MELQUÍADES
Música brasileira: capitolo 5
La città di Recife, capitale di Pernambuco, è anfibia. Così dice la leggenda. Sotto di lei dorme un enorme pesce, il suo lento respiro determina l’andare e venire delle acque del mare e del fangoso fiume Capiberibe.
Città ricchissima, perfettamente inserita nel contesto contemporaneo, vive la contraddizione permanente della sua cultura antica, frutto dell’incontro tra l’indio ancestrale, l’europeo, e lo schiavo africano. Gilberto Freyre, antropologo e studioso, lo racconta nel suo magistrale Casa Grande e Senzala, in cui viene descritta la vita dei signori nella Casa Grande – la residenza dei padroni -, degli indios, prima ridotti a schiavi e poi, constatata la loro “scarsa dedicazione”, abbandonati a se stessi, e degli africani della Senzala, la loro miserabile abitazione collettiva in cui gemevano sotto il giogo dei capatazes (i guardiani).
Ma le fazendas, le gigantesche piantagioni di canna da zucchero oltre a produrre “l’oro bianco”, estratto dallo sfruttamento umano, favorirono l’incontro di questi tre popoli e di queste tre grandi culture il cui risultato è vivo fino ad oggi. Le figure mitologiche acquistano nuova vita, nuova energia. Nasce il caboclo de lança. “Caboclo” è il figlio bastardo tra europeo e indio, tra africano e indio. Caboclo è la storia viva che rinasce dalla terra e percorre le strade del sertão per iniziare la festa e spaventare per sempre il male. Con le sue maschere e i suoi colori illumina la notte, con i campanacci chiama a raccolta, con la lancia difenderà i bisognosi. È il Maracatu (lo pronunciamo con l’accento sull’ultima U), il maracatu rural. Una danza per soli uomini ad un ritmo forsennato i cui passi spezzati e squilibrati, mimano le lotte e i pericoli che il caboclo affronta con coraggio e altruismo.

E Recife intanto dorme col suo pesce sotto di sé e non si accorge che arrivano dall’interno migliaia di caboclos, migliaia di schiavi liberati… Un nuovo incontro, stavolta con la durezza metropolitana. Ma ancora una volta la voce del popolo parla più alto, canta più alto, più forte della miseria. Nasce uno dei ritmi più importanti della musica brasiliana: il Frevo. Nessuno sa cosa significhi questa parola, Frevo. Si suppone che venga da una distorsione di ferver, bollire. Come sempre, musica e danza vanno insieme, non nasce l’una senza l’altra e viceversa.
Antonio Nobrega, cantante, musicista, ballerino, attore, uno degli uomini di cultura più importanti del Brasile, dedica la sua vita alla ricerca musicale. Non solamente ripropone vecchie canzoni storiche, ma ne compone delle nuove rispettando i canoni del Frevo, il ritmo e la melodia, e soprattutto la tematica: chi sta arrivando laggiù (chiede il coro), il solista risponde: sono io, il bue meraviglioso.
Il Bue, è l’animale da cui tutto dipende, da cui tutto discende. È presente in ogni leggenda del nord-est brasiliano, amato, temuto e riverito, simbolo di forza e fertilità. Retaggio della tradizione iberica, il bue (non il toro) diviene pure il simbolo della festa.
In questo pezzo bellissimo, Antonio Nobrega raccoglie non solo i ritmi e i suoni del sertão di Pernambuco, ma anche i gesti, i movimenti, i balli. È un dichiarazione d’amore alla sua terra, alla sua musica, alla sua gente.

Agli inizi del secolo XX, anche poeti e letterati si occuparono del Frevo al quale diedero definitivamente una legittimità artistica “colta” centomila persone accompagnano questa meravigliosa suite di melodie antiche e nuove…
Recife adormecia, ficava a sonhar ao som da triste melodia (Recife si addormentava e sognava al suono di una triste melodia…). E da musica di strada il Frevo diventa musica da concerto con arrangiamenti complicatissimi e coreografie acrobatiche.
Oggi Recife, città cosmopolita, aperta ai ritmi di tutto il mondo, offre una musica in cui il passato incontra il contemporaneo in una specie di meta-linguaggio del Frevo, eseguito da orchestre come questa, nata in una favela e di cui mantiene il nome: Bomba do Hemertério.
O come quella del Maestro Spok, che arriva perfino ad usare il virtuosismo del jazz con tanto di improvvisazione e fraseggio be bop!
Ma è la strada, la danza, la gente che sceglie i suoi eroi e quando risuonano le note di Vassourinhas, la canzone più classica del Frevo, non è solo Recife e il suo pesce enorme che si risvegliano, ma è il Brasile intero che finalmente si alza e si mette a ballare: questa melodia, amata in tutto il paese, non è più solamente un Frevo, ma una specie di secondo inno nazionale, un segnale, una chiamata per tutti: che la festa cominci!
Viva Recife, Viva o Frevo!
I link rimandano a filmati Youtube per avere un assaggio della musica
Paolo D'Aprile
Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.
