandolo nelle sale da ballo e soprattutto attraverso le registrazioni. Spesso gli autori neri vendono i loro samba a cantanti bianchi per quattro soldi. Come sempre, dall’impasse si esce attraverso la reazione artistica. Ci pensa un giovane autore a far da ponte tra “o morro”, la favela abbarbicata alle pendici delle montagne e l’asfalto, la città; tra il sottoproletariato negro e la nuova borghesia bianca nata con l’avvento della repubblica e l’industrializzazione. Un ragazzo che pur morendo a soli 26 anni, lascia una immensa eredità artistica: Noel Rosa. La sua musica assorbe tutte le caratteristiche del samba a cui accresce una finissima ironia sugli usi e i costumi della piccola borghesia impiegatizia, alle prese con i rapidi cambiamenti socio economici e che tenta di barcamenarsi, tra la nostalgia dei privilegi perduti e la convivenza forzata con il nuovo mondo nero, l’enorme calderone culturale, di cui Rio de Janeiro è il simbolo nazionale.

Questa canzone è un emblema: un “giovin signore” che al bar dà gli ordini al cameriere, come se fosse il Re Sole a Versailles: chiudi la porta che c’è corrente, portami un buon caffè latte, informati e vieni subito a riferirmi il risultato delle partite.

Oppure quest’altra, un dilemma terribile: com que roupa eu vou, ao samba que você me convidou? Che vestito mi metto per venire con te al samba a cui mi hai invitato?

L’impatto col samba e il suo mondo e, viceversa, l’impatto del mondo col samba; invece di scontri e tensioni, produce riflessioni musicali in cui vince l’ironia, perfino da parte dei musicisti più radicalmente compromessi con la loro gente. Sono consci che indietro non si torna, sono consapevoli che nella nuova società, nel Brasile contemporaneo, le voci si equivalgono. Grazie a magistrali lavori di questi compositori il samba per diritto e per merito diviene definitivamente parte della cultura nazionale e mondiale.

Il samba, quindi, da ritmo usato nelle cerimonie religiose, evocazione spirituale, affermazione di identità, si è trasformato in canzone, in samba-canção. Un genere musicale in cui praticamente è possibile cantare di tutto, dalle geniali composizioni di Noel Rosa, alle infami canzonette da radiolina. Musicalmente, la ricchezza del samba è inestimabile. Si divide in mille rivoli, diventa semplice marcetta di carnevale da cantare in coro durante le feste, motivetti semplici e ingenui (ma non troppo) in cui i doppi e tripli sensi girano sempre intorno agli amores de carnaval, fugaci momento in cui ci si possono prendere alcune libertà altrimenti vietate. Oppure scherzosi riferimenti ai potenti di turno, come al solito degni di essere sbeffeggiati.

Queste allegre “marchinhas” (marcette) sono conosciute da generazioni e cantate da grandi e piccini dovunque ci sia una festa o una allegra riunione, gli anziani ricordano i bei tempi andati e i bambini si divertono come e con i loro nonni. Ed è molto difficile che la festa rimanga circoscritta in un luogo. La festa è il momento in cui realmente cadono le barriere e in cui si realizza ogni profezia. La festa è aperta a tutti, alla città e al mondo. Chiunque può partecipare e portare il suo contributo di allegria. Nascono i blocos de rua: una sorta di riunione itinerante che chiama i presenti a partecipare. A Rio il bloco più famoso è il Cordão do Bola Preta che, come si vede dalle immagini, è diventato una specie di istituzione carnevalesca: coinvolge moltitudini in momenti memorabili di allegria e giovialità. Davanti, la banda (che, visto la mole di pubblico, ormai deve stare su un camion con una amplificazione di centomila watt) con le sue marchinhas, e dietro… la città intera. Sfilate spontanee in cui si arriva perfino a prendere in giro lo stesso carnevale ufficiale delle scuole di samba al Sambodromo.

Sì, così come esiste l’ippodromo, l’autodromo, il velodromo, esiste anche il Sambodromo… È il luogo sacro in cui si gioca il tutto per tutto, in cui il carnevale rivela tutta la sua opulenza, è il luogo della sfilata delle Scuole di Samba, è il luogo in cui il carnevale viene ufficialmente celebrato. Il trionfo romano del generale vittorioso, l’entrata del viceré… nel Sambodromo si rinnovano, rinascono e diventano “apoteosi”.

La spontaneità e l’irriverenza dei gruppi di strada, in questo luogo si trasforma in organizzazione paramilitare, allegorica rappresentazione di un potere senza capi, una anarchia organizzata, un caos predisposto e studiato nei minimi dettagli . Ogni Scuola di Samba, composta da quattromila persone in media, ha a disposizione poco più di un’ora per poter concludere la sua sfilata. Si comincia sempre con un canto di guerra, poi viene annunciato il samba-enredo e finalmente si può cominciare.

La scuola di samba è divisa in vari gruppi chiamati alas, ciascun gruppo ha una “fantasia”, un vestito, una maschera diversa, inerente al tema cantato. I carri allegorici rappresentano figurativamente situazioni o personaggi del samba-enredo. Inglobata tra vari gruppi e i colossali carri, passa finalmente il cuore pulsante della scuola: “a bateria”, un gruppo di duecento percussionisti, o forse più, che danno il ritmo a tutta la sfilata. Esistono poi personaggi importantissimi la cui presenza è obbligatoria: la porta bandiera, che, seguita dalle danze di un paggio, innalza il vessillo simbolo della scuola; a velha guarda, la vecchia guardia, gli anziani della scuola, i fondatori, i guardiani del samba e della tradizione. Os passistas, i ballerini che esaltano la bellezza della musica e della danza. In poco più di un’ora ci si gioca il lavoro di un anno intero. I giudici valuteranno ogni singola ala, la bellezza del samba-enredo, ossia la storia raccontata dalla canzone, le mosse della portabandiera, i carri allegorici, le maschere (as fantasias) e daranno il loro voto. 

La musica, il samba-enredo è completamente diverso dal samba-canção. Quest’ultima, è, diciamo così, una canzone in ritmo di samba. Il samba-enredo invece ha una struttura molto complessa. In primo luogo deve raccontare una storia, poi deve possedere un andamento capace di trascinare i quattromila componenti della scuola, e non solo, ma tutto il pubblico, cosa realmente molto difficile. Il testo del samba-enredo può teoricamente parlare di qualunque cosa.

Oggi che il carnevale è diventato un affare milionario, le scuole di samba accettano perfino degli sponsor che determinano il tema da cantare. Qualche anno fa il Venezuela, pagò due milioni di dollari affinché venissero cantate le lodi del presidente Chavez. Quest’anno sono stati gli allevatori di una determinata razza di cavallo locale a pagare lauti compensi alla scuola di samba per creare un enredo ad hoc. Però, oltre a queste bizzarre situazioni, esistono samba-enredo che sono entrati nella storia della musica brasiliana. Tra i tanti ne scelgo tre.

Il primo è la storia del popolo negro, che dal pianto della senzala oggi afferma orgoglioso: non sono schiavo di nessuno, sono la sentinella della libertà!

Il secondo è della scuola di samba Salgueiro, di cui vale la pena vedere qualche momento di questa leggendaria sfilata che fece il sambodromo e il Brasile intero tremare di emozione.
E infine, quello che il sottoscritto trova che sia il più bel samba enredo della storia, vero inno nazionale brasiliano,

I suoi cambiamenti di tonalità, il tema trattato, la melodia, l’assenza di un ritornello, la lentezza iniziale e la frenesia finale… il samba-enredo diventa arte con A maiuscolo!

Riascoltiamolo, dai, magari con altri interpreti…

Ogni cantante, ogni compositore, ogni interprete ha legato il suo nome ad una scuola i samba, diventandone portavoce e simbolo. Noel Rosa tesse le lodi di Vila Isabel in una canzone storica in cui fa il paragone: São Paulo produce caffè, Minas il latte e la Vila Isabel dà il samba. Ascoltiamo qui in una registrazione d’epoca, in cui si nota già il ritmo che poi sarà ripreso anni dopo in ogni samba-enredo.

Il grande Paulinho da Viola, legatissimo da sempre alla scuola di samba Portela, canta il suo inno più famoso: dopo una delusione amorosa vede la Portela sfilare davanti a sé e “foi um rio que passou em minha vida e o meu coração se deixou levar” come un fiume in piena che passò nella mia vita, e il mio cuore si lasciò portar via.

Il leggendario Jamelão è della scuola di samba Mangueira. In questo video è presente la vecchia guardia al completo: custode de todos os sambas, patrimônio cultural do Brasil! Jamelão sta al samba come Ray Charles al blues. Un brivido percorre il teatro quando il vecchio eroe, la voce di profondità sconosciute, appoggiato al suo bastone entra e canta come solo lui può cantare.

La grandezza e la nobiltà di questa musica permettono al “mondo alla rovescia”, al “mondo a gambe all’aria”, alla catarsi carnevalesca, di trasformarsi nel mondo vero, dove il trionfo non è di un generale assassino, o di un governatore corrotto, ma della realtà alla quale ognuno di noi aspira, la realtà che decifra il mistero perché l’allegria finalmente non è più effimera. Un mondo in cui davvero la Senhora Liberdade, la Signora Libertà aprirà le sue ali su ciascuno di noi.

I link aprono video youtube.

Paolo D'Aprile

Paolo D'Aprile

Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.