MELQUÍADES
Música brasileira: capitolo 10
Anos Dourados. Gli Anni Dorati. Sembrava infatti che il Brasile dovesse finalmente affermarsi. Una ventata di entusiasmo generale ispirava la nazione. Dopo decenni di dittature e governi autoritari, finalmente il Presidente della Repubblica con i suoi progetti di crescita economica contagiava di euforia il paese.
Per secoli il lavoro dell’uomo era legato ai cicli della terra, alla coltivazione, all’estrazione di minerali. Si cominciò con la canna da zucchero per tutto il nord est brasiliano, poi la gomma nelle foreste amazzoniche, il cacao, il cotone al centro, il caffè nello stato di San Paolo. Cicli economici che coinvolgevano enormi masse di mano d’opera, schiavi prima, immigrati poi. Per non parlare poi del ciclo dell’oro a Minas Gerais o, recentemente, alla Serra Pelada di cui esistono le terribili fotografie di Sebastião Salgado: i dannati della terra dei nostri giorni. Cicli economici in balia dell’interesse dei mercati internazionali, cicli economici che cominciano dal niente e al niente si riducono nel giro di una manciata di anni, lasciando ferite indelebili nell’ambiente e nelle popolazioni. Cicli economici che obbligano a migrazioni epiche milioni di persone creando un paese di miserabili in cammino verso chi paga di più. Così si sono gonfiate le nostre capitali, così sono nate le favelas, scandalo brasiliano. Gli Anni Dorati sembravano poter cambiare per sempre la faccia dell’economia nazionale. Cinquant’anni in cinque. Era questo lo slogan del presidente Juselino Kubitschek. E ci si credeva davvero. Stimolare l’industria nazionale attraverso opere pubbliche che rappresentassero lo spirito di questa nazione in perenne ricerca della sua identità e ormai stanca di svolgere il ruolo di comparsa nello scenario mondiale.
Venne indetto un concorso per la costruzione di una nuova capitale, una città da edificare nelle steppe centrali, terre deserte e praticamente inesplorate, una città che avrebbe occupato il centro geografico del paese, un polo di espansione per lo sviluppo, il simbolo di un nuovo slancio verso il futuro. Il concorso venne vinto dall’urbanista Lucio Costa e dall’architetto Oscar Niemeyer. Brasilia venne inaugurata nel 1960. E il sogno diventava realtà concreta.
Il paese riscopriva se stesso, si rifondava in nome di una unità nazionale reale, nata dal lavoro di migliaia di operai venuti da ogni parte. Il sogno di Juselino si realizzava nella sinuosità del cemento di un progetto unico al mondo. Lo sforzo fu enorme e tutto il paese vi prese parte. Il clima di euforia diffusa, di ottimismo, la certezza di essere capaci e padroni del proprio destino: gli Anni Dorati. Fu il momento di una rifiorire artistico per tutte le forme espressive, il cinema vinceva a Cannes la sua prima (e unica) Palma D’oro. A partire dagli esperimenti sonori di John Cage e dalle invenzioni linguistiche di Mallarmé, i nostri letterati inventavano la poesia concreta che incendiò il continente; gli artisti liberarono la forma dalle sue catene e partirono per un viaggio astratto ancora da concludere. La musica, con le sue radici infilate nelle tradizione popolare, poteva permettersi i sussurri della Bossa Nova. Ci pensò Tom Jobim (di cui abbiamo parlato nel cap.1) a presentare questo nuovo Brasile al mondo in un concerto storico alla Carnegie Hall.

Il Brasile lontano da ogni stereotipo creava la sua musica a partire dalle influenze erudite, passando per il jazz, trasformando il samba in musica da concerto. Abituati alle macchiette tipo José Carioca, il pappagallo creato da Walt Disney, i critici americani, attoniti, presentarono al loro pubblico la nova musica con queste parole: “la bossa nova non è una danza come il twist, ma con il suo ritmo è possibile danzare; viene dal Brasile ma non è musica folclorica; non è neppure jazz, eppure esso vi è presente, e, come il jazz, possiede un linguaggio proprio; la bossa nova è difficile da spiegare ma è facilmente identificabile e, attualmente, inevitabile: Form Brasil to the Carnegie Hall, ladies and gentlemans the Bossa Nova”. È interessante e sintomatica la frase “viene dal Brasile ma non è musica folclorica…” Intendendo per folclore tutto ciò che è pittoresco, popolaresco, poco serio e di scarsa importanza culturale: folclore, appunto.
In questo link, alcune canzoni di quello storico concerto del 1962 in cui i maggiori musicisti di quel momento decretavano la loro presenza. Partecipò anche Stan Getz, leggendario saxofonista, tra i primissimi jazzisti a interessarsi, divulgare e suonare la bossa nova. Il suo disco in coppia con João Gilberto, è un classico del cross-over, una specie di imprimatur jazzistico per la musica brasiliana: questa struggente interpretazione ne è l’esempio.
Moltissimi furono poi i maestri neri americani ad innamorarsi della musica brasiliana, tra le decine di interpretazioni chiamo all’appello Oscar Peterson, accompagnato da Joe Pass alla chitarra e N.O. Pedersen al contrabbasso, che riesce a trasformare in blues la delicatissima melodia di Tom Jobim, “Wave”.
E siccome questa canzone è bellíssima, la vogliamo riascoltare in una versione tutta brasileira.
Joe Henderson, storico saxofonista di razza che ha dedicato la sua enorme sensibilità al Brasile e la sua musica. In questo caso lo ascoltiamo in una tipica interpretazione “americanizzata”, “jazzificata” in cui il ritmo e l’andamento brasiliano vengono stravolti dal jazz e il suo fraseggio inconfondibile.
Ed anche questo leggendario concerto, proprio alla Carnegie Hall, di Tom Jobim e i suoi “discepoli” americani. Non più quindi una presentazione, ma una consacrazione, un grande omaggio, non solo al nostro maestro supremo, ma a tutta la bossa nova.
Il samba, musica negra per eccellenza, in quegli anni tendeva ad aprirsi alle nuove tendenze sia internazionali che, soprattutto, locali. Tra i precursori, tra coloro che avevano intuito lo spirito di quegli anni e che riuscirono ad allargare gli orizzonti, è doveroso citarne almeno due, oggi considerati come iniziatori di una corrente e ispiratori di tutto un movimento: Dick Farney, tipico cantante di night club, con la sua voce suadente, spopolava nelle notti di Rio lasciando cuori infranti e una legione di fans che lo consideravano superiore addirittura a Frank Sinatra. Qui, lo ascoltiamo nella bellissima Copacabana, canzone simbolo non solo di quella stupenda spiaggia, ma di tutti gli anni dorati.
Di tutt’altra statura è Johnny Alf. Pianista, compositore, cantante, arrangiatore, stravolge il ritmo della bossa nova per costruire una musica tutta sua: una semplice melodia sorretta da accordi e armonie dissonanti.
Oppure un samba indiavolato con un arrangiamento orchestrale complicatissimo in cui la chitarra e il piano elettrico si scambiano i ruoli di strumento principale, e tutto questo solo per cantare la sua felicità di incontrare gli amici al bar!

La musica sofisticata, le armonie ricercate danno alla bossa nova una qualità che incanta il mondo, la stesso succede per i suoi testi Il compositore per anotnomasia della bossa nova è il poeta Vinicius de Moraes. Per lunghi anni compagno di Tom Jobim, compone la canzone simbolo degli anni dorati, A garota de Iapnema. Poeta dell’amore, poeta della poesia dell’amore, innamorato della vita e delle donne, in quei giorni prende la sua decisione più saggia, dare le dimissioni dal suo incarico di diplomata e dedicarsi esclusivamente all’arte. Sono sue alcune tra le canzoni più belle della musica brasiliana, così come alcune frasi divenute storiche, come questa: “Che le racchie mi perdonino, ma la bellezza è fondamentale!” Amatissimo anche in Italia, collabora con Sergio Endrigo (ma che bello pappagallo tutto verde e l’occhio giallo…) e ispira Ornella Vanoni ad incidere un disco a lui dedicato.
Con Toquinho forma una coppia micidiale che produce canzoni come questa, in cui si inneggia Itapuã, la spiaggia più bella Salvador: il sole, il mare, il vento. Il sottoscritto ci è stato varie voltea Itapuã e garantisce che le parole di Vincius de Moraes dicono la sacrosanta verità.
È suo uno dei versi più belli in onore del samba, e soprattutto del cambiamento da esso subito a causa dell’avvento della bossa nova: se hoje ele é branco na poesia, ele é negro demais no coração, se oggi il samba è bianco nella poesia, è però profondamente nero nel cuore. In questo video è possibile ascoltare il genio compositivo di Vinicius de Moraes.
È sua anche la più emozionante canzone d’amore di ogni tempo che qui ascoltiamo dalla voce monumentale della stupenda Ivete Sangalo, nello stadio del Maracanà, centomila persone che cantano in coro: Ivete, dea della bellezza, commossa fino alle lacrime si lascia trasportare da un momento veramente unico…
L’impronta di Vinicius de Moraes nella musica brasiliana è seconda solamente a quella di Tom Jobim. A lui sono state dedicate poesie e canzoni. Lo ricordiamo per i suoi versi peccatori, la sua verve ironica e la grande musica che ci ha lasciato. A vida é pra valer, a vida é pra levar, Vinicius, velho, saravá! La vita fa sul serio, la vita è tutta da vivere, Vinicius, vecchio amico, grazie, saravà!1
- Saravá: forma di saluto alla divinità usata nei rituali candomblé e umbanda. ↩︎
I link aprono video youtube.
Paolo D'Aprile
Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.
